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Restò Gesù solo

II domenica di Quaresima

Gen 15,5-12.17-18; Sal 27 (26); Fil 3,17-4,1; Lc 9,28-36

Quando Gesù si fece battezzare al Giordano si udì una voce: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3,22). «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» fu la voce udita all’interno della nube che avvolse Gesù, Mosè, Elia, Pietro, Giovanni e Giacomo al termine della Trasfigurazione (Lc 9, 35).

Sono frasi simili che scandiscono due inizi. Il primo è quello nel quale Gesù predica, guarisce, libera dal demonio e porta ai poveri il lieto annuncio (cf. Lc 4,18; Is 61,1); il secondo è quello in cui Gesù si avvia verso Gerusalemme per compiervi il proprio «esodo» (Lc 9,31).

L’annotazione che segue immediatamente le parole udite nella nube è: «Appena la voce cessò, restò Gesù solo» (Lc 9, 36). Il testo greco attesta però una maggiore simultaneità tra le parole udite e il rimaner solo, aspetto ben reso anche dalla Vulgata: «Et, dum fieret vox, inventus est Iesus solus». La voce consegna Gesù alla solitudine? In senso stretto il restar solo si riferisce alla scomparsa di Mosè ed Elia, tuttavia non è improprio allargare il raggio del riferimento per comprendervi una solitudine che è tale anche rispetto ad altri, a iniziare dai tre discepoli.

A differenza di quelle pronunciate al Giordano, le parole udite sul monte terminano con un imperativo: «Ascoltatelo!» (Lc 9,35; Mt 17,5; Mc 9,7). Gesù prima di allora aveva già impartito molti insegnamenti. Se ci si riferisse a questi ultimi, sarebbe più coerente che la pressante raccomandazione ad ascoltare fosse pronunciata all’inizio, quando lo Spirito Santo scese su Gesù in forma di colomba. Per comprendere il senso dell’imperativo appare quindi opportuno rivolgersi in altra direzione.

Luca indica apertamente di che cosa Gesù trasfigurato stesse parlando sul monte: «Ed ecco due uomini conversavano con lui erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo che stava per compiersi in Gerusalemme» (Lc 9,31). Il senso profondo della Trasfigurazione lo si coglie soltanto se si tiene conto che essa è collocata tra il primo e il secondo preannuncio della passione.

La prima volta ci si imbatte in una frase isolata, si sarebbe tentati di definirla solitaria: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venir ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). Il secondo episodio, dal canto suo, è contraddistinto sia da un improvviso salto di registro, sia dalla non comprensione: «Mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: “Mettetevi ben in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”. Essi però non capirono queste parole» (Lc 9,44). L’«ascoltatelo!» sembra quindi rivolto proprio a quanto è duro e difficile da ascoltare, e lo è a tal punto che, in definitiva, ascoltato non fu.

Gesù con Mosè ed Elia parlava del proprio «esodo» (termine molto raro nel lessico neotestamentario, oltre che in questo passo è presente solo in Eb 11,22 – riferito a quello dall’Egitto – e in 2Pt 1,15 nel senso di abbandono di questa vita). I due interlocutori comprendevano, perché si trovavano già nella gloria e sapevano in proprio che la morte non è la fine di tutto. Mosè fu seppellito dal Signore stesso sul monte Nebo (cf. Dt 34,6) ed Elia fu rapito in cielo sul carro di fuoco (cf. 2Re 2,1-16).

Chi abita ancora nella carne invece spera ma non sa. Confida che la propria morte sia un esodo verso la risurrezione, ma sa che la vita che ora sta vivendo si spegnerà in lui. «Restò Gesù solo». Anche se a volte lo si ripete in modo superficiale, è presente un fondo di irriducibile verità nell’affermare che si muore soli. L’unica compagnia è forse quella di colui che ci muore affianco. Luca, e solo lui, ce lo comunica quando pone accanto a Gesù il «buon ladrone» che ascoltò, lui sì, le parole di una speranza fattasi certezza: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43).

 

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