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Attualità
Attualità, 22/2016, 15/12/2016, pag. 643

Santa Sede - Liturgia: no alla riforma della riforma

La liturgia, i lefebvriani e l’intransigenza

Iacopo Scaramuzzi

La dialettica e anche la conflittualità non mancano in Vaticano, a partire da un nodo cruciale sin dal dibattito conciliare: la liturgia.

Al cardinale segretario di stato Amleto Cicognani, che lo invitava a usare «una mano più forte» con le opposizioni di curia, Giovanni XXIII, ingiustamente passato alla storia come «papa buono», rispondeva: «Gesù non farebbe così, non è il suo spirito; non darei edificazione intervenendo; occorre avere pazienza e attendere; non si farebbe che suscitare divisioni e rancori».

Mezzo secolo dopo, papa Francesco sembra ricalcare le orme del suo predecessore sia nella applicazione del concilio Vaticano II, sia nell’evitare uno spoils system teso a smantellare la fronda al suo riformismo. La dialettica e anche la conflittualità, tuttavia, non mancano in Vaticano, a partire da un nodo cruciale sin dal dibattito conciliare: la liturgia.

Papa Francesco ha nominato il cardinale conservatore Robert Sarah, nel 2014, alla testa della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, spostandolo dal Pontificio consiglio che era responsabile degli aiuti caritativi, Cor Unum, nel frattempo dissolto e inglobato nel nuovo dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Guineano, 71enne, il porporato, consacrato vescovo e chiamato a Roma da Giovanni Paolo II, creato cardinale da Benedetto XVI, ha più volte preso posizioni in contrappunto rispetto al pontefice argentino.

Nel corso del tempo il cardinale è più volte intervenuto, in convegni e interviste, per denunciare la degenerazione liturgica e prospettare, in modo più o meno esplicito, la necessità di una «riforma della riforma» conciliare se non, addirittura, il ritorno alla celebrazione «ad Orientem», più banalmente nota come la messa celebrata «spalle al popolo».

Il suo libro La force du silence (Fayard), uscito a inizio di ottobre scorso, è un florilegio. Nel volume – scritto, come il precedente bestseller, Dio o niente, pubblicato in Italia nel 2015 da Cantagalli, in collaborazione con l’attivissimo Nicolas Diat – Sarah scrive, tra l’altro, che «non basta semplicemente prescrivere più silenzio. Perché ciascuno comprenda che la liturgia ci volge interiormente verso il Signore, sarebbe bene che durante le celebrazioni, tutti insieme, preti e fedeli, siamo corporalmente rivolti verso l’Oriente, simbolizzato dall’abside».

E ancora: «Se Dio lo vuole, quando lo vorrà e come lo vorrà, in liturgia, la riforma della riforma si farà. Nonostante lo stridore di denti, essa verrà, perché ne va dell’avvenire della Chiesa. Rovinare la liturgia è rovinare il nostro rapporto con Dio e l’espressione concreta della nostra vita cristiana».

Sarah era intervenuto, ad aprile scorso, alla presentazione del volume Con i sacramenti non si scherza (Cantagalli, 2016), di don Nicola Bux, prefazione di Vittorio Messori, insieme all’economista Ettore Gotti Tedeschi e al cardinale statunitense Raymond Leo Burke, uno dei più vocali critici di papa Francesco, da ultimo firmatario di una lettera polemica insieme ad altri tre porporati (Carlo Caffarra, Walter Brandumüeller e Joachim Meisner) sulla esortazione apostolica sulla famiglia Amoris laetitia (cf. Regno-doc. 21,2016,686 e qui a p. 641).

