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Attualità
Attualità, 16/2018, 15/09/2018, pag. 449

Chiesa cattolica - Crisi della pedofilia: è urgente

Per sé e per tutti

Il Regno

Quello della pedofilia è un tema di portata generale e fondamentale per la Chiesa. E questo, oltre alla difficoltà nel darsi un metodo per affrontarlo, ha esposto l’istituzione ecclesiastica non solo a una (comprensibile) messa in discussione esterna, ma anche a una strumentalizzazione interna, ora mossa da interessi del tutto meschini, ora da disegni più raffinati ma che mirano a ridefinire equilibri di potere e mettere in questione il papa stesso.

 

La pedofilia, gli abusi e le violenze sessuali praticati da ecclesiastici su giovani e giovanissimi sono progressivamente diventati un fatto dirompente per la Chiesa. All’interno e all’esterno. A tal punto da mettere in questione la credibilità dell’istituzione e la sua stessa autorità. La percezione del male è come cresciuta con la sua notizia, la sua evidenza con la sua consapevolezza.

È un tema di portata generale e fondamentale per la Chiesa. E questo, oltre alla difficoltà nel darsi un metodo per affrontarlo, ha esposto l’istituzione ecclesiastica non solo a una (comprensibile) messa in discussione esterna, ma anche a una strumentalizzazione interna, ora mossa da interessi del tutto meschini, ora da disegni più raffinati ma che mirano a ridefinire equilibri di potere e mettere in questione il papa stesso.

Lo spettacolo è quello di pezzi dell’istituzione che si sbranano vicendevolmente.

Così si rischia di distrarsi dal problema centrale e di rendere comunque ogni tentativo di risposta ancora più difficile e, di fronte all’opinione pubblica, più ambiguo o insufficiente.

Non basta affermare che la pedofilia tocca anche altre confessioni, religioni e l’insieme delle società. La Chiesa deve affrontarla in sé, per sé e per tutti. Deve togliere ogni nuovo alibi a quelle culture che – sorte in seno alla stessa tradizione cristiana – non si limitano, come nello scontro della modernità, a un’opposizione per l’emancipazione dalle autorità sacrali, ma ricercano una progressiva estromissione del cristianesimo.

Per sé e per tutti, se vuole rimanere credibile nella denuncia storicamente necessaria dei nuovi idoli, dei nuovi miti che rendono nuda la vita.

Verrebbe da dire, con san Paolo, «il mistero dell’iniquità è già in atto» (2Ts 2,7)! Nella Chiesa stessa. Perché questi fatti mostrano la presenza di una parte, seppur minoritaria, dell’istituzione che genera essa stessa il contrario della sua vocazione: una corruzione del cristianesimo.

Numerosi rapporti d’indagine e singoli scandali hanno fatto emergere in molti luoghi una situazione endemica in atto da tempo. L’istituzione ecclesiastica ha cominciato a occuparsene nel corso degli ultimi tre pontificati con crescente consapevolezza e fermezza, anche se con provvedimenti che si sono rivelati non sempre efficaci, anche a motivo di un’applicazione parziale e incoerente. È mancata sin qui una strategia generale, che tenesse assieme visione ecclesiale, riordino canonistico, denuncia di responsabilità, provvedimenti legali.

Il «comunicato» dell’ex nunzio mons. Viganò si è certamente rivelato più dettato dalla strumentalità che dal desiderio di «restituire la bellezza della santità al volto della sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». Si è voluto innescare uno scontro di potere, mettendo nuovamente a rischio di una nuova crisi l’autorità della Chiesa.

Chiedendo le dimissioni di papa Francesco, di fatto Viganò – o chi per lui – pretende di pareggiare il vulnus delle dimissioni di papa Benedetto. E poiché la crisi ultima che ha spinto il suo predecessore al grave passo era quella causata anche dalla pedofilia – e Benedetto per far uscire la Chiesa dalla crisi di legittimità a cui stava andando incontro pensò che forse un nuovo papa avrebbe potuto portare nuova legittimazione –, per fare pressione sul successore usa il medesimo argomento, ma allargando lo scandalo.

Viganò ha aspettato la pubblicazione della Lettera al popolo di Dio di Francesco e ha dato ad alcuni giornali il suo scritto all’indomani dell’incontro tra il papa e le vittime irlandesi, quasi a volere annullare l’effetto sia della lettera, che individua il fulcro della pedofilia nel clericalismo, sia delle lacrime versate in quell’incontro.

Il papa ha ascoltato le vittime e i loro racconti e ha pianto con loro. È questo un segno importante, perché il pianto è la preghiera più profonda, l’ascolto più vero del lamento della vittima, la condivisione del suo dolore e la più grande richiesta di perdono a Dio. Francesco sottolinea in questo dramma delle vittime il dramma della Chiesa e riconosce il loro primato, che la Chiesa nel suo complesso non ha ancora recepito. Le vittime vanno messe al primo posto: si è profanato il loro corpo e il loro spirito. Sono la carne ferita di Cristo, non uno spiacevole incidente da sbrigare o da demandare a un avvocato.

Riforma alle radici

Non da ora su queste pagine abbiamo sostenuto che le violenze sessuali su minori costituiscono per la Chiesa non solo un problema morale ma il campanello d’allarme di una disfunzionalità a livello sistemico, segnatamente ecclesiologico. Per dirla con le parole di un sacerdote statunitense, Richard Sipe, mancato in agosto: «Benvenuti a Wittenberg!». Infatti, gli eventi hanno ampiamente dimostrato che più per l’incapacità di riconoscere il livello generale del problema che per l’umana debolezza o depravazione di singoli si sono ripetuti nel tempo i fallimenti nella protezione dei minori e nel trattamento delle denunce.

