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Attualità
Attualità, 2/2017, pag. 21

Francia Chiesa – Aborto: delit d’entrave

Web: gli ostacoli e la libertà

Mario Chiavario

Ostacolo, impedimento, in-tralcio. Non da oggi, nel linguaggio giuridico francese il termine entrave è largamente usato nel campo del diritto del lavoro, dove serve a raccogliere sotto un’unica denominazione – «délits d’entrave», appunto – diverse specie di reati, direttamente o indirettamente lesivi delle libertà sindacali. Da qualche tempo, però, in Francia è altresì denominata «délit d’entrave» una specie assai diversa d’infrazione: quella oggi prevista dal Code de la santé publique all’art. 2.223-2, che punisce comportamenti accomunati dalla finalità (realizzata o anche soltanto perseguita dai loro autori) d’impedire a una donna di abortire o di compiere attività preliminari all’intervento oppure di ottenere informazioni al riguardo.

15 gennaio 2017.

Ostacolo, impedimento, in-tralcio. Non da oggi, nel linguaggio giuridico francese il termine entrave è largamente usato nel campo del diritto del lavoro, dove serve a raccogliere sotto un’unica denominazione – «délits d’entrave», appunto – diverse specie di reati, direttamente o indirettamente lesivi delle libertà sindacali.

Da qualche tempo, però, in Francia è altresì denominata «délit d’entrave» una specie assai diversa d’infrazione: quella oggi prevista dal Code de la santé publique all’art. 2.223-2, che punisce comportamenti accomunati dalla finalità (realizzata o anche soltanto perseguita dai loro autori) d’impedire a una donna di abortire o di compiere attività preliminari all’intervento oppure di ottenere informazioni al riguardo.1

Nella versione originaria la norma – introdotta con la Legge Neiertz del 1993, quasi vent’anni dopo che, nel 1975, la Legge Veil aveva operato la prima, e alquanto limitata, depenalizzazione dell’aborto – colpiva esclusivamente una ristretta cerchia di condotte, caratterizzate da un tasso, più o meno alto, di violenza, quantomeno psicologica: ostruzione all’accesso ai centri abortivi o alla libera circolazione al loro interno, nonché minacce o intimidazioni aventi a loro volta l’obiettivo di ostacolare un’interruzione volontaria di gravidanza.

A quell’epoca, d’altronde, era ancora in vigore una legge degli anni Venti del secolo scorso, nella parte in cui, raggruppandole sotto il nome di «provocation à l’avortement», sanzionava a sua volta penalmente pressioni o suggestioni dirette invece a indurre una donna ad abortire.

Per una breve stagione, si è così potuto parlare di un certo qual equilibrio (se non proprio di un parallelismo) normativo, giacché la previsione di quest’altro reato – nata come complementare a una legislazione radicalmente antiabortista, ma temporaneamente sopravvissuta allo smantellamento di questa – rimaneva come una sorta di contrappeso alla nuova norma incriminatrice, in un sistema che così puniva tutti coloro i quali dall’esterno mirassero, con violenze fisiche o morali, a influenzare in un senso o nell’altro le scelte delle donne.

A partire dal 2001, si sono però susseguite ulteriori riforme legislative, che hanno trasformato la previsione del «délit d’entrave à l’IVG» in strumento di un sistema mirante a scoraggiare, in misura sempre più massiccia, i condizionamenti nelle scelte delle donne, ma soltanto quando mirino a impedire o a sconsigliare gli aborti, lasciando invece campo libero agli stimoli, pubblici e privati, perché essi vengano praticati.

