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Attualità
Attualità, 18/2020, 15/10/2020, pag. 520

Europa - COVID-19: fiducia ansiosa

Indagine su che cosa muove le persone nella crisi della pandemia

Paul M. Zulehner

La pandemia ha improvvisamente cambiato la vita organizzata delle persone e dei popoli. I governi hanno fatto di tutto per evitare un collasso del sistema sanitario e porre fine alla crescita esponenziale dei contagi. Questo non è riuscito a tutti i paesi, neppure a molte regioni ricche e certamente non a quelle nazioni povere con un sistema sanitario precario o praticamente inesistente.

 

La pandemia ha improvvisamente cambiato la vita organizzata delle persone e dei popoli. I governi hanno fatto di tutto per evitare un collasso del sistema sanitario e porre fine alla crescita esponenziale dei contagi. Questo non è riuscito a tutti i paesi, neppure a molte regioni ricche e certamente non a quelle nazioni povere con un sistema sanitario precario o praticamente inesistente.

La politica ha adottato misure draconiane con più o meno decisione. La vita sociale ed economica è stata ridotta al lumicino. Chi è stato ritenuto rilevante per il sistema ha continuato a lavorare: supermercati, personale sanitario, forze di polizia e addetti ai mezzi di trasporto pubblici. La libertà di movimento è stata massicciamente limitata. Si sono adottate norme per il distanziamento sociale, la protezione di bocca e naso, il lavaggio frequente delle mani: hands, face, space, secondo la formula spartana adottata recentemente dal governo del Regno Unito.

Un questionario internazionale on-line

Che effetto ha avuto tutto questo sulle persone? Con un’indagine internazionale on-line mi sono messo alla ricerca di risposte, elaborando un questionario, che ho pubblicato in Rete il 15 luglio 2020.1

Nei dati c’è una somiglianza sorprendentemente elevata fra i continenti, fra Europa occidentale ed Europa orientale e fra i singoli paesi. Ma su alcuni punti vi sono differenze degne di nota.

In media la pandemia nel 45% degli interpellati ha influenzato notevolmente l’atteggiamento nei confronti della vita. Questo è avvenuto più fortemente in America Latina (48%), meno in Europa orientale (27%). In Italia/Sudtirolo questo ha riguardato il 26%. Un quarto (24%) di tutti gli interpellati ha avuto paura di essere contagiato.

I numeri continentali riflettono il modo in cui la pandemia è stata gestita. In cima vi sono l’America Latina (41% ha avuto paura) e l’America del Nord (43%, con Canada). A livello di paesi spiccano gli USA (59%) e il Regno Unito (47%). Con il 23%, l’Italia/Sudtirolo ha un valore sorprendentemente basso.

Il 47% di tutti gli interpellati ritiene che l’economia, nonostante i grandi sforzi, non si riprenderà per molto tempo. In Nord America questo valore sale al 68%, in Europa occidentale è al 46%, in Europa orientale al 51%. In Italia/Sudtirolo il valore è al 47%. Con il 72% di tutti gli interpellati registra un ampio sostegno l’affermazione: «È giusto che l’Unione Europea sostenga in modo permanente i paesi economicamente in pericolo come Italia e Spagna». In Italia/Sudtirolo se lo aspetta l’82% dei partecipanti.2

Quali sono le principali conclusioni che si possono trarre dalle risposte al questionario? Le riepilogo in cinque tesi, che esprimono richieste esigenti e insieme incoraggiamento sia per i responsabili della vita pubblica sia per le singole persone, mentre si cominciano a discutere le prime conseguenze per la politica e la religione.

1. Ci vogliono costruttori di ponti

La prima tesi nasce dall’osservazione raccolta su come le società siano profondamente divise e polarizzate in molti aspetti della vita e della convivenza. Lo abbiamo costatato a partire da come è stata ed è vissuta la pandemia. In una parte degli interpellati essa ha cambiato fortemente l’atteggiamento nei confronti della vita.

