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Attualità
Attualità, 12/2018, 15/06/2018, pag. 321

Politica in Italia: il governo delle avventure

Nasce l’esecutivo Lega – 5Stelle. Un’incognita per il paese

Gianfranco Brunelli

Dopo una crisi politica e istituzionale, lunga 89 giorni, nasce in Italia un governo social-nazionalista, formato da Lega e Movimento 5Stelle. I due partiti che hanno ottenuto il risultato elettorale migliore alle elezioni del 4 marzo, pur essendo stati sin qui elettoralmente e politicamente in competizione, hanno firmato un contratto di governo che cerca d’assemblare le parti propagandistiche più vantaggiose dei rispettivi programmi.

 

Dopo una crisi politica e istituzionale, lunga 89 giorni, nasce in Italia un governo social-nazionalista, formato da Lega e Movimento 5Stelle. I due partiti che hanno ottenuto il risultato elettorale migliore alle elezioni del 4 marzo, pur essendo stati sin qui elettoralmente e politicamente in competizione, hanno firmato un contratto di governo che cerca d’assemblare le parti propagandistiche più vantaggiose dei rispettivi programmi.

Hanno poi affidato a una figura terza, non eletta, sconosciuta e del tutto digiuna di politica, il prof. Giuseppe Conte, la presidenza del Consiglio dei ministri. Il messaggio è chiaro: il nuovo governo è un governo Salvini-Di Maio. Conte è il portavoce di un programma precotto.

Il percorso della crisi ha conosciuto momenti di scontro molto duri tra i due partiti vincitori e la presidenza della Repubblica. A un certo punto i 5Stelle hanno minacciato la messa in stato d’accusa del presidente Mattarella; Lega e Fratelli d’Italia hanno gridato al golpe. La crisi politico-istituzionale forse poteva essere dipanata diversamente dal presidente della Repubblica. Ma una volta intrapresa la strada di non affidare direttamente l’incarico, prima al centro-destra poi ai 5Stelle, dividendoli, per evitare di tornare immediatamente alle urne non c’era altro da fare. Così, forse, si è arrivati là dove non si voleva andare.

Un cambio d’epoca

Ora tutto cambia. E non è per poco. L’accordo tra due soggetti politici antisistema o anti-establishment, pur presentando contraddizioni, può durare. La loro volontà di potere è forte. Al di là dell’accordo di governo, certamente i due soggetti politici non declineranno facilmente. Quando movimenti antisistema giungono saldamente in area di potere pur di consolidare il loro risultato sono disposti a molto, anche ad atteggiamenti e decisioni non democratiche.

E in questo momento l’accordo di potere tra Lega e 5Stelle descrive uno scenario politico nel quale le opposizioni sono sostanzialmente afone (Forza Italia) o fuori gioco (il Partito democratico). Ma soprattutto queste forze oggi hanno il consenso di una larga parte della popolazione, esprimono seppur in forma reazionaria un cambiamento sociale e culturale profondo. Un cambiamento antropologico.

Vi sono affinità ideologiche e differenze d’interesse tra i due soggetti. Ma vi è una diversità fondamentale. Di tipo strutturale. Relativa alla forma partito. La Lega è un partito fortemente centralizzato, strutturato e radicato territorialmente (soprattutto nel Centro-nord), con un chiaro disegno politico e un leader oggi indiscusso.

Il Movimento 5Stelle, pur essendo elettoralmente il doppio, non ha una linea politica definita, ha un leader debole che si è legato al «governismo», cioè all’idea di non potere non stare al governo per risolvere la propria fragilità e consolidarsi. I 5Stelle vivono del mito narrativo della propria «diversità». Una diversità politica che è espressione di una diversità morale. È la differenza morale che introduce il principio di superiorità come elemento fondativo della propria legittimazione politica. In questo senso vi sono analogie tra i 5Stelle e la vicenda comunista italiana.

Tra le affinità ideologiche vi è certamente il «sovranismo», o «neo-nazionalismo», frutto di una diffidenza o, per dirla con Max Scheler, del ressentiment per l’Occidente e per diversi aspetti della società aperta e globalizzata, e l’esaltazione della «comunità» locale contro la minaccia del diverso e dello straniero, l’esaltazione del «popolo» contro ogni tipo di élite.