Non solo ne è stato pesantemente aggravato il regime sanzionatorio, venendosi a rendere obbligatorio – da facoltativo che era – il cumulo tra la pena detentiva (fino a due anni di reclusione) e quella pecuniaria (fino a 30.000 euro);2 ma, mentre si è soppressa la parallela incriminazione della «provocation à l’avortement», la categoria dei fatti punibili a titolo d’entrave si è sensibilmente ingrossata, sino a comprendere oggi, tra l’altro, le semplici «pressioni morali o psicologiche», se finalizzate alla dissuasione dall’aborto: siano esse esercitate nei confronti di medici o ausiliari operanti nei centri sanitari in cui si praticano interruzioni volontarie di gravidanza, oppure si rivolgano alle donne recatesi in quei centri per sottoporsi ad aborto o per informarsi al riguardo, ovvero a persone dell’entourage delle donne medesime.

Un progetto di legge controverso

Sinora, un limite era rimasto fuori discussione. Nella normativa in vigore a tutto il 2016, il «délit d’entrave à l’IVG» si trova infatti configurato esclusivamente in relazione a uno specifico contesto, per così dire fisico o spaziale: la dizione del codice sanitario è insomma chiara nel senso di postulare, per la punibilità dei comportamenti dissuasivi dell’aborto (quand’anche si traducano in pressioni morali o psicologiche), che essi si realizzino all’interno o nelle immediate adiacenze di un «établissement de santé» ben determinato, nel quale si pratichino, sia pur non necessariamente in quel momento, interruzioni di gravidanza.

È, però, proprio quel limite che potrebbe ora venir meno. Su iniziativa governativa dell’ottobre scorso, l’Assemblée nationale ha infatti approvato, il 1o dicembre, un progetto di legge volto a estendere la punibilità per il reato in questione al caso di «allegazioni o indicazioni», poste in essere «con qualsiasi mezzo, compresa la diffusione o la trasmissione per via elettronica o on-line», se «di natura tale da indurre intenzionalmente in errore, a fine dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche di un’interruzione volontaria di gravidanza».3

Il 7 dello stesso mese, per vero, la previsione è stata modificata dal Senato, cosicché dovrà essere una Commissione bicamerale a tentare di provvedere a una nuova redazione, da sottoporre a un secondo voto dei deputati, i quali avranno comunque l’ultima parola.

Nella versione senatoriale non si parla più espressamente d’induzione in errore né si menzionano specificamente i canali digitali. Tuttavia, dal fatto che si alluda pur sempre a pressioni morali o psicologiche esercitate «con qualsiasi mezzo» si arguisce che anche il testo emendato4 comporta, sia pure implicitamente, l’estensione all’ambito delle comunicazioni mediatiche, e in particolare a quelle via web.

D’altronde, dal raccordo con la restante formulazione dell’art. 2.223-2 del codice sanitario, emerge, altrettanto chiaramente, che il reato si perfeziona unicamente se le pressioni sono esercitate con finalità, per così dire, antiabortiste, mentre resta escluso se esse sono rivolte all’opposto scopo, di convincere la gestante ad abortire.

Vivaci – e talora infuocate – le discussioni suscitate dal progetto, dentro le aule parlamentari e fuori di esse. Robustamente sostenuto in particolare dal Partito socialista (asse portante della maggioranza di governo), esso palesa l’obiettivo di colpire strumenti massivi di una capillare propaganda dissuasiva dall’aborto, cui si imputa di essere spregiudicatamente ingannevole.

Il dibattito

Severe, d’altronde, le critiche, e di varia provenienza: in Parlamento, a cercare d’accaparrarsi il ruolo dei più strenui oppositori sono stati esponenti, «ortodossi» e non, della galassia lepenista, nel quadro delle battaglie a tutto campo che il Front national e altre formazioni di estrema destra conducono, in nome dei più disparati e contraddittori... valori tradizionali.

Viceversa, la destra moderata e il centrodestra hanno palesato non pochi distinguo al loro interno, sino a taluni espliciti pronunciamenti in favore del progetto di legge, in contrasto con la bocciatura prevalentemente espressa dai rispettivi gruppi.

