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Per celebrare la redenzione

Immacolata concezione di Maria

Gen 3,9-15.20; Sal 98 (97); Ef 1,3-6,11-12; Lc 1,26-38

L’Ave Maria è divisa in due parti. La prima deriva dal Vangelo di Luca («Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te», Lc 1,28; «Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno», Lc 1,44). La seconda, completata nel XV secolo, è espressione della tradizione ecclesiale: «Santa Maria, madre di Dio» e si radica nella definizione di Theotokos risalente al Concilio di Efeso; «prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte» è tratto dalla sfera della devotio.

Colta in questa luce la preghiera, nella sua varietà di apporti, è straordinariamente «cattolica»: rilettura di un sostrato biblico; apporto di uno dei grandi concili accolti da tutte le Chiese storiche; richiesta d’intercessione derivata dalla pietà cristiana. In quest’ultimo passaggio l’Ave Maria assume, per così dire, la conformazione di una specie di preghiera «al quadrato»: si prega Maria perché a sua volta preghi per noi peccatori. Ciò significa che è «piena di grazia», ma che non dona la grazia. Maria va sempre considerata una creatura umana.

Il riferimento al termine «grazia» consente di riferirci all’Immacolata concezione, dogma esclusivamente cattolico con alle spalle secoli di discussioni che videro su sponde contrapposte teologici francescani (favorevoli) e domenicani (contrari). Tant’è che nel 1483 Sisto IV vietò, sotto pena di scomunica, che una parte definisse eretica l’altra, mentre Pio V – che proveniva dall’ordine domenicano – impose nel 1567 la sospensione di ogni discussione al riguardo).

«Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata di grazia da Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento». È quanto afferma il dogma dell’Immacolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854: «La beatissima vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia e per un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata considerata intatta da ogni macchia di peccato originale» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 491).

Nella formulazione dogmatica si afferma nella maniera più esplicita che anche Maria è stata redenta; il problema legato all’Immacolata concezione si limita al fatto di sapere quando ciò sia avvenuto. Nel dogma si sostiene che ciò ha avuto luogo nell’istante stesso del concepimento (termine più chiaro dell’ambivalente parola «concezione»).

Maria è stata concepita in modo del tutto naturale dai suoi genitori (Gioacchino e Anna), ma è stata esentata dal peccato originale e quindi forse non è morta in modo naturale (a suo riguardo si parla, secondo un’espressione dell’Oriente cristiano, di dormitio). Gesù è stato concepito in modo soprannaturale senza l’apporto del seme d’uomo, egli però sperimentò la morte come vero uomo.

Maria che, come tutte le creature umane, sarebbe stata segnata dal peccato, per singolare privilegio ne fu esentata; il Figlio, che era senza peccato, è stato reso peccato dal Padre: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato a nostro favore, perché in lui potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21; cf. Rm 8,3; Gal 3,13). Maria è stata concepita senza peccato proprio perché il Figlio suo è stato reso peccato. La massima vicinanza diviene così massima distanza. La teologia tradizionale cattolica non coglie in ciò alcun paradosso; nell’accostamento dei due estremi si afferma semplicemente che Maria è redenta, mentre Gesù è redentore in virtù della propria morte. In definitiva l’Immacolata concezione è un particolare modo cattolico per celebrare la redenzione compiuta da Gesù Cristo.

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