Il collante è l’ostilità nei confronti della democrazia liberale rappresentativa, nel vagheggiamento di una democrazia diretta, espressione autentica del popolo. L’ostilità nasce dalle conseguenze indotte dal parziale fallimento dell’ideale illuminista e umanista di una società universale basata sul commercio, fallimento accelerato negli ultimi tre decenni da un febbrile processo neoliberista di globalizzazione. La rivoluzione degli anni Ottanta e Novanta è in parte fallita, aggravando tensioni e contraddizioni e facendo emergere forze ostili a ogni dimensione istituzionale e democratica.

È l’ostilità alla democrazia liberale, alle sue garanzie, ai suoi equilibri di potere, cioè di libertà che spiega anche la furia giustizialista. Giustamente, annotava sul Corriere della Sera Angelo Panebianco, fino «alla proposta di abolire la prescrizione nei reati» «non erano arrivati neppure i fascisti».

Ma si tratta di sentimenti diffusi e trasversali, oggi maggioritari, espressi in Italia non diversamente che nelle elezioni di Trump negli Stati Uniti, o nella Brexit. Il «sovranismo» produce atteggiamenti analoghi nei confronti dell’Europa e dell’euro, dei trattati e delle alleanze internazionali. Anti europei, anti euro, anti atlantici, anti liberalizzazione dei commerci e dei mercati. Solo che fermare (piuttosto che governare) tutto questo forse non è possibile ed è certamente disastroso.

L’egemonia salviniana

Le ragioni profonde attengono anche allo sfascio istituzionale italiano. I vincitori del 4 marzo 2018 avevano già vinto il 4 dicembre 2016. Non essere riusciti a chiudere un’adeguata riforma istituzionale ha fatto la differenza. Ed è, ad esempio, la differenza tra noi e la Francia.

Vi sono certamente differenze di interessi tra i due governanti. La Lega è un partito di nuova destra, che sta egemonizzando il vecchio centro-destra su una posizione più radicale. Non può ancora correre a livello elettorale da sola. Forza Italia è ancora utile in diverse aree. Ma l’obiettivo di Salvini è di sussumere sia Forza Italia, sia Fratelli d’Italia. Questo secondo alleato è certamente più debole di Berlusconi. Ideologicamente più arretrato di Alleanza nazionale di Fini, che aveva un disegno simile a quello odierno di Salvini, quando Berlusconi ricopriva lo spazio liberale e la Lega di Bossi quello autonomista, il partito della Meloni si trova fuori gioco. In perenne rincorsa delle posizioni di Salvini.

I 5Stelle non sono una componente né di destra, né di sinistra. Sono una «cosa incerta», che nasce dagli errori della sinistra e in ragione della propria dimensione reattiva o reazionaria prende voti in maniera trasversale.

Vi è poi un diverso insediamento territoriale e sociale dei due partiti. Anche se entrambi prendono voti su un piano nazionale. In particolare la Lega rimane prevalentemente nordista, mentre i 5Stelle sono prevalentemente sudisti. Anche le due proposte simbolo dei due soggetti, la flat tax (Lega) e il reddito di cittadinanza (5Stelle), confermano le rispettive posizioni. Pensioni e immigrazione sono idee progressivamente condivise anche dai 5Stelle, ma esse sono in origine e sono governate da Salvini.

In particolare il tema dell’immigrazione è destinato a caratterizzare questo governo come un governo Salvini. Su questo terreno – meno oneroso della flat tax e delle pensioni per le quali mancano le risorse – il leader leghista intende porre lo scontro con l’Europa, con la quale tuttavia non può rompere definitivamente, pena la perdita della sua base sociale imprenditoriale. Su questo terreno egli intende, in una sorta di campagna elettorale permanente, andare allo scontro con le organizzazioni non governative a livello internazionale e cavalcare il tema della paura della difesa dei confini, dell’identità nazionale. Fino a mettere in conto uno scontro con la stessa Chiesa cattolica, convinto di riscuotere un certo consenso anche tra i cattolici.