Forte, ovviamente, la mobilitazione di associazioni e movimenti programmaticamente antiabortisti: in particolare, Alliance vita ha promosso una petizione, chiedendo al ministro della salute, Laurence Rossignol, «il ritiro immediato della minaccia del “délit d’entrave numérique”, incombente sulle associazioni che propongono soluzioni alternative all’interruzione volontaria di gravidanza» e «la completa cessazione della propaganda menzognera sul sito Internet ufficiale del governo e di ogni complicità governativa con le reti abortiste straniere», nonché «la diffusione delle informazioni sugli aiuti finanziari e sociali alle donne incinte, richiedenti consulenza in vista di un aborto, affinché l’aborto non sia una fatalità e per permettere loro di condurre la gravidanza fino al termine».

Forse, però, il fatto più significativo è dato dalle perplessità e dalle vere e proprie contestazioni sollevate anche da parte di persone e circoli favorevoli, in via di principio, alla legislazione abortista.

Particolare sensazione ha fatto la presa di posizione in tal senso del settimanale satirico Charlie Hebdo,5 ma di rilievo è da ritenersi soprattutto quella assunta da Le Monde con un editoriale del 3 dicembre: fortemente polemico, sì, contro «i militanti antiaborto (…) adattatisi all’era digitale», accusati di servirsi di siti Internet che, «sotto l’apparenza d’informazione e talvolta con l’aspetto di siti ufficiali sulla sanità, disinformano e colpevolizzano le donne che desidererebbero abortire», ma non meno netto – del resto in insolita sintonia, sul punto, con voci levatesi dall’arco parlamentare «moderato»6 nonché, come vedremo, con quella della Conferenza episcopale francese – nel dubitare della legittimità costituzionale della legge in fieri,7 messa in discussione, per la vaghezza di talune formulazioni testuali, in rapporto al principio di legalità dei delitti e delle pene, ma, soprattutto, posta sotto accusa a causa dell’ingiustificata compressione che ne deriverebbe per la libertà d’espressione.8

Disinformazione e opinioni dissenzienti

Com’è evidente, la tematica si raccorda a quella, più generale, dei rapporti tra verità e libertà nella gestione dei mezzi di comunicazione e d’informazione, divenuta più complessa – e, può ben dirsi, planetaria, in parecchie delle sue sfaccettature – da quando l’irrompere di risorse tecnologiche sempre più sofisticate ha consentito di diffondere, con capacità e velocità comunicative anteriormente impensabili, ogni genere di opinioni ma anche, sotto forma di notizie, vere e proprie «bufale», non di rado con danni cospicui, e talora irreparabili, per persone e istituzioni, per la salute collettiva, per le economie di uno o più paesi…9

Nello specifico, peraltro, l’iniziativa repessiva di cui qui ci si occupa si caratterizza, per qualche verso, in modo peculiare. Essa, come si è detto, concerne la trasmissione dei soli messaggi mediatici in funzione antiabortista e per contro, in tale ambito, presenta un raggio di potenziale applicazione notevolmente ampio, colpendo ben al di là delle operazioni palesemente menzognere o propriamente fraudolente,10 la cui repressione potrebbe pur dirsi giustificata (purché, comunque, in regime di par condicio e non a senso unico).

Nel mirino del legislatore risultano infatti, un’amplissima gamma di contenuti comunicativi: dalle messe in guardia sui possibili contraccolpi di un aborto sul fisico e sulla psiche di una donna alle proposte di alternative all’intervento; e, per far scattare la repressione penale, sarebbe sufficiente che vi si possano ravvisare – stando a una delle versioni uscite dal dibattito parlamentare – l’intenzione d’indurre in un qualunque «errore» oppure – alla stregua dell’altra versione – i connotati delle «pressioni morali e psicologiche».11

Nel primo caso, prende dunque concretezza il pericolo che la sanzione penale sia piegata a strumento di tutela unilaterale di verità ufficiali: e, ciò, in rapporto a un terreno sul quale è normale che s’intreccino cognizioni scientifiche e orientamenti di natura etica e al qual riguardo, pertanto, è quanto mai disagevole tracciare una linea di confine tra disinformazione e opinione dissenziente ed è anzi frequente la confusione, non sempre involontaria, tra dati veri e propri, previsioni, valutazioni: gli uni e le altre, del resto, non di rado oggetto di serie controversie nell’ambito della stessa comunità scientifica.

