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Documenti, 20/2015, 06/06/2015, pag. 9

Un bilancio, otto anni dopo

Mons. Domenico Pompili
Giovedì 28 maggio, mons. Domenico Pompili, eletto vescovo di Rieti (15.5.2015), ha tracciato un bilancio degli otto anni trascorsi alla guida dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali (UCS) della CEI in un incontro con gli incaricati regionali e i direttori diocesani delle comunicazioni sociali. In questi anni, ha ricordato, è «cresciuta la funzione di coordinamento non solo all’interno della Segreteria generale della CEI (...), ma anche nei rapporti con le realtà locali»; ma il lavoro che ha maggiormente accreditato l’UCS è stata «la consulenza nelle situazioni di crisi (pedofilia, scandali economici, problemi pastorali)», momenti critici e concitati «che hanno fatto comprendere il senso e la necessità del nostro lavoro». Anche «il nuovo continente digitale» è stato oggetto di «un’esplorazione rigorosa» e di una sperimentazione vivace, dal sito della CEI a quello del Convegno di Firenze, passando per i nuovi social media. Un percorso che ha consentito di «abbandonare definitivamente l’ottica dell’uso e degli strumenti, per abbracciare quella molto più realistica e feconda dell’abitare un ambiente diversificato, coi suoi rischi e le sue opportunità». A raccogliere l’eredità di mons. Pompili sarà don Ivan Maffeis, già vicedirettore dell’UCS.

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Documenti, 2017-3

L’atto di fede

Lettera del vescovo di Rieti dopo il terremoto

Mons. Domenico Pompili

«Chi ha perso gli affetti più cari non sa più cosa desiderare... chi ha perduto tutto si chiede cosa fare... Non siamo più gli stessi». Nel novero delle parole di senso pronunciate in questi mesi dai pastori delle Chiese ferite dal terremoto, questa lettera pastorale che mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, ha rivolto alla sua diocesi – una delle più colpite – all’inizio dell’Avvento si distingue per la totale empatia. E per come insiste a dire che, alle domande addolorate, sarebbe insensato rispondere «ce lo siamo meritati». A partire dall’esempio di Giobbe, è piuttosto richiesto il «passaggio difficile» di «una visione sapienziale del male», che rifiuta un’idea retributiva e lascia spazio al dolore, prima di approdare al «credere senza garanzia». Un «atto di fede» possibile, prosegue mons. Pompili sempre parlando in prima persona plurale, perché il terremoto ha sfondato, come in un noto quadro di Magritte, la porta chiusa delle nostre sicurezze materiali, consentendoci di comprendere che si può vivere «senza muri, ma non senza fede». E che «è dal legame che si può ripartire (…), dal salvarsi a vicenda».