 

In attesa della Santa Tradizione

Gli argomenti utilizzati da Sarah risuonano, a ben vedere, nelle prese di posizione dei lefebvriani, fraternità sacerdotale scismatica dagli anni Ottanta e, dall’epoca di Benedetto XVI, in formale contatto con la Santa Sede per tornare nell’alveo della Chiesa cattolica. Per ottenere questo risultato, Joseph Ratzinger ha tolto la scomunica ai quattro vescovi scismatici e ha liberalizzato, con il motu proprio Summorum pontificum, l’uso del messale pre-conciliare come forma «straordinaria» del rito romano.

Il gruppo ultratradizionalista fondato da mons. Marcel Lefebvre e guidato ora da mons. Bernard Fellay, in realtà, intreccia il tema liturgico con le critiche al concilio Vaticano II, l’allarme per l’attuale situazione della Chiesa cattolica e le radicali contestazioni del pontefice argentino ad esempio su un documento come l’Amoris laetitia, che capitolerebbe davanti ai diktat dello spirito del tempo, disorienterebbe i fedeli, creerebbe una profonda divisione nell’episcopato, abbasserebbe «ciò che deve essere a ciò che è, alla morale permissiva dei modernisti e dei progressisti».

Le aperture del papa, che ha ricevuto mons. Fellay, ad aprile, e ha concesso ai sacerdoti lefebvriani di confessare ogni fedele con una facoltà introdotta per il periodo del Giubileo della misericordia e poi, alla sua conclusione, estesa indefinitamente, non sembrano sbloccare la trattativa.

Le distanze, su troppi temi, sono incolmabili. E, come hanno scritto i superiori maggiori della fraternità in occasione di un loro incontro lo scorso giugno, i lefebvriani rimangono «in attesa» del «giorno benedetto» nel quale «un papa favorisca concretamente il ritorno alla Santa Tradizione».

Quanto al cardinale Sarah, l’11 luglio scorso, in seguito all’ennesima esternazione, durante una conferenza a Londra, la Sala stampa vaticana ha diffuso una precisazione suonata come sconfessione: «Il card. Sarah – si leggeva nella nota – si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della messa».

In particolare, l’altare, secondo le norme «tuttora pienamente in vigore», va costruito «staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo». Il papa, ricorda inoltre la nota, «in occasione della sua visita al dicastero del Culto divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della messa è quella prevista dal messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”», permessa dal papa Benedetto XVI, «non deve prendere il posto di quella “ordinaria”».

Dunque, non sono previste «nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del cardinale Sarah», sottolineava la nota diffusa peraltro dopo un’udienza del papa al cardinale, «ed è meglio evitare di usare l’espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci». A inizio ottobre, però, è uscito il libro sulla «forza del silenzio», con tanto di auspicio di una «riforma della riforma».

Così giovani e così preconciliari

E lo scorso 28 ottobre il pontefice ha nominato i membri della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, guidata dal cardinale Sarah. Tra i vari nomi di vescovi e cardinali vicini a Jorge Mario Bergoglio spicca quello di monsignor Piero Marini,1 storico maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie sotto Giovanni Paolo II. Francesco normalizza il dicastero vaticano responsabile della liturgia imbrigliando il prefetto con personalità che gli remeranno contro?

L’interpretazione, che ha iniziato ad affiorare nella blogosfera conservatrice, è fuorviante. Se la Sala stampa vaticana, com’è sua consuetudine, non ha chiarito se i nuovi nominati andavano a sostituirsi o ad affiancarsi ai membri precedenti, infatti, è stata la stessa congregazione, pochi giorni dopo, a chiarire, pubblicando online l’elenco aggiornato dei propri membri (21 cardinali e 19 monsignori), che sono usciti, effettivamente, esponenti in sintonia con il cardinale prefetto (in particolare, i cardd. Raymond Burke e George Pell) ma sono rimaste personalità quali i cardinali Peter Erdő, Juan Luis Cipriani, Mauro Piacenza e Albert Malcom Ranjith, tutti uomini – in particolare quest’ultimo – che non possono certo essere annoverati tra i riformisti in materia liturgica.