Nel secondo caso, venendo comunque meno la vigente limitazione alla punibilità, derivante dalla necessaria volontà dell’autore del messaggio d’incidere direttamente sui comportamenti di determinate persone concrete, è difficile sfuggire a un’alternativa: o la norma rimane del tutto priva di significato, oppure ogni sottolineatura di veri o presunti danni dell’aborto, così come quella di veri o presunti benefici delle alternative, rischia di venir considerata quale mezzo di «pressione» e in quanto tale sanzionata penalmente.

In ogni caso, la coloritura ideologica della norma in fieri, a detrimento di una impostazione autenticamente laica del problema delle possibili deroghe alla libertà di espressione, traspare dal silenzio che essa mantiene sui messaggi mediatici – come su altri comportamenti – favorevoli all’aborto, pur quando dovessero poggiare sulla base di premesse palesemente false e/o esprimersi in forma di... consigli dal tono perentorio e dalle ampie potenzialità suggestive.

La lettera di mons. Pontier: gesto e prospettiva inusuale

Sulla recente iniziativa legislativa è intervenuta ufficialmente, nell’imminenza del primo voto dell’Assemblée nationale, anche la Chiesa di Francia, mediante una lettera indirizzata il 22 novembre al capo dello stato, François Hollande, da monsignor Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale nazionale.12

Si tratta di un gesto inusuale e indubbiamente forte nell’entrare nello specifico di delicati equilibri tra le rispettive competenze delle istituzioni civili, sino a concludersi con un esplicito appello al presidente della Repubblica,13 sia pur espresso nella rispettosa forma della speranza, affinché egli, «sensibile alle libertà poste in causa, non lasci che una simile misura giunga al traguardo».14

Peraltro, quanto alle motivazioni che vengono date all’intervento, il documento si segnala per un approccio che – pur tutt’altro che compromissorio – si qualifica per un’impostazione e uno stile lontani da stampi clericali, con l’accento posto su un radicato patrimonio ideale di libertà e democrazia e con la centralità attribuita al bisogno di parlare e d’ascoltare, colto nella condizione drammatica di tante donne.

Vano, certamente, sarebbe cercare nella lettera un arretramento rispetto a quella che è la linea di fondo della Chiesa cattolica, di rigorosa difesa della vita nascente e di conseguente definizione dell’aborto come male oggettivamente gravissimo: così, non è taciuta la natura di atto «pesante e grave, che interroga profondamente la coscienza», quale l’interruzione volontaria di gravidanza «rimane, lo si voglia o no».

Ciò, tuttavia, non si proietta in parole inesorabilmente colpevolizzanti. Piuttosto, induce monsignor Pontier a porre subito al centro dell’attenzione le «situazioni difficili» in cui si trovano «numerose donne [le quali] esitano tra il tenere o no il figlio che portano» in grembo e «sentono il bisogno di parlarne e di cercare consigli», evidenziando come tra esse, «talvolta giovanissime», ve ne siano che «provano un autentico disagio esistenziale davanti a questa scelta drammatica, che sta per segnare tutta la loro vita».

Ed è proprio a tal proposito che la lettera rileva la contraddizione in cui è caduta, già in atto, la legislazione francese, giunta a rendere «legalmente inesprimibile» tale disagio sopprimendone ogni menzione nel dettato legislativo, dopo che lo si ebbe «a lungo invocato» per giustificare la legalizzazione dell’aborto, eretta a «eccezione al principio del rispetto di ogni essere umano sin dall’inizio della vita»: ultima tappa, a opera di una legge del gennaio 2016, la soppressione del termine dilatorio di una settimana, dianzi previsto per consentire una pausa di riflessione prima di un’eventuale decisione di abortire, cosicché «le donne non trovano più alcun sostegno ufficiale al loro interrogarsi in coscienza».