Alcuni gruppi a rischio, fra i quali le persone di una certa età, hanno paura di venire contagiati; questo non accade invece in altri partecipanti al sondaggio, il cui atteggiamento nei confronti della vita non è stato modificato dal COVID-19. Non tutti hanno paura di perdere il lavoro o di dover chiudere la propria azienda, mentre altri sono gravemente oppressi da queste paure.

I partecipanti allo studio hanno opinioni diverse anche riguardo alla ponderazione fra diritti umani e valori fondamentali: per alcuni ha la precedenza la salute, per altri la libertà. Alcuni sono preoccupati per sé stessi e il proprio paese, altri vedono la sorte dei rifugiati finita sullo sfondo a causa della crisi e osservano che i paesi poveri sono molto più colpiti dal virus di quelli ricchi. Negli uni la pandemia risveglia l’io, negli altri la disponibilità ad aiutare.

Le opinioni divergono anche riguardo alla conversione ecologica dell’economia. Se si prescinde dalla piccola minoranza dei negazionisti, c’è chi – pensando al proprio posto di lavoro – desidera una rapida ripresa dell’economia nella sua forma abituale, e chi vede il post-pandemia come un’opportunità per trasformare l’economia in senso eco-sociale. In questo potrebbe dare buona prova di sé lo stato, che nella pandemia si è rafforzato.

All’inizio della pandemia questa ampia varietà di opinioni era coperta dalla crescita esponenziale dei contagi, ma quando le loro curve si sono appiattite ha preso rapidamente piede la disputa sociale. Si sono organizzate dimostrazioni, per lo più pacifiche, ma ben presto a quanti erano preoccupati per la libertà si sono mescolati anche raggruppamenti critici verso la democrazia.

La discussione non violenta è un diritto democratico fondamentale, che si basa sul rispetto di coloro che la pensano diversamente. Il rispetto è un atteggiamento empatico, una determinazione ad ascoltare e a vedere e soprattutto a riconoscere di avere personalmente solo una parte della «verità».

Un confronto rispettoso viene facilitato se va di pari passo con una parte di umiltà, che è una virtù e può essere collegata con l’idea che la nostra conoscenza è sempre oscurata da interessi, a volte anche da violenza (J. Habermas). Anche le paure offuscano la chiarezza della conoscenza.

Parecchie persone reagiscono a differenze di opinione in modo aggressivo, perché pensano che con il linguaggio della violenza possono farsi meglio ascoltare. La violenza appartiene tecnicamente al campo dell’autoritarismo, della tendenza a sottomettere e dell’insicurezza dell’io, e va spesso di pari passo con la semplificazione. Non è facile tenere un dialogo pacifico e aperto con questa cerchia di persone.

Ciò di cui la società in tempi del genere può aver bisogno sono «costruttori di ponti». Essi portano attorno a un tavolo i rappresentanti di opinioni diverse e li coinvolgono in un dialogo pacifico. Costruttori di ponti possono essere le istituzioni formative, favorendo il dialogo professionale; ma anche i capi religiosi o gruppi di base come Sant’Egidio si sono ripetutamente dimostrati efficaci per la soluzione di conflitti.

2. L’arte dell’equilibrio

Nel tempo della pandemia la società ha bisogno non solo di costruttori di ponti, ma anche di equilibristi. Nella gestione della pandemia sono entrati in conflitto diritti e valori fondamentali. Spesso l’altrui diritto alla salute è stato temporaneamente anteposto ad alcuni preziosi e amati diritti alla libertà, per contenere i contagi.

Piena di tensioni è anche la relazione fra la difesa della salute e il bene dell’economia. Il duro lockdown ha comportato una pesante recessione economica; molte persone sono state messe part-time e rischiano di perdere il lavoro. L’economia, ci stanno dicendo, non può permettersi un secondo lockdown. E tuttavia i numeri in crescita dei contagi costringono molti paesi, come Israele, proprio a questo.

