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Documenti, 19/2018, 01/11/2018, pag. 585

Sinodo sui giovani: l’apertura

XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale»

Un ringraziamento ai giovani «per aver voluto scommettere che vale la pena di sentirsi parte della Chiesa o di entrare in dialogo con essa… di aggrapparsi alla barca della Chiesa che, pur attraverso le tempeste impietose del mondo, continua a offrire a tutti rifugio e ospitalità… di metterci in ascolto gli uni degli altri… di nuotare controcorrente e di legarsi ai valori alti». Con questo «grazie» alla fede dei giovani papa Francesco ha aperto il 3 ottobre la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», che si conclude il 28 ottobre. Accogliendo i quasi 300 vescovi e preti delegati con diritto di voto, i 5 delegati fraterni delle altre Chiese cristiane e i 50 uditori e uditrici tra giovani adulti, membri degli ordini religiosi, osservatori ed esperti, Francesco ha raccomandato ai sinodali di non seguire i «profeti di sventura», ma di «frequentare il futuro» impegnandosi nell’ascolto dei giovani, per far uscire «non solo un documento – che generalmente viene letto da pochi e criticato da molti –, ma soprattutto propositi pastorali concreti». Dell’apertura del Sinodo pubblichiamo il discorso del papa e la Relazione introduttiva del relatore generale, il card. Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia.

Stampa (5.10.2018) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale (discorso del papa).

 

 

 

In ascolto dei giovani
Francesco

Care beatitudini, eminenze, eccellenze, cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!

     Entrando in quest’aula per parlare dei giovani, si sente già la forza della loro presenza che emana positività ed entusiasmo, capaci di invadere e rallegrare non solo quest’aula, ma tutta la Chiesa e il mondo intero.

     Ecco perché non posso cominciare senza dirvi grazie! Grazie a voi presenti, grazie a tante persone che lungo un cammino di preparazione di due anni – qui nella Chiesa di Roma e in tutte le Chiese del mondo – hanno lavorato con dedizione e passione per farci giungere a questo momento. Grazie di cuore al card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, ai presidenti delegati, al card. Sérgio da Rocha, relatore generale; a mons. Fabio Fabene, sotto-segretario, agli officiali della Segreteria generale e agli assistenti; grazie a tutti voi, padri sinodali, uditori, uditrici, esperti e consultori; ai delegati fraterni; ai traduttori, ai cantori, ai giornalisti. Grazie di cuore a tutti per la vostra partecipazione attiva e feconda.

     Un grazie sentito meritano i due segretari speciali, p. Giacomo Costa, gesuita, e don Rossano Sala, salesiano, che hanno lavorato generosamente con impegno e abnegazione. Hanno lasciato la pelle, nella preparazione!

     Desidero anche ringraziare vivamente i giovani collegati con noi, in questo momento, e tutti i giovani che in tanti modi hanno fatto sentire la loro voce. Li ringrazio per aver voluto scommettere che vale la pena di sentirsi parte della Chiesa o di entrare in dialogo con essa; vale la pena di avere la Chiesa come madre, come maestra, come casa, come famiglia, capace, nonostante le debolezze umane e le difficoltà, di brillare e trasmettere l’intramontabile messaggio di Cristo; vale la pena di aggrapparsi alla barca della Chiesa che, pur attraverso le tempeste impietose del mondo, continua a offrire a tutti rifugio e ospitalità; vale la pena di metterci in ascolto gli uni degli altri; vale la pena di nuotare controcorrente e di legarsi ai valori alti: la famiglia, la fedeltà, l’amore, la fede, il sacrificio, il servizio, la vita eterna. La nostra responsabilità qui al Sinodo è di non smentirli, anzi, di dimostrare che hanno ragione a scommettere: davvero vale la pena, davvero non è tempo perso!

     E ringrazio in particolare voi, cari giovani presenti! Il cammino di preparazione al Sinodo ci ha insegnato che l’universo giovanile è talmente variegato da non poter essere rappresentato totalmente, ma voi ne siete certamente un segno importante. La vostra partecipazione ci riempie di gioia e di speranza.

