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Attualità
Attualità, 16/2020, 15/09/2020, pag. 490

Fine pena, ora

Mariapia Veladiano

Racconto folgorante, che si ricorda quasi parola per parola a distanza di anni, di una relazione impensabile, da rileggere in tempi in cui il dualismo scellerato – buoni-cattivi, italiani-stranieri, noi-loro, io-tutti-gli-altri – diventa parola d’ordine che imbroglia il pensiero. Fine pena, ora (Sellerio, Palermo 2012) racconta la storia di una relazione durata vent’anni fra l’autore, il giudice Elio Fassone, e un suo prima imputato e poi condannato. Condannato all’ergastolo per 15 omicidi di mafia e altri delitti di vario genere.

Nessun dubbio sulla colpevolezza. Nessuno sulla pena, l’ergastolo, la massima pena prevista dal nostro codice. La persona condannata è un uomo giovane, si chiama Salvatore. Durante il maxiprocesso che ha giudicato un troncone della mafia catanese, che è durato due anni e si è tenuto a Torino perché lì è avvenuto l’arresto di uno dei capi, fra il giudice Fassone e l’imputato Salvatore si è creato un legame. Ecco.

È nell’ordine delle cose che si crei un legame quando per qualsiasi ragione ci si frequenta. In questo caso il giudice e l’imputato frequentano lo stesso ambiente, l’aula bunker appositamente costruita (straordinaria e sorprendente la descrizione della preparazione dell’aula, bisogna leggere per comprendere come le scelte strutturali abbiano immediato valore simbolico) sono lì per lo stesso motivo, il processo, per un tempo importante, due anni.

Se il rapporto non capita è perché uno dei due (oppure entrambi) si difende dalla relazione, s’impegna in modo magari anche intenzionale, programmatico, a far sì che non capiti niente, nessuna simpatia, nessuna antipatia, nessun movimento emotivo tra il giudice e l’imputato.

È chiaro che una dinamica di questo tipo è impossibile anche se nella percezione comune potrebbe sembrare buona e giusta. L’estraneità fra il giudice e l’imputato, quella che permette la conduzione del processo in modo asettico è un’illusione. Innaturale tentativo di prendere le distanze da un’umanità che rimane la stessa quali che siano le colpe. Già la ricerca dell’asetticità è una scelta emotiva, ovviamente. Ma nella nostra cultura c’è una diffidenza potente, carsica, corrosiva verso i sentimenti. L’educazione affettiva nelle scuole è un tabù che scatena le crociate, gli stereotipi si tramandano con inerzia secolare e ci attraversano anche se ci riteniamo illuminati.

In questo caso il giudice Fassone e il giovane imputato Salvatore si vedono reciprocamente e si riconoscono come persone fin dalle prime battute del processo. Il giudice definisce «allucinante» il primo giorno del maxiprocesso (21). Il colpo d’occhio con le «gabbie» dei 242 imputati lascia senza fiato. Per tutto il processo le chiamerà «postazioni», suscitando qualche sarcasmo. Ma non ci sono animali dentro e postazioni passerà come linguaggio del riconoscimento reciproco. C’è una «pedagogia intrinseca del processo» (55). Pur nella bufera della lotta alla mafia, valgono i distinguo. Sottile trovare strade di bene individuale.

Il giudice decide che dopo le udienze riceverà gli imputati che abbiano qualcosa da dire o chiedere, niente che riguardi direttamente il processo ovviamente. Si chiama ascolto.

Salvatore è giovane, non è pentito, è un duro la cui detenzione ha sfiancato i sistemi di sicurezza. Sfida brevemente il giudice, all’inizio, poi capisce che si può dialogare a un altro livello e nei dialoghi con il giudice, nell’istantaneità concessa dalla circostanza, da un lato si riconosce sempre in quello che è, assassino e imputato, ma dall’altro rivendica il fatto di essere una persona. Ha una madre che sta morendo e gli viene concesso di andare a salutarla. Ha un fratello già morto e, lo dice al giudice, per chi nasce dove è nato lui è destino finire in galera o morto.

Alla fine del maxiprocesso un dialogo che potrebbe essere l’ultimo: «Presidente, lei ce l’ha un figlio?», il giudice Fassone ne ha tre, uno quasi dell’età di Salvatore. «Perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo» (42). Nel rapporto con il giudice Salvatore si vede il figlio che lui non è stato. Forse questo padre giudice che ha un figlio non delinquente può essere padre anche suo, nell’unica forma possibile, quella dell’essere riconosciuto come persona. Un abisso. E i quindici morti? E le famiglie dei quindici morti? Come si fa?

Dopo la condanna il giudice riprende il filo del dialogo, attraverso un libro, potere delle parole scritte. 

Non c’è un solo momento nella splendida, personale, empatica, analitica narrazione del rapporto fra giudice e imputato in cui si abbia la percezione che qualcuno si sia dimenticato della colpa, che semplicisticamente le cose siano cancellate per una qualche forma di irenica ricomposizione del mondo fratturato.

Salvatore viene condannato ma fra i due il dialogo continua nella forma di lettere, si scambiano lettere, per 26 anni. Nel tempo della prigione c’è la possibilità di nascere a un nuovo modo di collocarsi nella vita, non violento, mite, si può imparare a coltivare fiori, a scrivere, a prendere le distanze dalla violenza. Almeno finché c’è speranza. Se non c’è speranza, è la fine. Ecco allora che il compito del carcere è, anche, riuscire a non uccidere la speranza.

È una bellezza questo libro. Un romanzo che ci fa desiderare di pensare in modo più umano.

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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