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Attualità
Attualità, 10/2020, 15/05/2020, pag. 319

Il papa da remoto

E la Chiesa in pandemia

Luigi Accattoli

Come cristiano chiuso in casa vado seguendo, nei giorni, gli atti del papa in pandemia. Il mese scorso trattavo, in questa rubrica, della scuola di preghiera che Francesco veniva realizzando dall’avvio della Fase 1. Ora allargo lo sguardo dalla preghiera all’insieme dell’attività papale.

Parto da una battuta di Francesco nell’intervista ad Austen Ivereigh, giornalista inglese e suo biografo, pubblicata l’8 aprile da The Tablet con il titolo «Il papa confinato»: «La mia preoccupazione più grande è come accompagnare il popolo di Dio e stargli più vicino» (cf. Re-blog dell’8.4.2020, https://bit.ly/2SKcEFq).

Nell’intervista Francesco offre qualche spunto sulla sua fatica d’accompagnatore. Dice che «questo è il significato della messa delle sette di mattina in live streaming». Aggiunge che persegue la stessa finalità con vari interventi e cita il «rito» del 27 marzo in piazza San Pietro. Confessa di «vivere questo momento con molta incertezza» e argomenta che si tratta di un tempo «di molta inventiva, di creatività».

Partendo da questi spunti traccio un inventario di quanto il papa è venuto facendo e dicendo a partire dal 9 marzo, che è il primo giorno della messa in diretta streaming. Sono ormai due mesi di sua animazione da remoto della vita della Chiesa.

Quale sarà in quel dopo
il servizio del vescovo di Roma?

In essi, Francesco è venuto attuando l’intento d’accompagnare il popolo di Dio in più modi tra loro complementari. Provo a elencarli in ordine di rilevanza.

Per prime metto le intenzioni di preghiera che formula ogni giorno prima della messa del mattino o che propone in omelie, messaggi, catechesi, saluti domenicali, testi delle celebrazioni (cf. Re-blog del 27.4.2020, https://bit.ly/3bjqsNz). Vedi la supplica del 27 marzo in piazza San Pietro (cf. Regno-doc. 7,2020,193s) e l’invocazione «per i tribolati nel tempo dell’epidemia» che ha fatto inserire nella preghiera universale del Venerdì santo.

Per secondo indico il richiamo nella predicazione quotidiana alle «prove» di questo periodo, al loro insegnamento alla luce della Croce, alle conseguenze che ne verranno. Lo studio delle conseguenze l’ha posto a competenza della Commissione per il dopo pandemia annunciata il 15 aprile. Un’iniziativa che aveva preannunciato nell’intervista a Ivereigh con questi impegni in avanti: «Penso alle mie responsabilità attuali e nel dopo che verrà. Quale sarà, in quel dopo, il mio servizio come vescovo di Roma, come capo della Chiesa? Quel dopo ha già cominciato a mostrarsi tragico, doloroso, per questo conviene pensarci fin da adesso. Attraverso il Dicastero per lo sviluppo umano integrale è stata organizzata una commissione che lavora su questo e si riunisce con me».

Al terzo posto vengono le iniziative di prossimità e consolazione che è venuto proponendo con uscite simboliche (a Santa Maria Maggiore, a San Marcello al Corso, a Santo Spirito in Sassia), chiamate ad appuntamenti di preghiera (il Pater noster ecumenico del 25 marzo, la supplica del 27 marzo, la giornata interreligiosa di preghiera e di digiuno del 14 maggio), messaggi, lettere, videomessaggi. Scelgo a modello dei videomessaggi quello affidato in anteprima al TG1 del 3 aprile rivolto audacemente – o forse ingenuamente – a tutti i fruitori di quel notiziario di massa «in segno di vicinanza alle famiglie italiane e del mondo in questo tempo di pandemia».

Metto infine gli svariati gesti di presenza rivolti sia a comunità sia a singoli con interviste, telefonate, atti di beneficenza. A Ivereigh così segnalava questi ultimi: «Un lavoro piuttosto intenso di presenza, attraverso l’Elemosineria apostolica, per accompagnare le situazioni di fame e di malattia».

Le tante interviste
per farsi vicino

Delle interviste si è sempre avuta risonanza mediatica. Ho già citato quella principe ad Austen Ivereigh, alla quale ne sono seguite tante: a La Repubblica il 18 marzo, a La Stampa il 20 marzo, all’agenzia argentina Telam il 21 marzo, al giornalista Jordi Évole nel programma televisivo spagnolo Salvados il 31 marzo, a Lorena Bianchetti di A sua immagine il 10 aprile.

Questa sovrabbondanza è stata come sempre criticata, senza avvertire che stavolta si trattava di un modo scelto da Francesco per farsi «vicino» a quanti più gli fosse possibile. Ecco com’era formulata la più benevola di quelle critiche: «Caro santo padre preghiamo per evitare una sua presenza mediatica fuori posto, inflazionata e iperbolica» (Luis Badilla, nel Sismografo del 18 marzo). Per intendere quell’intento di vicinanza è utile l’omelia del 24 aprile sulla chiamata dei pastori allo «stare con la gente».

Non entro nell’esame degli atti di beneficenza compiuti dal papa attraverso l’Elemosineria apostolica guidata dal creativo cardinale Krajewski: dal dono di respiratori a strutture ospedaliere di cui si è avuta notizia il 26 marzo al soccorso prestato a un gruppo di trans narrato il 27 aprile dal parroco dell’Immacolata a Torvaianica.