     II Sinodo che stiamo vivendo è un momento di condivisione. Desidero dunque, all’inizio del percorso dell’Assemblea sinodale, invitare tutti a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità. Solo il dialogo può farci crescere. Una critica onesta e trasparente è costruttiva e aiuta, mentre non lo fanno le chiacchiere inutili, le dicerie, le illazioni oppure i pregiudizi.

Un esercizio di dialogo

     E al coraggio del parlare deve corrispondere l’umiltà dell’ascoltare. Dicevo ai giovani nella Riunione pre-sinodale: «Se parla quello che non mi piace, devo ascoltarlo di più, perché ognuno ha il diritto di essere ascoltato, come ognuno ha il diritto di parlare». Questo ascolto aperto richiede coraggio nel prendere la parola e nel farsi voce di tanti giovani del mondo che non sono presenti. È questo ascolto che apre lo spazio al dialogo. Il Sinodo dev’essere un esercizio di dialogo, anzitutto tra quanti vi partecipano. E il primo frutto di questo dialogo è che ciascuno si apra alla novità, a modificare la propria opinione grazie a quanto ha ascoltato dagli altri. Questo è importante per il Sinodo. Molti di voi hanno già preparato il loro intervento prima di venire – e vi ringrazio per questo lavoro –, ma vi invito a sentirvi liberi di considerare quanto avete preparato come una bozza provvisoria aperta alle eventuali integrazioni e modifiche che il cammino sinodale potrebbe suggerire a ciascuno. Sentiamoci liberi di accogliere e comprendere gli altri e quindi di cambiare le nostre convinzioni e posizioni: è segno di grande maturità umana e spirituale.

     Il Sinodo è un esercizio ecclesiale di discernimento. Franchezza nel parlare e apertura nell’ascoltare sono fondamentali affinché il Sinodo sia un processo di discernimento. Il discernimento non è uno slogan pubblicitario, non è una tecnica organizzativa, e neppure una moda di questo pontificato, ma un atteggiamento interiore che si radica in un atto di fede. Il discernimento è il metodo e al tempo stesso l’obiettivo che ci proponiamo: esso si fonda sulla convinzione che Dio è all’opera nella storia del mondo, negli eventi della vita, nelle persone che incontro e che mi parlano. Per questo siamo chiamati a metterci in ascolto di ciò che lo Spirito ci suggerisce, con modalità e in direzioni spesso imprevedibili. Il discernimento ha bisogno di spazi e di tempi. Per questo dispongo che durante i lavori, in assemblea plenaria e nei gruppi, ogni 5 interventi si osservi un momento di silenzio – circa tre minuti – per permettere a ognuno di prestare attenzione alle risonanze che le cose ascoltate suscitano nel suo cuore, per andare in profondità e cogliere ciò che colpisce di più. Questa attenzione all’interiorità è la chiave per compiere il percorso del riconoscere, interpretare e scegliere.

     Siamo segno di una Chiesa in ascolto e in cammino. L’atteggiamento di ascolto non può limitarsi alle parole che ci scambieremo nei lavori sinodali. Il cammino di preparazione a questo momento ha evidenziato una Chiesa «in debito di ascolto» anche nei confronti dei giovani, che spesso dalla Chiesa si sentono non compresi nella loro originalità e quindi non accolti per quello che sono veramente, e talvolta persino respinti. Questo Sinodo ha l’opportunità, il compito e il dovere di essere segno della Chiesa che si mette davvero in ascolto, che si lascia interpellare dalle istanze di coloro che incontra, che non ha sempre una risposta preconfezionata già pronta. Una Chiesa che non ascolta si mostra chiusa alla novità, chiusa alle sorprese di Dio, e non potrà risultare credibile, in particolare per i giovani, che inevitabilmente si allontaneranno anziché avvicinarsi.