Luoghi d’ascolto e di dialogo

Soltanto a questo punto la missiva entra nel più immediato retroterra della nuova iniziativa legislativa, col ravvisare, in stretta relazione a quanto sin qui rilevato, l’adempimento di una funzione, per così dire,  compensativa (rispetto alle carenze di autentico dialogo nei luoghi di servizio istituzionali) l’attività svolta da quei «concittadini [che], riuniti in associazioni, hanno deciso di consacrare parte del loro tempo, particolarmente tramite strumenti digitali, all’ascolto delle donne esitanti o a disagio in rapporto alla possibile scelta di abortire».

Si potrà forse obiettare che nella realtà alcuni dei siti in questione, usando spesso un linguaggio sopra le righe, sembrano contraddire la certezza di potervi propriamente scorgere soltanto dei luoghi di confronto davvero sereno, dialogico e capace di offrire alternative davvero concrete e credibili. Ma come dar torto al presule quando rileva che comunque «il loro successo dimostra che rispondono a un’attesa» e, retoricamente, si domanda se «bisogna inquietarsene»?

Del resto, all’apertura di credito per quei siti fa subito seguito la constatazione di una varietà di atteggiamenti, riscontrabile in coloro che prendono contatto con essi. «Molte donne si rivolgono a quei siti dopo un aborto perché hanno bisogno di un luogo per verbalizzare ciò che è stato vissuto. Altre perseverano nel loro progetto di abortire, altre, infine, decidono di tenere il bambino».

Dunque, una «diversità di espressioni e di comportamenti, resa possibile dallo spazio di libertà costituito dai siti» suddetti, la cui presenza, di per sé, «induce alla riflessione»… Ma forse – Pontier osserva con ironia sottilmente polemica – è proprio questa la loro colpa, giacché «si vorrebbe invece che essi adottassero un atteggiamento favorevole di primo acchito all’aborto».

E ancor più ironici suonano due ulteriori interrogativi: «Per essere considerato un cittadino onesto occorrerebbe necessariamente escludere ogni alternativa all’aborto?» e «il minimo incoraggiamento a tenersi il bambino può essere correttamente qualificato come “pressione psicologica e morale”?».

È, in ogni caso, sul valore della libertà – e affermando con forza che a essere messi in discussione dalla proposta di legge sono proprio «i fondamenti delle nostre libertà e del tutto particolarmente la libertà di espressione che non può essere a più velocità a seconda degli argomenti» – che l’arcivescovo di Marsiglia pone l’accento nelle sue considerazioni finali.

Perlatro, il richiamo alla libertà è, per così dire, pluridimensionale: da un lato, infatti, mons. Pontier osserva che la creazione del delitto d’«entrave numérique» all’interruzione volontaria di gravidanza, nel restringere gli spazi di dialogo accessibili dalle dirette interessate, renderebbe l’atto «sempre meno volontario, cioè sempre meno “libero”»; dall’altro, vi coglie «un precedente grave di limitazione della libertà d’espressione su Internet, limitazione tanto più grave in quanto attiene a questioni di libertà di coscienza»: insomma, «una lesione gravissima ai principi della democrazia».

Uno stile di Chiesa nella casa di tutti

È, dunque, essenzialmente in nome della laica libertà d’espressione, che monsignor Pontier rivendica il diritto di singoli e gruppi di far sentire, anche con gli strumenti delle tecnologie più avanzate, voci dirette a dissuadere dall’aborto.