Nessuno dei diritti fondamentali, dal punto di vista dell’etica sociale, è assoluto se si prescinde dalla dignità umana. Coloro che hanno la responsabilità politica devono quindi avere il coraggio di limitare in caso di necessità i diritti fondamentali; per lo più durante la prima ondata i governanti lo hanno fatto, decidendo a favore della protezione della salute dei gruppi a rischio e mettendo in secondo piano altri diritti e interessi.

Per questo nel sondaggio i governanti hanno riscosso lode e gratitudine. Tuttavia i partecipanti e gli esperti del mondo scientifico hanno identificato anche alcuni errori commessi dai governi. Si è imparato che le limitazioni della libertà devono essere motivate in modo comprensibile, e non devono durare più a lungo del tempo assolutamente necessario. L’argomento secondo cui una grande parte dei pazienti a rischio, anche senza il COVID-19, sarebbe comunque venuta a mancare in tempi brevi è ritenuto ammissibile solo da una minoranza dei partecipanti al sondaggio.

3. Una nuova questione sociale all’orizzonte

Nell’indagine si discute ampiamente il tema della digitalizzazione: lavoro e formazione sono stati spostati a casa sotto forma di smart working e didattica a distanza. In base ai dati del sondaggio, questo ha comportato molti vantaggi, ma anche molti svantaggi, a volte strettamente intrecciati. Lo smart working ha permesso alle famiglie d’avere maggior tempo da passare insieme. La didattica a distanza ha ampliato il sistema della formazione mediante l’insegnamento virtuale: questa digitalizzazione della formazione in parte rimarrà e verrà ben equilibrata con l’insegnamento in presenza.

Il futuro appartiene alla formazione ibrida?

Ma sono emersi anche evidenti svantaggi. Più tempo da trascorrere insieme, specialmente in ambienti ristretti, ha causato un aumento della violenza domestica. Molti genitori si sono sentiti oberati dalla didattica a distanza. Alle famiglie socialmente più deboli sono mancati gli spazi e l’infrastruttura digitale per l’insegnamento a casa.

La digitalizzazione dell’insegnamento imposta dalla pandemia ha colpito specialmente le madri e i padri single. Alcuni partecipanti al sondaggio condividono la preoccupazione per il ritorno dei ruoli di genere tradizionali, perché il peso della didattica a distanza spesso è ricaduto sulle spalle delle madri.

Ovviamente la digitalizzazione non è stata scoperta dal virus, ma esso l’ha accelerata. Secondo l’opinione di molti il digitale diventa normale, portando a una veloce crescita della robotizzazione e della digitalizzazione di molti settori economici. Questo costerà posti di lavoro tradizionali, anche se ne nasceranno di nuovi. Gli esperti ipotizzano che la trasformazione sociale legata alla digitalizzazione durerà almeno tre generazioni.

Da tutto questo risulta per le società moderne una nuova questione sociale, alimentata da due fonti: la digitalizzazione e le conseguenze della crisi economica causate dalla pandemia.

Per gestire questa nuova questione sociale occorre una buona advocacy per coloro che rischiano di finire socialmente stritolati: in prima linea ci devono essere i sindacati e i partiti politici sensibili alla giustizia sociale. Le Chiese cristiane possono contribuire, con la loro opzione preferenziale per i più fragili e con le loro istituzioni diaconali, nonché la loro sperimentata formazione politica.

Altrettanto importante, nel fronteggiare la questione sociale che si vede all’orizzonte, è una cittadinanza che sostiene una politica attenta alla giustizia, e a questo fine elegge rappresentanti adeguati. Perciò sarà necessario liberare le risorse di solidarietà che sono presenti nella società. Poiché sono le paure a impedire la solidarietà, per raggiungere l’obiettivo non servono dei governanti che promuovano una «politica della paura». Occorre piuttosto un’offensiva di fiducia culturale in tutti i campi della vita, sia privata sia pubblica.

