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Attualità
Attualità, 18/2017, 15/10/2017, pag. 513

Europa - Politica: l’inganno dei nazionalismi

Gianfranco Brunelli

La mancanza di un progetto condiviso di futuro retroagisce negativamente sul presente, condizionandolo. La crisi del progetto Europa – che è prima di tutto una crisi politica e culturale – ricade sulle singole situazioni nazionali, alimentandone le contraddizioni interne e indebolendo ulteriormente quel che rimane dell’Europa sin qui realizzata.

 

La mancanza di un progetto condiviso di futuro retroagisce negativamente sul presente, condizionandolo. La crisi del progetto Europa – che è prima di tutto una crisi politica e culturale – ricade sulle singole situazioni nazionali, alimentandone le contraddizioni interne e indebolendo ulteriormente quel che rimane dell’Europa sin qui realizzata.

La crisi economico-sociale di questi anni è stata il detonatore di un malessere più profondo e generalizzato legato al cambio d’epoca (chiamato sinteticamente globalizzazione) e alla perdita delle narrazioni precedenti. La crisi delle classi dirigenti interne ai singoli stati (in generale piuttosto modeste) si è manifestata sempre più nell’espressione di interessi parziali e contingenti, di visioni autoreferenziali e non più generali. Esse si affidano di volta in volta a risorse politico-simboliche utili e strumentali in una prima fase del discorso politico, ma delle quali finiscono poi per diventare prigioniere.

Il ritorno ai nazionalismi è una di queste risorse: da quelli regionali interni a uno stato, a quelli più ampi coincidenti con i confini di uno stato stesso, all’identificazione del tutto ottocentesca tra popolo, razza e cultura e, in alcuni casi, religione.

La grave crisi catalana, che ha minacciato l’unità statuale della Spagna, corrisponde al primo di questi casi. L’opzione indipendentista, con la quale Carles Puigdemont è diventato governatore, dopo la grande partecipazione al referendum illegale del 1° ottobre è diventata il vicolo cieco dell’azione indipendentista e del suo gruppo dirigente. Così il 10 ottobre Puigdemont non ha potuto che rivendicare «il mandato del popolo per convertire la Catalogna in uno stato indipendente in forma di Repubblica», e nello stesso tempo sospendere (cioè riconoscerne il nulla di fatto) «gli effetti della dichiarazione di indipendenza». Quella che era stata avviata come una risorsa di legittimazione politica ha sortito un esito delegittimante interno e internazionale.

Madrid ha vinto, anche se non ne conosciamo il prezzo, che potrebbe essere alto e ancora drammatico. La Chiesa, e in particolare il mondo dei religiosi, si è divisa, anche a motivo di una recente e ancora bruciante memoria del passato. Il premier Rajoy ha fatto il pieno dei consensi di destra. Mentre il mondo socialista, non potendo smarcarsi dall’unità del paese, ne uscirà ancora più in condizione critica.

Al secondo caso corrispondono situazioni quale quella francese. Emmanuel Macron ha tenuto recentemente un grande discorso «europeista», ma tutto centrato sul ritorno nazionale della Francia. Una contraddizione in termini. Un discorso che gli serve per tenere assieme la sua leadership più che per puntare davvero a quella europea; per concorrervi servono sacrifici e una visione d’insieme, più che facili incassi nazionali.

Lo sa bene Angela Merkel, che in questi anni ha pur sacrificato qualcosa dell’interesse tedesco per tenere assieme la doppia leadership. Ma quel qualcosa, fuori da uno schema autenticamente europeista, ha finito coll’essere percepito come troppo all’interno (in particolare sulle politiche migratorie) e troppo poco all’esterno (sulle strategie finanziarie). Colpisce infine il rigurgito nazionalista a base etnico-religiosa in Polonia e puramente populista in Austria. Quello polacco può essere definito un equivoco cattolico che ha radici lontane, culturalmente irrisolte. Quella commistione di spirito religioso di matrice cattolica e di nazionalismo che è divenuto dall’Ottocento in poi una vera e propria ideologia politica.

«Rozaniec do granic» («il rosario alle frontiere») è il nome di un’iniziativa «principalmente religiosa e spirituale», ha sottolineato l’episcopato, effettuata il 13 ottobre scorso, lungo i confini orientali del paese, cui hanno partecipato più di un milione di persone, ma che di fatto si è trasformata, forse al di là delle intenzioni dei promotori, in una «dichiarazione di guerra» contro «il male» che oggi mina i valori fondanti dell’Europa e contro l’avanzata islamista che «porta nemici e terrorismo». «Un muro» di protezione intorno ai confini del paese.

Le ragioni storiche del passato debbono essere ricomprese. Farne memoria non significa riproporle selettivamente e proiettarle come modello del futuro. L’ideologia e la nostalgia, infatti, portano solo lutti e miseria. Per questo è necessario il progetto Europa.

 

Gianfranco Brunelli

Tipo Articolo
Tema Politica Vita internazionale
Area EUROPA
Nazioni

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