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Attualità
Attualità, 20/2017, pag. 579

Italia – Mafia: morto Riina

Gian Carlo Caselli

Guai a dimenticare che Cosa nostra (al di là di questo o quel capo, foss’anche un capo dei capi come Riina) rimane prima di tutto un collaudato sistema di potere, un’organizzazione con una grande capacità di corruzione e condizionamenti in ogni dove.

Dopo quasi 25 anni di detenzione, è morto in carcere Salvatore (Totò) Riina. In un libro-intervista di Saverio Lodato, il «protopentito» di Cosa nostra, Tommaso Buscetta – che conosceva molto bene Riina – ha detto di lui «che non sa parlare ma è intelligente».1 Era però un’intelligenza tutt’affatto criminale, spietata e feroce, che gli consentì di portare avanti – anno dopo anno – una strategia sfociata in un controllo egemonico, totalizzante, dell’organizzazione mafiosa, prima del suo arresto certamente la più potente al mondo.

Riina cominciò con la diabolica accortezza d’inserire una persona di sua assoluta fiducia in ogni «famiglia» mafiosa. Finché fu pronto per eliminare tutti i suoi avversari o costringerli a scappare. E fu la (terza) guerra di mafia, avviata negli ultimi anni Settanta e condotta con crudeltà negli anni successivi, che lasciò dietro di sé un migliaio di morti ammazzati.

Nel contempo Riina operò la sistematica eliminazione d’ogni soggetto che per un verso o per l’altro ne ostacolava l’azione. Abbattuti tutti i vertici istituzionali (carabinieri, poliziotti, magistrati, politici, fino al prefetto di Palermo), insieme a giornalisti, imprenditori, esponenti della società civile. Una vera ecatombe, mai vista in nessun altro paese democratico.

Intanto però Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (con gli altri magistrati del pool di Palermo, creato da Rocco Chinnici e perfezionato da Nino Caponnetto) stavano dando una decisa scossa allo stato. Il maxiprocesso – un vero capolavoro investigativo-giudiziario, fondato su un metodo di lavoro nuovo e vincente – forniva la dimostrazione che la mafia non è invincibile.

La sua «proverbiale» impunità rivelava piedi d’argilla. Riina cercò in ogni modo di sabotare il processo, ma non vi riuscì. Per la prima volta nella storia d’Italia, Cosa nostra doveva subire pesanti condanne definitive per decine di mafiosi anche di «rango».

Abbiamo temuto per la nostra democrazia

La reazione di Riina fu rabbiosa. Dopo aver fatto intendere a coloro che nella sua ottica criminale lo avevano tradito che questo affronto sarebbe stato punito (il primo segnale fu l’omicidio di Salvo Lima), Riina decise d’alzare il tiro colpendo, con le scorte, Falcone e Borsellino, responsabili del nuovo corso antimafia.

Per ucciderli organizzò le stragi del 1992 a Capaci e in via d’Amelio. Fece sventrare un’autostrada e un quartiere di Palermo. Due attentati di violenza inaudita, che al di là delle vittime materiali puntavano dritto al cuore dello stato. Nino Caponnetto disse che «era tutto finito, non c’era più niente da fare». In questo modo esprimeva un’angoscia che era dell’intero popolo italiano. Temevamo che la nostra democrazia stesse per trasformarsi in un orrendo narco-stato o stato mafia, dominato da un bestiale potere stragista.

Per fortuna, superato l’iniziale pesante disorientamento, facendo «squadra» tutti quanti insieme, siamo riusciti a risollevare la testa e a non precipitare nel baratro in cui Cosa nostra, con le stragi, voleva cacciarci. Personalmente, è in questo contesto che decisi di chiedere il trasferimento da Torino a Palermo. Una scelta difficile, che rivendico (senza presunzione) con orgoglio.

Con fatica, ciascuno contribuendo dal suo versante, un passo dopo l’altro, abbiamo fatto resistenza, abbiamo innalzato un argine che ha impedito alla mafia di prevalere. Senza retorica né esagerazione, abbiamo salvato la nostra democrazia da un tracollo irreversibile. Il primo passo di questo percorso, il 15 gennaio 1993, è stato proprio l’arresto di Riina, latitante da circa un quarto di secolo. L’inizio di un progressivo indebolimento di Cosa nostra e insieme un bel po’ d’ossigeno per la democrazia in pericolo.

Dopo Riina, altri arresti eccellenti (Brusca, Bagarella, Aglieri, Spatuzza, i Ganci, i Graviano... per fare solo alcuni nomi di un elenco interminabile). Processi e condanne come non mai (tra l’altro, 650 ergastoli). Soprattutto, processi – Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri i principali – che hanno affrontato il nodo nevralgico del patto di scambio fra mafia e settori della politica, dell’imprenditoria e della massoneria.

La spina dorsale del potere mafioso sono queste relazioni torbide, caratterizzate da un susseguirsi di rapporti – a seconda della stagione – di coesistenza, o di compromesso o di alleanza, talora anche di conflitto. È un aspetto centrale della storia di Cosa nostra, dalla strage di Portella della Ginestra fino agli scenari attuali. Anche di questo aspetto Riina è stato protagonista. Ed è per tutti i motivi fin qui elencati che il suo arresto ha costituito un svolta storica.

Con la sua scomparsa certamente gli equilibri di Cosa nostra cambieranno. Ma guai a dimenticare che Cosa nostra (al di là di questo o quel capo, foss’anche un capo dei capi come Riina) rimane prima di tutto un collaudato sistema di potere, un’organizzazione con una grande capacità di corruzione e condizionamenti in ogni dove.

 

Gian Carlo Caselli *

 

* Dopo aver vinto il concorso in magistratura nel 1967, Gian Carlo Caselli è giudice istruttore penale presso il Tribunale di Torino e si occupa di reati di terrorismo (Brigate rosse e Prima linea). Dal 1986 al 1990 fa parte del Consiglio superiore della magistratura. Dal 1993 al 1999 è procuratore della Repubblica di Palermo. Da luglio 1999 sino a marzo del 2001 è direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A marzo 2001 è nominato rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Dopo aver ricoperto il ruolo di procuratore generale presso la Corte d’appello di Torino, dal settembre 2002, diviene procuratore capo della Repubblica di Torino il 30 aprile 2008. Il 18 dicembre 2013 lascia la magistratura a seguito del pensionamento (ndr).

1 S. Lodato, La mafia ha vinto. Intervista con Tommaso Buscetta, Mondadori, Milano 2007.

Tipo Articolo
Tema Politica Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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