Le comunità religiose possono fornire in questo un contributo efficace. Anche i partecipanti al sondaggio sottolineano che il nocciolo della loro attività consiste nel ricollegare le persone a una sorgente che noi chiamiamo Dio (religio come re-ligare, ricollegare). Una fiducia originaria nella vita potrebbe crescere nello spazio del mistero, che è più forte delle paure che opprimono. Con la fiducia – di ogni tipo, compresa la fiducia in Dio – le persone possono resistere nelle paure, anche in quelle causate dal COVID-19.

Le religioni contribuiscono al rafforzamento della solidarietà anche con la loro conoscenza dell’unità profonda tra tutte le cose e i viventi, e richiamandola nelle moderne culture individualistiche. Al riguardo le scienze moderne concordano sempre di più con le religioni, poiché sta crescendo in esse la convinzione che ogni essere e tutto ciò che vive è risonanza, quindi relazione, riferimento, in definitiva amore solidale tangibile, che mantiene unito il mondo nella sua parte più profonda e ne porta avanti l’evoluzione.

Con questa visione dell’unica realtà e della connessa solidarietà universale, le religioni e i loro leader offrono un forte contributo al superamento della nuova questione sociale, ma anche alla sfida ecologica. Di fronte alle opprimenti prognosi per il futuro, Gerald O. Barney, direttore esecutivo del Millennium Institute ad Arlington, già nel 1993 aveva scritto una lettera ai capi religiosi del mondo, nella quale affermava: «Noi, esseri umani della terra, abbiamo bisogno dell’aiuto e dell’impegno dei nostri capi spirituali. È dalla nostra fede che deriviamo il nostro senso dell’origine, del nostro essere, dei nostri obiettivi e possibilità. Esse sono la nostra fonte d’ispirazione per ciò che noi esseri umani e la terra potremo essere. I nostri sogni sono le nostre visioni e il nostro destino. Noi dipendiamo da voi. Perciò veniamo da voi con le nostre sensazioni perplesse che sulla terra qualcosa sia terribilmente sbagliato, sia con la nostra domanda: che cosa dobbiamo fare?».3

Se si riesce a costruire nelle singole società una riserva di solidarietà resistente, essa può allargarsi anche ad altri paesi e continenti. Nelle risposte al sondaggio molti sostengono una solidarietà europea con i paesi particolarmente colpiti dalla pandemia, come l’Italia e la Spagna, e confidano che i rifugiati, dimenticati durante la pandemia, possano contare sulla solidarietà europea.

4. Fatica di Ercole: rendere l’economia sostenibile

Per quanto immensa sia la sfida della pandemia per l’umanità, quanti hanno partecipato al sondaggio collocano la minaccia di un collasso climatico ancora più in alto. Nel tempo della pandemia la politica ha dato loro la speranza che un’azione ugualmente decisa sia possibile anche riguardo alla crisi climatica, e in un modo politicamente accettabile per le popolazioni.

Occorre niente di meno che una vasta iniziativa ecologica, che riguardi sia lo stile di vita sia una conversione ecologica della produzione, e di conseguenza una trasformazione dell’economia in un’economia di mercato eco-sociale.

I partecipanti al sondaggio intravvedono grossi ostacoli frapporsi a una rapida trasformazione. Citano: l’alleanza sistematica fra le abitudini consumistiche della gente e l’economia orientata alla crescita; la necessità di incrementare l’economia per conservare i posti di lavoro e quindi differire la trasformazione; l’attività lobbistica che le grandi imprese finanziariamente forti portano avanti con successo. Essi criticano anche la mancanza di una sensibilità ecologica in molta parte della popolazione e fra i principali leader della politica mondiale.