L’Australia è oggi sotto accusa, quando esistevano linee guida sin dal 1996; gli Stati Uniti hanno vissuto la grave crisi del 2002 e nonostante questo si è lasciato che il card. McCarrick, mentre patteggiava per violenze sessuali, avesse un ruolo di primo piano nella stesura della Carta di Dallas per la protezione dei minori. In Italia si tace. In altri paesi, come in Irlanda, si è intrapresa una lunga via di guarigione. Oggi per la Chiesa tutta è urgente una riforma che deve toccare più aspetti insieme.

Nel 2013 indicavamo nell’affrontare la pedofilia la terza riforma necessaria dell’agenda di papa Francesco, dopo la curia e le finanze vaticane. Alcuni passi sono stati intrapresi, ma il fatto di non averli portati del tutto a termine li rende oggi irrinunciabili e in qualche misura più radicali.

Clericalismo. Se occorre combattere l’abuso di potere e il clericalismo, come Francesco ha scritto, occorre smantellare l’immagine sacralizzata del sacerdozio ordinato, rileggendo, come indica anche la biblista Anne-Marie Pelletier, la Lettera agli Ebrei (7,26) e la costituzione Lumen gentium, per sgomberare gli orpelli propri di una Chiesa piramidale più che «popolo di Dio».

Occorre costruire comunità vigilanti e accoglienti, formate sia nella vita di fede sia nel riconoscimento di quei segnali d’allarme che consentono la prevenzione dei comportamenti devianti.

Occorre trasformare profondamente i seminari, spostando nelle comunità il luogo del discernimento dei candidati al sacerdozio, del loro cammino, dello sviluppo della loro affettività (matura) e della loro crescita. Nonostante gli inviti anche di recenti documenti (la nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis e l’esortazione Amoris laetitia) la compresenza di figure maschili e femminili nella formazione dei futuri sacerdoti è cosa ancora troppo sporadica.

Uomini e donne. Occorre ripensare al ruolo del laicato che, all’interno del popolo di Dio, reso tale dal battesimo, è oggi in seconda fila o – all’opposto – funge da chierico di riserva. Se ne è parlato in questi ultimi tempi per i compiti e ministeri che non richiedono il sacramento dell’ordine (nemmeno il cardinalato…); come quelli negli organismi di supervisione – laddove esistono! – per il controllo dell’applicazione da parte dei vescovi delle normative sulla pedofilia e, da ultimo, per lo scarso ruolo delle donne.

Qui la Chiesa ha un problema specifico. Mentre la pedofilia chiama in causa la Chiesa e la società in generale allo stesso modo, sul ruolo della donna la prima paga un ritardo oggi inspiegabile, specie agli occhi delle nuove generazioni. La mera e massiccia immissione di donne nel governo della Chiesa non è una soluzione definitiva – anch’esse possono clericalizzarsi –, ma è un passo verso una concreta corresponsabilità battesimale nella diversità dei carismi e dei generi.

Se il dibattito sul sacerdozio femminile pare chiuso, ci si domanda come mai si sia ancora in attesa dell’esito del lavoro della Commissione pontificia sul diaconato delle donne.

Il corpo e la sessualità. Manca uno sguardo sul corpo e la sessualità che non sia né angelicato né moralista (qui il Sinodo sui giovani potrebbe dire la sua). E non ci si può voltare dall’altra parte di fronte all’immaturità psico-sessuale di tanti chierici, alla difficile gestione del celibato emersa dagli scandali, e a un’ancora acerba analisi circa l’omosessualità che di per sé non è causa di pedofilia. Non si tratta tanto dell’abolizione del celibato per il sacerdozio ordinato – frutto tuttavia di una norma modificabile –, quanto di un ripensamento che, evidentemente, non può essere effettuato solo da chi sceglie una vita celibe.

Il ruolo dei vescovi. Né indifferenza né omissione di fronte all’ingiustizia. Troppo spesso nelle cerchie clericali si è fatto prevalere il legame di solidarietà corporativa, ritenendo sufficiente applicare qualche canone. C’è da chiedersi se anche la norma canonica non debba tenere maggiormente conto della difesa e protezione delle vittime. Ne va della legittimità del diritto canonico stesso.

Proprio perché il vescovo è padre, ha a cuore tutti i suoi figli, vittime, innanzitutto, e colpevoli. Ciò significa dare credito ai primi e agire con giustizia. Ciò significa che è necessario che, laddove vi siano reati, egli faccia in modo che vengano puniti e, così come farebbe con dolore un buon genitore, possa anche denunciare un sacerdote, in casi estremi e per il suo bene.

Occorre chiarire a chi deve rispondere il vescovo, facendo comprendere che la distinzione (non facile) tra prudenza e giustizia, tra presunzione d’innocenza e protezione dei minori non può portare all’insabbiamento. La via aperta generosamente da Francesco con il motu proprio Come una madre amorevole ha trovato ostacoli nell’attuale diritto canonico; questo non può però essere una scusante per rinunciare a individuare alternative.

La Chiesa ha nel ritorno al Vangelo in sé, nella sua grande tradizione culturale e spirituale, nei suoi testimoni autentici, nella grandissima maggioranza di un popolo che cammina al cospetto di Dio, la forza e le risorse per superare questo scandalo scoppiato nel suo cuore.

La perdita di potere, la rinuncia a considerarsi un’entità ontologica-giuridica al di sopra di tutti, il riconoscimento che essa è fatta di donne e di uomini, di comunità che condividono fragilità e possibilità di peccato apre alla consapevolezza della realtà drammatica della storia e alla confessione del peccato e al rinnovamento. Poiché Dio è al centro del dramma.

 

Tipo Articolo
Tema Minori Francesco Santa Sede Violenze
Area
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