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Attualità
Attualità, 4/2018, 15/02/2018, pag. 65

Italia - Verso il 4 marzo: un sistema di minoranze

La campagna elettorale e l’auspicabile ripresa delle riforme istituzionali

Gianfranco Brunelli

La campagna elettorale alla quale stiamo assistendo è noiosa, ripetitiva, mediocre. Inevitabile. Dopo il fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, la politica italiana e il suo soggetto principale, il Partito democratico, hanno perso il filo del discorso avviato con le riforme istituzionali degli anni Novanta. S’immaginò allora, di fronte al crollo del vecchio sistema dei partiti, di ridefinire il sistema politico in senso maggioritario, per consentire una selezione non solo della rappresentanza, ma anche del governo del paese, ridefinendo con ciò gli stessi soggetti politici, dopo la crisi del modello partito.

La campagna elettorale alla quale stiamo assistendo è noiosa, ripetitiva, mediocre. Inevitabile. All’indomani delle elezioni siciliane, ci eravamo soffermati sulla crisi politica del nostro paese determinata da una mancanza di politica (Regno-att. 20,2017,577): carenza di un modello narrativo che fornisse risposte alle domande poste dai cambiamenti sociali in atto e alla crisi delle istituzioni democratiche nazionali nel nuovo contesto globale; carenza di una vocazione strategica per il paese che caratterizzasse la visione e le proposte dei diversi soggetti in campo; abbandono di ogni disegno di riforma del sistema politico.

Tutto si stava (e si sta) risolvendo in tatticismi. Cioè nella forma con la quale un ceto politico arrivato al potere, lungi dal mettersi in gioco, cerca di rimanerci il più a lungo possibile.

E di fronte ai tatticismi di che cosa si deve discutere, a cosa ci si deve appassionare? Alla figura un po’ patetica e stancamente ripetitiva di Berlusconi? A quel «bignè» di Di Maio, che è dolce con tutti gli interlocutori (neo-liberista a Londra, trumpiano a Washington, europeista di ritorno a Bruxelles, populista in Italia…)?

A un agitatore di quartiere come Salvini? A D’Alema e compagni, che rincorrono la pretesa del vecchio Partito comunista d’egemonizzare l’intero centro-sinistra? A Renzi che veste prevalentemente solo i propri panni e non tematizza adeguatamente il fatto che il Partito democratico rimane, nonostante tutto, il perno dell’intero sistema democratico?

Eppure ogni esercizio della democrazia è importante in sé e non è senza conseguenze. Oltre quello che oggi possiamo vedere.

Dopo il fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, la politica italiana e il suo soggetto principale, il Partito democratico, hanno perso il filo del discorso avviato con le riforme istituzionali degli anni Novanta. S’immaginò allora, di fronte al crollo del vecchio sistema dei partiti, di ridefinire il sistema politico in senso maggioritario, per consentire una selezione non solo della rappresentanza, ma anche del governo del paese, ridefinendo con ciò gli stessi soggetti politici, dopo la crisi del modello partito.

Il sistema maggioritario, dopo la lunga stagione del proporzionale, era la risposta alla necessità di dare alla democrazia alternanza e governabilità. I partiti di rappresentanza di massa (sui quali era stata costruita la proporzionalizzazione della rappresentanza parlamentare) con la loro struttura organizzativa territoriale, a larga base di iscritti, la forma burocratizzata e la selezione interna della classe politica, non esistevano più o stavano crollando. La crisi dei partiti della Repubblica era la crisi della Repubblica dei partiti.

L’introduzione del maggioritario negli anni Novanta, l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle regioni e poi il tentativo successivo di strutturare politicamente quelle riforme attraverso la nascita di nuovi soggetti (si pensi al Partito democratico nel centro-sinistra e nel centro-destra al Popolo delle libertà), il metodo delle primarie per selezionare la classe politica: tutto questo aveva come esito necessario e stabilizzante l’orizzonte di un’ampia riforma costituzionale e istituzionale.