I clima-ottimisti spingerebbero per collegare la ripresa dell’economia post-pandemia al finanziamento dell’ecologizzazione delle varie attività. Il sostegno fornito alle compagnie aeree ha già smorzato il loro ottimismo.

La Chiesa cattolica ha trovato in papa Francesco un forte sostenitore della battaglia per il superamento della crisi climatica e soprattutto per l’adozione di un’economia sostenibile. Questo è urgente e necessario anche per ripartire equamente il peso della transizione ecologica fra i paesi ricchi e i paesi poveri.

5. Anche Dio è in lockdown

Anche la vita della Chiesa a causa della pandemia si è improvvisamente ridotta. Dalle assemblee reali sono nate offerte virtuali di alta qualità. La lunga sospensione delle assemblee domenicali ha ulteriormente svezzato i cristiani abitudinari: molti partecipanti al sondaggio affermano che dopo la pandemia andranno in chiesa meno persone; in futuro vi andranno coloro che durante la pandemia hanno sentito la mancanza dell’incontro.

Durante il lockdown liturgico si è rafforzata la Chiesa domestica. Un numero limitato di praticanti si è riunito in comunità domestiche per la celebrazione. Hanno pregato insieme, hanno sviluppato proprie forme di celebrazione del culto. Molti, seguendo il comandamento di Gesù, hanno spezzato il pane e bevuto al calice: per questo non hanno sentito la mancanza di un ministro ordinato.

Meno apprezzate sono state le trasmissioni della messa in TV. A molti questa forma è sembrata un ritorno a un clericalismo insopportabile. Molti cattolici hanno praticato l’ecumenismo del telecomando e hanno scelto i servizi evangelici. Non si possono ancora stimare le conseguenze che avrà per le Chiese il fatto che la pandemia ha permesso la nascita di laboratori ecclesiali. La vita dei fedeli si è plasmata con grande libertà senza la supervisione dei responsabili ecclesiastici. La pandemia ha forse mostrato e testato soluzioni non complicate per temi aperti quali il ruolo delle donne e la loro ordinazione?

Non tutte le comunità parrocchiali hanno puntato sulla Chiesa domestica. Molte si sono messe alla prova come comunità occupandosi delle persone sole, telefonando, facendo la spesa e accordandosi per trovarsi alle celebrazioni liturgiche on-line. Non si può ancora dire se questa estensione digitale della vita comunitaria resterà. Potrebbero nascere comunità parrocchiali ibride, che differenziano e ampliano le loro possibilità di comunicazione.

L’indagine ha mostrato che esiste un notevole numero di cristiani del divano, ossia persone che prima della pandemia si sono già allontanate da una comunità concreta, ma che nel tempo della pandemia si sono abituate a forme di culto virtuali. Questa maggiore riflessione che vi è stata sul senso della vita, la vulnerabilità e la morte ha contribuito a scegliere l’accesso senza barriere agli eventi spirituali in televisione?

In ogni caso nella pandemia si sono riconosciute due forme di culto che rappresentano anche due forme di Chiesa. C’è la Chiesa della partecipazione, di seguaci di Gesù decisi e ben connessi, che rende buoni servizi alle persone povere e sole e pratica una grande ospitalità. E c’è la Chiesa dei servizi, che fa offerte qualitativamente di grande valore: ora virtualmente e non solo, come prima, attraverso i riti di passaggio, che sono diminuiti durante la pandemia.

Una Chiesa della partecipazione dei soli inclusi si riduce a lungo andare a una setta. Una Chiesa di soli servizi probabilmente alla fine sarà rapidamente esausta. Ma la combinazione di entrambe potrebbe dare una forma di Chiesa capace di futuro. E tutto questo solo se, come dicono chiaramente alcuni partecipanti al sondaggio, la Chiesa riesce a giungere nuovamente dalla cenere delle riforme strutturali al fuoco del mistero di Dio.