     Usciamo da pregiudizi e stereotipi. Un primo passo nella direzione dell’ascolto è liberare le nostre menti e i nostri cuori da pregiudizi e stereotipi: quando pensiamo di sapere già chi è l’altro e che cosa vuole, allora facciamo davvero fatica ad ascoltarlo sul serio. I rapporti tra le generazioni sono un terreno in cui pregiudizi e stereotipi attecchiscono con una facilità proverbiale, tanto che spesso nemmeno ce ne rendiamo conto. I giovani sono tentati di considerare gli adulti sorpassati; gli adulti sono tentati di ritenere i giovani inesperti, di sapere come sono e soprattutto come dovrebbero essere e comportarsi. Tutto questo può costituire un forte ostacolo al dialogo e all’incontro tra le generazioni. La maggior parte dei presenti non appartiene alla generazione dei giovani, per cui è chiaro che dobbiamo fare attenzione soprattutto al rischio di parlare dei giovani a partire da categorie e schemi mentali ormai superati. Se sapremo evitare questo pericolo, allora contribuiremo a rendere possibile un’alleanza tra generazioni. Gli adulti dovrebbero superare la tentazione di sottovalutare le capacità dei giovani e di giudicarli negativamente.

     Avevo letto una volta che la prima menzione di questo fatto risale al 3000 a.C. ed è stata trovata su un vaso di argilla dell’antica Babilonia, dove c’è scritto che la gioventù è immorale e che i giovani non sono in grado di salvare la cultura del popolo. È una vecchia tradizione di noi vecchi! I giovani invece dovrebbero superare la tentazione di non prestare ascolto agli adulti e di considerare gli anziani «roba antica, passata e noiosa», dimenticando che è stolto voler ricominciare sempre da zero come se la vita iniziasse solo con ciascuno di loro. In realtà gli anziani, nonostante la loro fragilità fisica, rimangono sempre la memoria della nostra umanità, le radici della nostra società, il «polso» della nostra civiltà. Disprezzarli, scaricarli, chiuderli in riserve isolate oppure snobbarli è indice di un cedimento alla mentalità del mondo che sta divorando le nostre case dall’interno. Trascurare il tesoro di esperienze che ogni generazione eredita e trasmette all’altra è un atto di autodistruzione.

Oltre il clericalismo e l’autosufficienza

     Occorre, quindi, da una parte superare con decisione la piaga del clericalismo. Infatti, l’ascolto e l’uscita dagli stereotipi sono anche un potente antidoto contro il rischio del clericalismo, a cui un’assemblea come questa è inevitabilmente esposta, al di là delle intenzioni di ciascuno di noi. Esso nasce da una visione elitaria ed escludente della vocazione, che interpreta il ministero ricevuto come un potere da esercitare piuttosto che come un servizio gratuito e generoso da offrire; e ciò conduce a ritenere di appartenere a un gruppo che possiede tutte le risposte e non ha più bisogno di ascoltare e di imparare nulla, o fa finta di ascoltare. Il clericalismo è una perversione ed è radice di tanti mali nella Chiesa: di essi dobbiamo chiedere umilmente perdono e soprattutto creare le condizioni perché non si ripetano.

     Occorre però, d’altra parte, curare il virus dell’autosufficienza e delle affrettate conclusioni di molti giovani. Dice un proverbio egiziano: «Se nella tua casa non c’è l’anziano, compralo, perché ti servirà». Ripudiare e rigettare tutto ciò che è stato trasmesso nei secoli porta soltanto al pericoloso smarrimento che purtroppo sta minacciando la nostra umanità; porta allo stato di disillusione che ha invaso i cuori di intere generazioni. L’accumularsi delle esperienze umane, lungo la storia, è il tesoro più prezioso e affidabile che le generazioni ereditano l’una dall’altra. Senza scordare mai la rivelazione divina, che illumina e dà senso alla storia e alla nostra esistenza.