Si tratta di atti che hanno anche un’intenzione di suggerimento a vescovi, preti e cristiani comuni, che in questo tempo si vedono impedito o ridotto l’abituale esercizio della carità.

«Come sta il tuo popolo?»
chiede ai vescovi

Di tali atti Francesco ha parlato con Austen Ivereigh, indicandoli come un «lavoro piuttosto intenso di presenza per accompagnare le situazioni di fame e di malattia». Dunque a questo «lavoro» egli tiene, ma è difficile dirne qualcosa perché non si conosce quasi mai come e quanto tali gesti siano compiuti su sua diretta indicazione.

Bergogliane doc sono invece le telefonate e ora provo a elencarne alcune in ordine di data, in modo da ricavarne un’idea del boschetto che vengono a comporre, più folto di quanto non appaia dalla mia pigra scelta.

Al vescovo di Cremona Antonio Napolioni, appena uscito dall’ospedale dove ha rischiato di morire (18 marzo).

Al vescovo di Bergamo Francesco Beschi, dicendosi «colpito dalla sofferenza per i moltissimi defunti e vicino alle famiglie che hanno vissuto distacchi dolorosi» (18 marzo).

Alla Caritas di Rimini, in appoggio all’iniziativa Message in a bottle che raccoglie e distribuisce ai bisognosi beni e messaggi di incoraggiamento «per sentirci parte di una sola famiglia umana» (11 aprile).

All’arcivescovo di Camerino Francesco Massara: «Come sta la tua gente?» (13 aprile).

Al direttore dell’Eco di Bergamo, per incoraggiare «la grande opera di carità che state facendo dando i nomi della gente che muore e raccontando le loro storie» (14 aprile).

A Derio Olivero vescovo di Pinerolo, in ospedale per il virus (17 Aprile).

Al sindaco di Siracusa Francesco Italia, che gli aveva narrato la propria preoccupazione per le conseguenze sociali della pandemia (18 aprile).

Se invita a pregare
per gli insegnanti da remoto

A Giovanni Arletti imprenditore di Carpi, che l’aveva ringraziato della messa del mattino e gli aveva segnalato il gravoso impegno a non licenziare (20 aprile).

Al parroco di San Giorgio Lucano, dove un focolaio in una casa di riposo aveva fatto 15 morti: «Mi ha incaricato di trasmettere parole di vicinanza alla comunità» (25 aprile).

Ad Andrea, un ragazzo disabile di Caravaggio, del quale parlerà nell’omelia del 29 aprile.

Seguendo il papa in diretta con occhio mezzo professionale e mezzo partecipante, il primo suo accompagnamento che mi coinvolge sono le già dette intenzioni di preghiera, perché mirate a una mia risposta. Ne ha avute un paio per i giornalisti e va da sé che lì io ci fossi. Ma c’ero anche quando ha ricordato gli insegnanti «che devono fare lezioni via Internet e altre vie mediatiche». Ho in casa un’insegnante e vedo quanto inventa – questo è «un tempo di creatività», dice Bergoglio – per mandare video, raccontare storie, correggere compiti, dialogare con 38 alunni di due prime elementari. Venivo ammirando gli accenni del papa parroco ai farmacisti, ai poliziotti, alle badanti e dicevo: sta dimenticando gli insegnanti da remoto. Non li ha dimenticati. E neanche i figli e le figlie che devono fare gli esami – dice l’argentino – «in un modo al quale non sono abituati».

Nelle intenzioni di preghiera, Francesco ha quotidianamente mostrato la sua prontezza nell’intuire la condizione del gregge, ma ve ne sono state alcune che mi sono parse portatrici di maggiore magistero. Per esempio, tre delle sette che ha proposto con la Preghiera dei fedeli del 19 aprile al Santuario della divina Misericordia: la terza per i sacerdoti, la sesta per i moribondi, la settima per tutti i battezzati. Portatrici di un magistero calato nel concreto di chi muore e di chi vede morire, di chi è chiamato dalle circostanze a esercitare il «sacerdozio comune» ricevuto con il battesimo, dei sacerdoti che hanno il compito di portare «con ogni mezzo» a tutti – anche in questi giorni – il perdono e la consolazione che sono propri del sacramento della riconciliazione.

Quelle benedizioni mute
sulla piazza vuota

È stato osservato che Francesco, in questi mesi, è venuto ottenendo un recupero di simpatia da parte di tanti che non l’amavano perché gelosi della tradizione e credo vi sia un significato in questo recupero: hanno riconosciuto il pastore che mostrava di conoscere il gregge.

Indico ancora una sua «invenzione» che mi ha detto di più – a me come cristiano comune – rispetto a quanto veniva recepito intorno e anche criticato: il suo dialogo con la piazza vuota. Quegli affacci alla finestra e quelle benedizioni senza parole sono stati letti come teatro papale nella gran macchina teatrale del Bernini e sicuramente c’è in essi il genio della scena che caratterizza Jorge Mario Bergoglio: ma non solo. Con quei gesti egli segnala l’assenza del popolo e l’attesa del suo rientro nel recinto della celebrazione (cf. Regno-att. 8,2020, 193s). Sono gesti che dicono in parabola il richiamo al pericolo di «viralizzare la Chiesa» che ha svolto nell’omelia del 17 aprile. Un testo canonico del papa in pandemia.

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Francesco Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area
Nazioni

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