Jorge Mario Bergoglio, insomma, ha iniettato nella Congregazione per il culto divino una maggiore presenza di «progressisti» senza però epurare i «conservatori» ma ponendo semmai le basi per un dibattito interno al dicastero che, probabilmente non facile, sarà senz’altro plurale. E su Twitter, nelle scorse settimane, il cardinale Sarah, citando il suo ultimo libro, ha scritto: «È tempo di ritrovare la bellezza della liturgia come la propone papa Francesco».

Il quale pontefice, se la questione non fosse ancora chiara, è tornato sul tema in un colloquio con il gesuita Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica, in introduzione del volume, recentemente pubblicato da Rizzoli, che presenta in italiano le sue omelie e i suoi discorsi di quando era arcivescovo di Buenos Aires (Nei tuoi occhi è la mia parola).

«Papa Benedetto – sottolinea Francesco – ha fatto un gesto giusto e magnanimo per andare incontro a una certa mentalità di alcuni gruppi e persone che avevano nostalgia e si allontanavano. Ma è un’eccezione. Per questo si parla di rito “straordinario”. L’ordinario della Chiesa non è questo. Bisogna venire incontro con magnanimità a chi è legato a un certo modo di pregare. Ma l’ordinario non è questo. Il Vaticano II e la Sacrosantum concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

Quanto a certi fautori del messale antico, «cerco sempre di capire che cosa c’è dietro persone che sono troppo giovani per aver vissuto la liturgia preconciliare e che però la vogliono. A volte mi sono trovato davanti a persone molto rigide, a un atteggiamento di rigidità. E mi chiedo: come mai tanta rigidità? Scava, scava, questa rigidità nasconde sempre qualcosa: insicurezza, a volte persino altro… La rigidità è difensiva. L’amore vero non è rigido».

 

Iacopo Scaramuzzi

 

 

1 Ecco i nomi di tutti i nuovi membri: «Gli em.mi cardinali: Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Köln (Germania); John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja (Nigeria); Pietro Parolin, segretario di stato; Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Québec (Canada); Philippe Nakellentuba Ouédraogo, arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso); John Atcherley Dew, arcivescovo di Wellington (Nuova Zelanda); Ricardo Blázquez Pérez, arcivescovo di Valladolid (Spagna); Arlindo Gomes Furtado, vescovo di Santiago de Cabo Verde (Capo Verde); Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura; Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero; e gli ecc.mi monsignori: Dominic Jala, arcivescovo di Shillong (India); Domenico Sorrentino, arcivescovo‑vescovo di Assisi‑Nocera Umbra‑Gualdo Tadino (Italia); Denis James Hart, arcivescovo di Melbourne (Australia); Piero Marini, arcivescovo tit. di Martirano, presidente del Pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali; Bernard‑Nicolas Aubertin, arcivescovo di Tours (Francia); Romulo G. Valles, arcivescovo di Davao (Filippine); Lorenzo Voltolini Esti, arcivescovo di Portoviejo (Ecuador); Arthur Joseph Serratelli, vescovo di Paterson (Stati Uniti d’America); Alan Stephen Hopes, vescovo di East Anglia (Gran Bretagna); Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta (Italia); Bernt Ivar Eidsvig, vescovo di Oslo (Norvegia); Miguel Ángel D’Annibale, vescovo di Rio Gallegos (Argentina); José Manuel Garcia Cordeiro, vescovo di Bragança‑Miranda (Portogallo); Charles Morerod, vescovo di Lausanne, Genève et Fribourg (Svizzera); Jean‑Pierre Kwambamba Masi, vescovo tit. di Naratcata, ausiliare di Kinshasa (Rep. democratica del Congo); Benny Mario Travas, vescovo di Multan (Pakistan); John Bosco Chang Shin‑Ho, vescovo tit. di Vescera, ausiliare di Daegu (Corea).

Tipo Articolo
Tema Santa Sede Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area
Nazioni

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