Questo orizzonte, dopo il 4 dicembre, è stato abbandonato da tutti, e soprattutto da Renzi, che si era proposto come il continuatore di quella stagione. Egli avrebbe potuto in forme nuove riprendere il filo del discorso riformatore, soprattutto dopo la vittoria delle primarie per la segreteria del partito, ma ha preferito i vecchi sentieri tattici dell’età del proporzionale, che consentono a ciascuno di rimanere dov’è senza rischi per sé e senza sogni per il paese.

Partito del presidente o partito personale

Lo spettacolo, tanto deprecato, della formazione delle liste, la scelta dei candidati entrati e di quelli usciti è solo uno degli esiti di una legge elettorale ben peggiore dalla pur modesta soluzione uscita dalla sentenza della Consulta.

Essa da un lato è stata pensata con l’intento di fissare gli attuali rapporti di forza dentro i soggetti politici, affidando al gruppo di comando di ogni singolo partito la selezione dei parlamentari, predeterminando e conservando il più possibile l’attuale equilibrio di potere interno.

Dall’altro, è funzionale nel congelare e conservare il più possibile i rapporti di forza tra gli attuali soggetti politici maggiori (PD, M5S, FI, Lega), in modo tale che di fatto nessuna delle forze politiche (da sole o coalizzate) possa vincere e governare.

Essa definisce un sistema di minoranze nella competizione tra partiti, tra alleati (tra soggetti equivalenti, elettoralmente coalizzati: tra Forza Italia e Lega), e dentro gli stessi partiti. Al punto che questo sistema di minoranze, che scompone e mina le istituzioni, può agire in modo del tutto trasversale: se dentro il PD il gruppo parlamentare legato a Renzi ottiene un risultato numericamente forte, esso è in condizione (come gruppo, prima ancora che come PD) di condizionare governi e maggioranze.

L’interpretazione interna al Partito democratico che Renzi ha dato di questo schema scompositivo, frutto della legge elettorale e della volontà politica di tutti i soggetti presenti in campo, ha fatto parlare del PD come «Partito di Renzi».

Più acutamente, da un punto di vista analitico, Arturo Parisi ha osservato che si tratta piuttosto di un «partito presidenzialista», che cerca di concentrare al vertice ogni decisione, ogni scelta, ogni potere. In questo senso non si può parlare del PD alla stregua di Forza Italia (partito personale a disposizione di Berlusconi).

Se da un lato questo esito non è che la conclusione di un processo avviato negli anni Settanta e sviluppatosi negli anni Ottanta (si pensi al confronto Craxi – De Mita), dall’altro esso rappresenta un debole e deviante ridotto rispetto al disegno bipolare degli anni Novanta che portava a forme neo-presidenzialiste, ma definite e istituzionalizzate.

Ma del sistema scomposto che si è affermato col venir meno del maggioritario beneficiano immediatamente anche gli altri soggetti. Lo stesso vale per Berlusconi e Salvini. Ma presto scopriremo che è così anche per Di Maio. I partiti minori non sono estranei al gioco. Essi si muovono come correnti esterne dei partiti alleati e persino di partiti vicini e contrapposti (si pensi al gioco bersaniano di dichiarare dopo le lezioni l’eventuale alleanza col PD).

In questo senso (salvo sorprese eclatanti), il prossimo governo, qualunque sia la formula che il presidente della Repubblica adotterà dopo le elezioni, dovrà nascere dalla scomposizione delle coalizioni che oggi si presentano unite per motivi elettorali e non per proposta politica condivisa davanti agli elettori.

Quanto a lungo possa reggere un sistema di minoranze, sostanzialmente scomposto, privo di legittimazione, senza soggetti che identifichino progettualmente l’esercizio della loro forza con quello della loro responsabilità, è difficile da dire.

Possiamo attenderci altre regressioni. Per questo è importante che dopo le elezioni si riprenda il filo del discorso riformatore, legando assieme ritorno al maggioritario attraverso una nuova legge elettorale, e possibilità di decidere e di scegliere, cioè di governare.

Rifare il quadro istituzionale ci mette in condizione di riprendere la vocazione storica dell’Italia che si chiama Europa e di mettere mano alla profonda crisi sociale del paese.

Per questo è importante almeno non arretrare ulteriormente alle prossime elezioni.

 

Gianfranco Brunelli

Tipo Articolo
Tema Politica
Area EUROPA
Nazioni

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