È questa una imbelle rinuncia a rivendicare, di fronte alle istituzioni civili, i «diritti della verità»? Oppure, al contrario, mero espediente tattico, quasi una riformulazione aggiornata della teoria ottocentesca dell’«ipotesi» e della «tesi», con riserva di tornare a dettare dei veri e propri diktat in contingenze più favorevoli? O non, piuttosto, frutto della consapevolezza che anche il cristiano è chiamato a muoversi, nella «casa di tutti», né più né meno che esercitando e sostenendo i diritti e accettando i doveri di tutti?

Dopo la Dignitatis humanae e le prese di posizione degli ultimi papi – e, dunque, non solo per via del regime di netta separazione dallo stato cui la Chiesa di Francia ha dovuto adeguarsi – si dovrebbe dare per scontato che quest’ultima lettura sia l’unica corretta e impegnativa a ogni livello, sebbene i pregiudizi, in un senso e nell’altro, siano sempre duri a morire (e per quanto non sia un mistero che anche nel clero francese, alto e basso, e a prescindere dai seguaci del lefebvrismo, vi sono rilevanti sacche di nostalgici di una teocrazia, più o meno... temperata).

Forse ancor più stimolante – e in qualche modo spiazzante rispetto a tanti luoghi comuni – è però l’approccio che la lettera palesa nei confronti delle donne che hanno abortito o che s’interrogano sul loro proposito di abortire.

A esserne sottolineato è il bisogno d’attenzione e d’ascolto (pluralistico e non burocratico o a senso unico) per il «disagio esistenziale» spesso provocato da quell’evento o da quel proposito. E quel bisogno è, sì, giustamente addotto tra i motivi di contestazione del progetto legislativo di cui si discute e a sostegno dell’esigenza che a ogni donna in difficoltà sia garantita la possibilità di ascoltare (e di farsi ascoltare da) voci diverse, e non solo quelle d’incoraggiamento alla scelta che, più o meno dubbiosamente, hanno in animo.

Tuttavia, la prospettiva problematica suona altrettanto (e forse ancor più) significativa se si pensa che essa può riflettersi all’interno della comunità ecclesiale, quale sintomo di un certo modo di essere Chiesa.

A pena di una clamorosa incoerenza, non può infatti non discenderne un forte impegno che i vescovi francesi implicitamente assumono, a un ascolto (autentico), a una comprensione (non di mera facciata), a un rispetto (effettivo) per la varietà di tensioni e di pulsioni di cui può essere fatto quel disagio esistenziale, e quale che sia la scelta finale di chi lo vive o l’ha vissuto.

Sintonia con il papa

Da questo punto di vista, e pur nella palese diversità tra le rispettive platee dei destinatari delle due prese di posizione, non sembra azzardato scorgere, in quella dell’episcopato transalpino, una profonda sintonia con la recente risoluzione dell’attuale pontefice, di ricalibrare l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti di chi si sia assunta la responsabilità di un aborto.

Certo, neanche il papa si è piegato – come letture tendenziose o quantomeno superficiali della Misericordia et misera hanno potuto suggerire – a una condiscendenza di basso profilo, globalmente e genericamente indulgenziale, sul problema, quasi egli andasse a rimorchio di correnti di pensiero oggi dominanti.

L’accento posto, anche a questo riguardo, su una misericordia (che oltretutto non si confonde affatto con un buonismo di maniera) va di pari passo con la conferma di un giudizio severissimo sull’atto, in sé considerato:15 giudizio di per sé in contrasto con tante normative statali e prassi applicative, specialmente in quanto sono andate ben al di là di ciò che, nelle parole di certi promotori e certi sostenitori, sembrava costituire l’obiettivo delle leggi degli anni Settanta, quando si parlava di una depenalizzazione che, ponendo fine a un’impietosa criminalizzazione delle donne e anche al fine di far fronte al dilagare degli aborti clandestini, lasciasse però intatta la considerazione pubblica dell’aborto come un male sociale e come extrema ratio.16

