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Attualità
Attualità, 20/2019, 15/11/2019, pag. 579

Italia - Elezioni regionali: Umbria non più rossa

Gianfranco Brunelli

La conclusione della crisi politica di agosto e il cambio di governo hanno avuto una prima negativa verifica nelle elezioni regionali umbre del 27 ottobre. L’alleanza politica tra il Partito democratico (più i due partiti scissionisti: Liberi e uguali e Italia viva) e il Movimento 5 Stelle si sta risolvendo in un disastro.

 

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Il referendum del 20 e 21 settembre, che deve confermare o respingere la legge di revisione costituzionale dal titolo «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», ha un significato politico. Non è solo uno slogan. O semmai uno slogan dagli effetti negativi sul piano istituzionale. Perché il taglio dei parlamentari non è una ridefinizione organica del ruolo del Parlamento per renderlo più autorevole ed efficiente, bensì un taglio di poltrone, senza un’adeguata legislazione che intervenga sui temi della rappresentanza, del modello elettorale e del funzionamento dell’Assemblea.

 

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Stiamo attraversando la più grande crisi economica della storia recente. Siamo stati a un passo dal crollo del sistema sanitario nazionale. E per non fare saltare il sistema sanitario nelle aree più colpite del paese abbiamo probabilmente «sacrificato» vite umane. Ora l’emergenza è economica e sociale. Tre milioni di disoccupati in più a settembre, un 30% degli esercizi commerciali a rischio chiusura, un PIL tra il -9 e il -13%. Se va bene, il doppio rispetto alla crisi del 2009 (cf. Regno-att. 8,2020,247).

 

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Nelle ultime settimane la Chiesa italiana (e non solo) ha vissuto momenti di sconcerto e sofferenza per il «caso Bose». Un comunicato del 27 maggio della Comunità annunciava che la Santa Sede aveva ordinato al fondatore ed ex priore Enzo Bianchi e ad altri tre membri (Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi) di «separarsi dalla Comunità monastica di Bose e trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi attualmente detenuti». Il segretario di stato vaticano, Pietro Parolin, aveva emanato l’ordine il 13 maggio. E papa Francesco personalmente aveva approvato la decisione «in forma specifica», cioè in modo definitivo e senza possibilità d’appello.