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Attualità
Attualità, 14/2017, 15/07/2017, pag. 392

America Latina - El Salvador: a fianco di Romero

Intervista al neo cardinale Gregorio Rosa Chávez

Gabriella Zucchi

A colloquio con il vescovo ausiliare di San Salvador Gregorio Rosa Chávez, classe 1942. E' uno dei cinque cardinali creati da papa Francesco nel concistoro del 28 giugno scorso (cf. in questo numero a p. 393). La sua peculiarità è quella d’essere stato amico di mons. Óscar Arnulfo Romero, nonché indomito custode della sua memoria dopo il suo assassinio. 

Città del Vaticano, 1o luglio 2017.

 

Gregorio Rosa Chávez, classe 1942, vescovo ausiliare di San Salvador dal 1982, è uno dei cinque cardinali creati da papa Francesco nel concistoro del 28 giugno scorso (cf. in questo numero a p. 000). La sua peculiarità è quella d’essere stato amico di mons. Óscar Arnulfo Romero, nonché indomito custode della sua memoria dopo il suo assassinio. Dopo una precedente intervista (Regno-att. 16,2011,556), oggi lo incontriamo nuovamente all’indomani dell’importante nomina.

– La sua creazione a cardinale è una novità assoluta, perché mai un vescovo ausiliare aveva ricevuto la berretta cardinalizia. Che interpretazione dà di questa scelta del papa?

«Questa domanda mi è stata fatta molte volte e ho risposto “solo il papa lo sa”. Non mi azzardo oltre. Varie volte Francesco è stato il papa delle sorprese! Per fare quel che ha fatto egli ha dovuto infrangere le attuali regole. Intravvedo due ragioni: la principale è mons. Romero. Per il papa Romero incarna la sua utopia di pastore – il pastore con le pecore, fino al martirio – e insieme incarna la Chiesa che egli sogna – una Chiesa povera per i poveri. Questa è la ragione più evidente.

Poi il papa sa che ho alle spalle 35 anni di episcopato, vissuti con quattro arcivescovi: indirettamente con Romero, non essendo io ancora vescovo ma il suo migliore amico, poi con Rivera Damas, col quale abbiamo lavorato come fratelli, in seguito con Sáenz Lacalle e infine con l’attuale, Escobar Alas, che è stato mio alunno. Il papa ha visto questo percorso e ha forse voluto esprimere una forma di riconoscimento. Di più non posso dire».

– La sua memoria di mons. Romero: c’è qualche ricordo particolare che ci vuole raccontare?

«Conobbi Romero quando egli era sacerdote e io seminarista: avevo 14 anni. Poi ho lavorato con lui un anno intero prima di entrare in teologia ed è lì che siamo diventati amici. Nel periodo del suo episcopato gli sono stato molto vicino: nel suo diario il mio nome compare 18 volte. In diversi momenti della sua vita, soprattutto quando doveva difendersi davanti al Vaticano dalle false accuse che erano state formulate contro di lui, egli annota che lavoravamo insieme a volte tutta la notte per preparare una risposta. Ero quindi per lui una persona di assoluta fiducia. In un passaggio del diario egli afferma che io ero il suo migliore amico e questo mi colma di una gioia profonda».

 

Padre dell’America Latina

– Che cosa pensava monseñor – come sono soliti chiamarlo i salvadoregni – del Vaticano?

«Romero scelse come motto del proprio episcopato “sentire con la Chiesa” secondo lo stile di sant’Ignazio di Loyola e questo ha radici in Roma, nell’Università Gregoriana. Egli arrivò qui nel 1937 a vent’anni di età e ha lasciato alcune note molto belle nel suo diario personale di seminarista, di come guardava la Chiesa e i papi dell’epoca. Racconta del suo rapporto con Pio XI, il momento della sua morte, l’elezione di Pio XII. Lo descrive con ricchezza di particolari nelle sue note di seminarista. Era un uomo di Chiesa. Il lemma “sentire con la Chiesa” si giustifica in toto.

Successivamente ha guardato ancora al Vaticano con fede, vi ha visto l’azione di Dio e pure le debolezze, a volte molto grandi, del momento. Come arcivescovo dovette scontrarsi con un’opposizione molto accesa in questo luogo, perché qui hanno ricevuto informazioni e accuse false su di lui. Cionondimeno egli ha conservato la fede e quando veniva a Roma non mancava di pregare lungamente davanti a san Pietro. Questo atteggiamento di totale fedeltà alla sede petrina è un tratto caratteristico di Romero, un uomo sempre fedele alla Chiesa, al papa, al Vangelo e soprattutto a Gesù Cristo. Un modello di uomo di Chiesa».

– E rispetto alla teologia della liberazione?

«Quando la causa di Romero venne esaminata, i suoi scritti – soprattutto le sue omelie – furono studiati parola per parola dal card. Ratzinger. Una cosa interessante è che mandammo i testi, le trascrizioni delle sue predicazioni spesso lunghissime, omelie di 40-50 minuti: sono sei tomi nell’edizione che l’Università centro-americana (UCA) ha recentemente pubblicato.