Oggi, tende nettamente a prevalere la convinzione che l’interruzione volontaria di gravidanza costituisca oggetto di un diritto, da considerare tra i diritti propriamente «fondamentali» e comunque intangibile;17 ed è come strumento per «consolider le droit à l’avortement» che lo stesso progetto per l’estensione del «délit d’entrave» è stato concepito.18

Non può sorprendere che, specialmente di fronte a derive del genere, la Chiesa (ma non solo essa) nutra viva preoccupazione. È però importante che la Chiesa – venendo da un passato nel quale, sul problema, si è presentata, pressoché esclusivamente, nelle vesti del legislatore e del giudice implacabili, confinando le donne al ruolo di meri oggetti di un divieto inderogabile e di una sanzione tra le più brucianti per chi si senta appartenente alla comunità dei credenti – avverta il bisogno di non limitarsi a ripetere condanne.

Sembra coglierlo, implicitamente ma trasparentemente, monsignor Pontier, nel suo mettere al centro dell’attenzione la condizione della donna che si trovi di fronte a quella scelta e che ponga, anche in silenzio, domande di ascolto e di dialogo: per tali domande, in effetti, il vescovo non potrebbe chiedere risposte dalle pubbliche istituzioni e dalla società civile se non le avvertisse altresì, e anzitutto, rivolte ai pastori di anime quale egli è.

Nella lettera apostolica di Francesco quel bisogno viene in risalto in altro modo, ma con non minore evidenza e con maggiore ampiezza di potenziali conseguenze, tramite la decisione d’attribuire stabilmente «a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto», già concessa temporaneamente in occasione del Giubileo.19

È la fine di una riserva specialissima ai soli vescovi o loro delegati, a suo tempo voluta – in collegamento con la comminazione della sanzione canonica della scomunica – per consacrare inequivocabilmente un’estrema ripulsa dell’aborto quale soppressione di una vita innocente, ma sempre meno comprensibile, tanto più se messa a confronto col diverso trattamento riservato ad altre, gravissime lesioni del diritto alla vita.

Con la soppressione del necessario passaggio attraverso un iter che rischiava di essere percepito come prevalentemente disciplinare e burocratico e che comunque metteva in evidenza soprattutto il peso dell’autorità gerarchica, si rivalutano così le risorse, appunto di un ascolto e di un dialogo più autentici, che, se bene esercitato, il comune ministero sacramentale della riconciliazione può far fiorire, specialmente in casi delicati come questi, attraverso una vicinanza effettiva e un colloquio davvero fraterno.

Certamente, non è e non sarà facile conciliare una ferma resistenza alle sempre più forti tendenze alla banalizzazione dell’aborto e un’altrettanto necessaria conversione del tradizionale atteggiamento della Chiesa, in questo come in tanti altri campi, verso l’universo femminile: continuando, sì, in particolare, a mettere l’accento sulla necessità della difesa di un soggetto «debole e senza voce» per eccellenza, qual è quella della vita nascente, ma senza farne un alibi o una scusante per ignorare o sottovalutare tutti gli altri aspetti del dramma che una maternità, in certe situazioni, può comportare e per mettere in secondo piano la personalità e la dignità della donna quale soggetto sulla quale, in ultima analisi, pesa la responsabilità di una certa scelta.

Specialmente se si guarda al contesto, il gesto del papa appare dunque non solo come un impegno personale ma anche come un incitamento a far sì che la Chiesa tutta, oggi e domani, si avvii su un cammino di sensibilizzazione, sempre più convinta e convincente, per l’effettiva, complessa entità e per le dimensioni reali di quello che è un gigantesco problema dell’umanità, evitando di rimanere chiusa nel fortino costruito da soli giudizi, più o meno orgogliosamente rivendicati e ribaditi.

 

Mario Chiavario

Tipo Articolo
Tema Bioetica Politica
Area EUROPA
Nazioni