     Fratelli e sorelle, che il Sinodo risvegli i nostri cuori! Il presente, anche quello della Chiesa, appare carico di fatiche, di problemi, di pesi. Ma la fede ci dice che esso è anche il kairos in cui il Signore ci viene incontro per amarci e chiamarci alla pienezza della vita. Il futuro non è una minaccia da temere, ma è il tempo che il Signore ci promette perché possiamo fare esperienza della comunione con lui, con i fratelli e con tutta la creazione. Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni della nostra speranza e soprattutto di trasmetterle ai giovani, che di speranza sono assetati; come ben affermava il concilio Vaticano II: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et spes, n. 31; EV 1/1417).

     L’incontro tra le generazioni può essere estremamente fecondo in ordine a generare speranza. Ce lo insegna il profeta Gioele in quella che – lo ricordavo anche ai giovani della Riunione pre-sinodale – ritengo essere la profezia dei nostri tempi: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1) e profetizzeranno.

     Non c’è bisogno di sofisticate argomentazioni teologiche per mostrare il nostro dovere di aiutare il mondo contemporaneo a camminare verso il regno di Dio, senza false speranze e senza vedere soltanto rovine e guai. Infatti san Giovanni XXIII, parlando delle persone che valutano i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio, affermò: «Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita» (Discorso per la solenne apertura del concilio Vaticano II, 11.10.1962; EV 1/40*).

     Non lasciarsi dunque tentare dalle «profezie di sventura», non spendere energie per «contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze», tenere fisso lo sguardo sul bene che «spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine», e non spaventarsi «davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa» (cf. Discorso ai vescovi di recente nomina partecipanti al corso promosso dalle Congregazioni per i vescovi e per le Chiese orientali, 13.9.2018).

     Impegniamoci dunque nel cercare di «frequentare il futuro», e di far uscire da questo Sinodo non solo un documento – che generalmente viene letto da pochi e criticato da molti –, ma soprattutto propositi pastorali concreti, in grado di realizzare il compito del Sinodo stesso, ossia quello di far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani, e ispiri ai giovani – a tutti i giovani, nessuno escluso – la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo. Grazie.

 

Francesco

 

Relazione introduttiva
Card. Sérgio da Rocha

     Saluto tutti e ciascuno dei presenti. Il santo padre, il segretario generale s. em. card. Lorenzo Baldisseri, i padri sinodali, gli uditori e le uditrici, gli esperti, i delegati fraterni, gli invitati e tutti i diversi collaboratori a questo evento tanto importante non solo per noi, ma per tutta la Chiesa, per il mondo intero e in particolare per tutti i giovani, nessuno escluso.

     Grazie per essere qui, grazie perché portate la voce, l’esperienza e la ricchezza dei vostri paesi di provenienza, oltre che le vostre competenze personali e il desiderio sincero di metterle a servizio di tutti. Grazie perché insieme siamo davvero popolo di Dio che cammina in comunione, condivisione e corresponsabilità.

     Prendendo per la prima volta la parola nell’Assemblea sinodale, desidero prima di tutto ringraziare il santo padre per la scelta del tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Dopo aver dedicato gli ultimi anni a riflettere e discernere sulla famiglia, casa della vita e scuola di comunione, siamo chiamati ora a puntare l’attenzione sui giovani. In un mondo sempre più caratterizzato dalla globalizzazione dell’indifferenza, le famiglie e i giovani appaiono i soggetti più vulnerabili di cui avere speciale cura. Mettere al centro i giovani significa per noi verificarci sulla qualità propositiva della nostra azione educativa e pastorale, sulla nostra capacità di trasmettere la fede alle giovani generazioni e di accompagnare ciascun giovane a discernere la chiamata che il Signore gli rivolge, e sul coraggio apostolico che ci dovrebbe caratterizzare in quanto discepoli del Signore che hanno a cuore «tutto l’uomo e tutti gli uomini» (cf. Paolo VI, Populorum progressio, n. 14 e 42; Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 55 e 79; Francesco, Evangelii gaudium, n. 181), primi tra tutti i più poveri e i rifiutati. Grazie, santo padre, perché attraverso questo impegno ci invita a risvegliare la nostra passione apostolica e l’entusiasmo di essere popolo di Dio chiamato al servizio verso tutti!