Qui a Roma analizzarono il materiale e non trovarono nulla contro la dottrina della Chiesa o contro la dottrina sociale, e allora chiesero le registrazioni, temendo che noi avessimo emendato i testi, per poi scoprire che tutto corrispondeva.

Ma perché Romero conserva un’idea di teologia della liberazione totalmente ortodossa? Le ragioni sono due: egli prende come punto di partenza in primo luogo Paolo VI, l’Evangelii nuntiandi, quella liberazione cristiana, e in secondo luogo il card. Eduardo Pironio che interpreta Medellín. Nelle sue omelie, egli lo dice che questa è la sua via; ciò fa sì che non abbia alcun dubbio sul come interpretare la liberazione cristiana e con audacia l’applica alla realtà.

Romero è un dottore della Chiesa latinoamericana: analizzando i suoi testi e studiando a fondo il suo messaggio si scopre d’avere di fronte un uomo con una coerenza di riflessione, un uomo che è un padre della nostra Chiesa latinoamericana».

– Mons. Romero fu contrastato da vivo e anche da morto. E ha dovuto attendere un papa sudamericano per essere proclamato beato. Com’è stata la storia di questa memoria?

«Ora possiamo guardare al passato e fare una retrospettiva delle fasi che abbiamo vissuto. Romero fu incompreso dai suoi fratelli vescovi. Solo uno l’appoggiava, di sei che erano. Risulta chiaramente dal suo diario e io lo so anche per essere stato assieme a lui. Arrivavano quindi in Vaticano rapporti su di lui non veri e in Vaticano si dubitava di Romero.

Guardiamo ai papi: Paolo VI l’accoglie con grande affetto e capisce il suo ministero. Gli dice: “Coraggio, lei è quello che comanda” e questo gli diede grande pace, grande serenità nel vedere come il papa ha compreso la sua fedeltà alla Chiesa, al popolo e al Vangelo, questa triplice fedeltà.

 

S’io fossi papa…

Poi Giovanni Paolo II, che viene dalla Polonia, da un’altra cultura, un’altra realtà. Inizialmente non comprende Romero, lo crede manipolato dal marxismo, ma poco a poco lo capirà. Ciò che lo convince è che Romero muore sull’altare, durante l’eucaristia. Il papa si rende conto che Romero fu un uomo fedele fino al dono della vita. E per questo quando viene a visitare El Salvador nel 1983, va a pregare sulla sua tomba contro la volontà dei propri consiglieri.

Ha in mente san Stanislao di Cracovia, anch’egli assassinato in chiesa. Nel 2000, per il Giubileo dei martiri, Giovanni Paolo II scrive la preghiera su Romero per la liturgia. Era formulata in altro modo, ma nel foglietto pubblicato il 7 di maggio 2000 viene scritto “quello che non si può dimenticare è che Romero ha dato la vita sull’altare durante l’eucaristia”.

Nel novembre dello stesso anno eravamo qui in visita ad limina, in un momento privato, e Giovanni Paolo II ha affermato “è un martire”: l’ho udito io e tutti i vescovi salvadoregni dell’epoca. Da quel momento il Vaticano ha cambiato completamente il proprio atteggiamento nei confronti di Romero.

Poi è venuto Francesco. C’è un aneddoto simpatico su di lui ad Aparecida, nel 2007, quando era cardinale. Un sacerdote gli chiese «che cosa pensa di Romero?». Ed egli rispose «per me è un martire ed è un santo. S’io fossi papa l’avrei già canonizzato». È un aneddoto vero e fu una profezia.

Bergoglio diresse la squadra che ha prodotto il documento di Aparecida e di lì esce il disegno di pastore che egli vuole – e Romero ne è l’icona – e la Chiesa che egli vuole: una Chiesa povera per i poveri. Di modo che esiste una totale sintonia tra questi due personaggi. Papa Francesco ha una grande venerazione per Romero.

L’ho sentito anche in questi giorni quando sono stato con lui, quando mi ha dato l’abbraccio della pace: è molto contento del fatto che Romero venga accolto ufficialmente nella Chiesa, anche grazie a questo gesto che ha fatto. Io sono venuto a ricevere questa missione in nome di Romero. Egli fu cardinale per il sangue del martirio, come scrive il cardinale Martini in una delle sue lettere pastorali. E tutti lo interpretano così. Quindi Romero ha già conquistato Roma».

– La guerra civile in El Salvador è ufficialmente finita nel 1992. Ma si stima che oggi circa 500 persone lascino quotidianamente il paese in fuga verso gli Stati Uniti, incuranti del rischio finanche della vita. Qual è, dunque, la situazione attuale?

«È stata firmata la pace, ma non abbiamo un vissuto di pace perché le radici di ciò che ha portato alla guerra non sono state intaccate. La più profonda è l’ingiustizia sociale, che va avanti come prima. Occorre andare alla radice. Il papa dice come farlo e ci chiede di prendere sul serio Romero, il suo insegnamento, la sua testimonianza e d’invocarlo come santo. Questa è la formula del papa ed egli ha ragione.