Più disastrato è il fronte delle opposizioni. Forza Italia più che all’opposizione è alla finestra. Sta a guardare, spera in un fallimento del progetto Salvini. Ma anche Berlusconi ha bisogno di Salvini: su un piano politico non può fare saltare le alleanze in tutti gli enti locali e regionali; e su un piano personale ha bisogno di essere difeso dal giustizialismo dei pentastellati.

Rimane il Partito democratico (PD). Solo il PD, un PD solo. Il resto della sinistra ex comunista è sostanzialmente fallita. Il PD ha il problema della leadership. Renzi non può più essere il leader, anche se di fatto rimane il più presente ai fatti politici, e sin qui altri leader non si sono manifestati. Vi è poi un problema di linea politica. Renzi nei suoi interventi ha manifestato una linea d’opposizione. Se il PD vuole ricostruire un polo contrapposto ai «sovranisti», stanti le difficoltà berlusconiane e della sinistra ex PCI, deve costruire una linea alternativa di nuovo centro-sinistra che aspiri a governare. Dopo il governo delle avventure, il cui esito rimane incognito. Ci auguriamo non drammatico.

 

Gianfranco Brunelli

 

 

1 Dal voto del 4 marzo non esce nessuna maggioranza capace di votare la fiducia a un proprio governo. Vincono i 5Sstelle che prendono da soli il 32,7% dei consensi e il centro-destra, che unito arriva al 37%. Nello schieramento di centro-destra la Lega è il primo partito. Ed è questo che cambia tutto. Salvini avvia da subito un accordo tra pentastellati e centro-destra per eleggere i presidenti di Camera e Senato: Roberto Fico ed Elisabetta Alberti Casellati. L’accordo dà il via al primo giro di consultazioni, ma è un nulla di fatto. Allo stesso modo i due mandati esplorativi, affidati alla Casellati prima e a Fico poi. Le posizioni si cristallizzano, Forza Italia cerca di riacquistare un ruolo nell’incontro/scontro tra Di Maio e Salvini. Non si arriva ad alcuna soluzione. I 5Stelle, forse incoraggiati anche dal Quirinale, cominciano a pensare al PD. I dem si dividono tra disponibili e non. Renzi, che ancora controlla una parte significativa del partito, conferma il «no» alla proposta di un accordo politico. Mattarella in un passaggio ufficiale sottolinea l’urgenza di dare un esecutivo al paese e avanza l’ipotesi di un «governo neutrale» che porti alle elezioni, ma disponibile a farsi da parte di fronte a una eventuale maggioranza. Gli equilibri tra Di Maio e Salvini si modificano. Entrambi decidono di fare un passo indietro rispetto alla premiership. Trovano un’intesa su un programma. Sarà il prof. Giuseppe Conte a guidare il nuovo esecutivo. Poi sul nome del prof. Savona, euroscettico, possibilista sull’uscita dell’Italia dall’euro, la partita si blocca. Mattarella non accetta Savona. Salvini non arretra. Il braccio di ferro con il Colle si protrae fino al 27 maggio. Nessuno cede. Il premier incaricato Conte sale al Quirinale e scioglie negativamente la riserva. Un altro fallimento. Lo spread s’impenna. Il presidente Mattarella convoca l’economista Carlo Cottarelli e conferisce un nuovo incarico. Poi l’accelerata di Salvini e Di Maio, che il governo lo voglio fare, congela l’incarico a Cottarelli. Savona resta il nodo. Si modifica parzialmente lo schema. Il prof. Giovanni Tria al ministero del Tesoro, all’economista Paolo Savona il dicastero delle Politiche comunitarie. Cottarelli sale due volte al Colle e rimette il mandato. Conte, che nuovamente riceve l’incarico, presenta contestualmente la lista dei ministri. Poche ore e si giura. Appena in tempo per la festa del 2 giugno.

2 A. Panebianco, «Il nuovo governo un’alleanza conflittuale», Il Corriere della sera, 1.6.2018.

Tipo Articolo
Tema Politica
Area EUROPA
Nazioni

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