     Le siamo grati anche per la recente pubblicazione della costituzione apostolica Episcopalis communio. Essa ci aiuta a vivere il Sinodo come espressione di una Chiesa costitutivamente sinodale, in cui tutto il popolo di Dio, nella diversità dei suoi membri, viene attivamente coinvolto nel cammino di rinnovamento in atto.

     Vorrei ringraziare tutti i giovani qui presenti, che condivideranno con noi i lavori del presente Sinodo. La vostra presenza è per noi fonte di grande gioia e di autentica speranza. Vi chiediamo di accompagnarci, di aiutarci e di illuminarci. Perché siamo convinti che voi giovani siete la prima e più importante risorsa per rinnovare la nostra pastorale giovanile vocazionale!

     Mi auguro che questo Sinodo sia una bella esperienza per ristabilire e riqualificare quelle alleanze intergenerazionali che danno solidità e sicurezza al mondo e alla Chiesa.

     Ringrazio anche tutti i giovani del mondo che hanno partecipato al processo di preparazione in tanti modi, tutti i giovani, nessuno escluso, a partire da quelli che condividono la nostra fede, ma non solo loro. Siamo «cattolici» e quindi per definizione il nostro abbraccio è universale: rimane fin dall’inizio chiara la nostra intenzione di non escludere nessuno dal nostro sguardo e dal nostro cuore, dalle discussioni di queste settimane e dal nostro impegno sociale, culturale, educativo, vocazionale e pastorale.

     Insieme con i giovani vorrei salutare e ringraziare gli educatori e i formatori qui presenti, che vivono il loro impegno in mezzo ai giovani. Anche la loro voce sarà preziosa in questi giorni, perché tutti loro, proprio perché vivono la prossimità pastorale con le giovani generazioni, hanno un’esperienza viva e concreta da comunicarci.

     Vivremo insieme l’esperienza sinodale per quasi quattro settimane, condividendo gioie e speranze, fatiche e preoccupazioni, sogni e desideri, criteri e scelte.

     Entro subito nei lavori sinodali, presentandovi la sintesi dell’ascolto ecclesiale di questi ultimi due anni di preparazione che ci ha visto impegnati a vario titolo. Parlo evidentemente dell’Instrumentum laboris, ovvero della raccolta ordinata e riassuntiva di tutto ciò che è emerso nel lungo e articolato tempo di preparazione del momento presente. Ognuno di voi ha avuto il compito di studiare questo «quadro di riferimento» dei lavori sinodali che ci accompagnerà quotidianamente.

     Come dice la parola, si tratta prima di tutto di uno «strumento» utile per non disperderci, sia a livello metodologico che contenutistico. Rimane decisivo per noi il riferimento alle persone, alle comunità e ai contesti di cui esso tratta, dai quali non dobbiamo mai distogliere il nostro sguardo e il nostro cuore. Siamo chiamati a renderli presenti e ci mettiamo al loro servizio per amore del Signore (cf. 2Cor 4,5)!

     Il tempo dell’ascolto ha prodotto migliaia di pagine provenienti da tutto il mondo: l’Instrumentum laboris è un testo di riferimento che ricapitola tutti questi contributi in maniera ben organizzata alla luce della fede e della parola di Dio e che ci aiuta ad avere uno sguardo integrale e integrato dei temi che dovremo trattare, senza disperderci in altre questioni non attinenti al Sinodo.

     L’Instrumentum laboris è stato pensato appositamente per aiutarci a «lavorare». Il Sinodo è un tempo di particolare laboriosità ecclesiale, dove ognuno di noi sarà chiamato a dare il meglio di sé dal punto di vista fraterno, culturale, spirituale e pastorale. Non tiriamoci indietro, ma creiamo le condizioni adeguate per vivere e lavorare insieme, così che queste settimane siano una bella testimonianza profetica di una Chiesa capace di discernere insieme. Auguro a tutti voi, alla fine del Sinodo, di essere stanchi e felici: stanchi perché ci siamo davvero impegnati a fondo, felici perché avremo dato il meglio di noi stessi al servizio del Signore e della Chiesa!