È un compito per la Chiesa, camminare per questa via, che Romero sia assunto dal popolo integralmente: Romero come maestro che applica il Vangelo alla realtà – questo è tipico suo, incarnare il Vangelo nella realtà –; poi Romero come testimone, come esempio da seguire, l’essere discepoli come lo è stato lui; infine Romero come intercessore. Stiamo appena imparando a farlo, perché ci sono molti omaggi rivolti a lui, molte canzoni, ma imitarlo e invocarlo è un’altra cosa».

 

Primavera per la Chiesa

– Ritiene ci sia un deficit di democrazia, un problema istituzionale, politico, sociale? Qual è la causa dell’assenza di pace?

«Abbiamo avuto per vent’anni un governo di estrema destra a cui non interessava il tema sociale e a cui non interessava Romero.1 Così, ad esempio, l’ambasciatore presso la Santa Sede non parlava bene di Romero. Qui in Vaticano si è ascoltata per vent’anni una canzone falsa e tutto ciò lascia dei segni.

Poi c’è stato un cambio di governo, un periodo in cui la sinistra è stata al potere, un cambiamento di prospettiva che ha fatto propri gli argomenti di Romero, ma con molte incoerenze. I politici che non sono coerenti procurano molti danni ed è quello che accade oggi in tutto il mondo e anche da noi. Ci sono delle eccezioni meravigliose, ma sono eccezioni.

Dobbiamo suscitare un nuovo modo di fare politica, come hanno sostenuto da molto tempo i vescovi francesi. Occorre formare una classe politica e in questo c’è un compito non svolto da noi pastori, perché i laici non sono preparati per l’agire nel mondo, ma per l’attività intraecclesiale ed è un grande errore che abbiamo commesso nel nostro paese. È un compito che in questo momento ritengo di dover assumere molto seriamente, perché se questo non cambia, le strutture non cambieranno e la gente continuerà a soffrire».

– La risposta degli Stati Uniti rispetto al problema dei profughi provenienti dalla frontiera con l’America Latina nell’era Trump è stata l’annuncio del muro…

«Il papa ha detto che occorre costruire ponti, non alzare muri. Questa è l’attualità con cui abbiamo a che fare oggi. Come si costruiscono muri? Ci sono muri economici, politici, ideologici, sociali. È un compito globale ma non impossibile. Credo che alla verità si aprano delle strade a poco a poco, e anche alla giustizia».

– La recezione del pontificato di papa Francesco in America Latina e in Salvador è una recezione di popolo o anche della Chiesa istituzionale?

«È una recezione globale, molto gioiosa, esperienza comune in quasi tutti i paesi dell’America Latina. È questa sintonia tra la sua idea di Chiesa e la nostra, rispetto alla quale ora occorre essere coerenti. È chiaro il cammino e la gente è felice con papa Francesco, si sente a casa con lui e anche il papa si sente a casa con noi. Questa sintonia tra il papa e il nostro popolo e i pastori – c’è qualche eccezione, ma sono molto poche – è una grande speranza per la Chiesa. Il futuro passa per l’America Latina».

– L’America Latina e El Salvador hanno superato l’ideologia? Si può affermare che sono passati a una fase post ideologica?

«C’è una nuova ideologia che è l’avere, il consumare, il denaro. Essa domina il mondo. Il papa lo dice con grande chiarezza come riuscire a vincere questa ideologia del benessere, dell’indifferenza per cui dell’altro non m’importa, né delle tecnologie che mi schiavizzano. La sfida è che la gente si risvegli e che l’essere sia più importante dell’avere, come diceva Giovanni Paolo II. E che la democrazia sia vera, non solo formale. È un compito che è chiaro, ma che presuppone leader veri.

Il vero leader, diceva un mio professore, ha tre caratteristiche: vede chiaramente, sa comunicare la propria visione, e infine procede davanti, per dare l’esempio. Così fece Giovanni XXIII: vide chiaramente che era necessaria una riforma, che occorreva convocare un concilio ecumenico, lo seppe comunicare al mondo ed è andato avanti. Un uomo pieno di Spirito Santo, così anziano... ha molte somiglianze con Francesco.

Per questo possiamo dire che siamo di fronte a una nuova primavera della Chiesa. Quest’oggi abbiamo una mattinata primaverile qui a Roma, non come ieri che era così caldo. Questo può essere un simbolo di ciò che vogliamo: una nuova primavera per tutta la Chiesa che passa per un nuovo tipo di pastore e per una Chiesa povera per i poveri.

Questa era l’utopia dell’età di Gesù, quella del Regno, proprio come si chiama la rivista. Quando il papa ha beatificato Romero ha detto “testimone eroico del Regno di Dio”, Regno di giustizia. Che bel finale della nostra intervista!».

 

a cura di
Gabriella Zucchi

 

 

1 Il riferimento è al partito conservatore ARENA (Alianza Republicana Nacionalista) e successivamente alla presidenza di Mauricio Funes (1.6.2009 – 1.6.2014), del Frente Farabundo Martí para la liberación nacional, partito di sinistra.

Tipo Articolo
Tema Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area AMERICA LATINA AMERICHE
Nazioni

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