Nel sondaggio ha risvegliato molte reazioni emotive la domanda sulla «rilevanza sistemica» della Chiesa. Chiaramente il termine è stato compreso in modi diversi. Molti hanno sofferto per il fatto che la Chiesa nel primo periodo della pandemia non ha potuto accompagnare i malati e i morenti. Questi partecipanti al sondaggio intendono questo come «rilevanza per il sistema» e lo rivendicano.

Altri, al contrario, partono dall’idea che il sistema sociale ed economico esistente ha molte debolezze. La Chiesa non dovrebbe rassegnarsi alla distruzione delle foreste pluviali o allo stile di vita smodato di parecchi contemporanei. Chi sente e pensa in questo modo si aspetta dalla Chiesa parole critiche profetiche. Papa Francesco ha espresso una parola del genere quando ha scritto: «Questa economia uccide». Molti partecipanti al sondaggio hanno ricordato questa parola del papa. Se la Chiesa vuol essere rilevante, deve esserlo sul piano dell’esistenza, della vita e dell’umanità.

Secondo molti commenti del sondaggio, la Chiesa può esserlo o ritornare a esserlo se si comprende in modo profetico e nel senso dei profeti dell’Antico Testamento. Lì il profeta era la bocca di Dio, raccontava la passione di Dio per il suo popolo. Perciò molti dicono: peccato che la Chiesa in molti paesi durante il tempo della pandemia abbia evitato di farlo. Un partecipante al sondaggio lo esprime in questi termini: «Le Chiese si sono nascoste e hanno taciuto, come spesso in passato, sono state a guardare mentre persone anziane e malate dovevano morire sole e abbandonate negli ospedali e nelle case di cura. E questo sarebbe un annuncio di Gesù?».

Questo sondaggio internazionale sul COVID-19 vorrei che offrisse un contributo al franco discorso sociale che è urgente e necessario su questioni che ruotano attorno alla pandemia. Una società veramente democratica vive di un discorso, mosso certamente dalle emozioni, ma al tempo stesso razionale.

Il carattere pacifico delle dimostrazioni, nonché lo scambio di opinioni contrastanti, richiedono empatia e una seria percezione dell’opinione di coloro che la pensano diversamente. Questo studio contribuirà alla costruzione di ponti? Me lo auguro.

 

Paul M. Zulehner

 

1 La pagina è stata visitata da 14.200 persone da ogni parte del mondo. Le considerazioni che seguono sono basate su 11.488 questionari valutabili, pervenuti principalmente dall’Europa, ma con gruppi di confronto utili (con l’eccezione dell’Australia) per tutti gli altri continenti. Esistono dati per tutti i paesi che sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia: USA, Regno Unito, Italia, Belgio. Particolarmente abbondanti sono i dati relativi a Germania, Austria e Svizzera. Al sondaggio hanno partecipato prevalentemente persone fra i 50 e gli 80 anni, ma anche un numero sufficiente di giovani. I questionari sono stati compilati soprattutto da persone con una formazione accademica. Vi erano anche 3 domande aperte, che ruotavano attorno ai cambiamenti attesi e alla gratitudine in tempi di COVID-19. Le risposte scritte comprendono oltre 1.000 pagine A4.

2 Il volume, composto da tabelle e tutti i dati dello studio, insieme a molteplici deduzioni per continenti, paesi, sesso, età, ma anche paura di venire contagiati, uscirà a gennaio per l’editrice tedesca Patmos e sarà consultabile a partire dall’inizio del 2021 in www.zulehner.org: P.M. Zulhener, Bange Zuversicht. Wie die Menschen die Corona-Krise erleben, Patmos, Ostfildern 2021.

3 G.O. Barney, J. Blewett, K. Barney, «A letter to our spiritual leaders», in Global 2000 Revisited: What Shall We Do?, Arlington 1993, citato da https://www.unicamp.br/fea/ortega/AM020/G2R.pdf (16.9.2020).

Tipo Articolo
Tema Vita internazionale Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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