     Vi offro ora alcune indicazioni che ritengo rilevanti. Esse riguardano prima di tutto la metodologia di lavoro e il cammino che saremo chiamati a percorrere insieme; in un secondo momento cercherò di chiarificare alcuni dei termini chiave del Sinodo.

1. Il discernimento, un modo di procedere

     Ritengo importante che tutti e fin dall’inizio ci sintonizziamo sul metodo di lavoro che ci ha permesso di arrivare fin qui e che ci aiuterà ancora a camminare insieme.

  1. Più che un metodo di lavoro, uno stile ecclesiale

     Il discernimento è uno «stile» preciso di essere Chiesa e di procedere nella storia: «Nel discernimento riconosciamo un modo di stare al mondo, uno stile, un atteggiamento fondamentale e allo stesso tempo un metodo di lavoro, un percorso da compiere insieme» (Instrumentum laboris, n. 2). Proprio perché non esiste una «ricetta pronta» o una «soluzione preconfezionata» alle tante questioni che l’ascolto sinodale ha sollevato è opportuno che tutti ci mettiamo in «stato di discernimento». Entrare con umiltà in questo modo di procedere è la prima risposta pastorale di una Chiesa che desidera essere credibile per le giovani generazioni: «Non possiamo pensare che la nostra offerta di accompagnamento al discernimento vocazionale risulti credibile per i giovani a cui è diretta se non mostreremo di saper praticare il discernimento nella vita ordinaria della Chiesa, facendone uno stile comunitario prima che uno strumento operativo. Proprio come i giovani, molte conferenze episcopali hanno espresso la difficoltà di orientarsi in un mondo complesso di cui non hanno la mappa. In questa situazione, questo stesso Sinodo è un esercizio di crescita in quella capacità di discernimento evocata nel suo tema» (Instrumentum laboris, n. 139).

     Abbiamo bisogno di una Chiesa che si metta in discernimento e mi auguro che il Sinodo sia davvero vissuto da tutti voi come un momento di autentico discernimento nello Spirito: le premesse ci sono tutte perché le cose possano davvero andare così!

     Già s. em. card. Lorenzo Baldisseri ci ha introdotto nella metodologia sinodale. Essa dipende dal metodo con cui è stato redatto l’Instrumentum laboris e più radicalmente affonda le sue radici nel processo in cui sia personalmente che pastoralmente entriamo in contatto con la nostra vocazione. Così come un giovane o una giovane accoglie attivamente la chiamata di Dio nella sua esistenza, attraverso un percorso spirituale scandito dai tre verbi «riconoscere, interpretare, scegliere», allo stesso modo la Chiesa giunge a prendere coscienza della sua vocazione e missione in un determinato tempo e contesto: «Discernimento indica il processo in cui si prendono decisioni importanti; in un secondo, più proprio della tradizione cristiana, corrisponde alla dinamica spirituale attraverso cui una persona, un gruppo o una comunità cercano di riconoscere e di accogliere la volontà di Dio nel concreto della loro situazione» (Instrumentum laboris, n. 108).

     Sappiamo che il tema del discernimento è un tratto caratteristico dell’attuale pontificato. In moltissime occasioni e documenti papa Francesco ci spinge ad assumere l’habitus del discernimento. Ciò significa stare e mantenersi in autentico ascolto, come una sentinella che non si lascia sfuggire nessun segnale dei cambiamenti in atto; saper valutare alla luce della fede ciò che avviene nel nostro cuore, nella vita del mondo e della Chiesa; sostare nelle ferite della storia con misericordia e bontà, mantenendo sempre le porte spalancate al Dio della tenerezza che agisce continuamente tra noi e si fa vivo attraverso la presenza e la parola dei piccoli e dei poveri. Nel discernimento la Chiesa stessa è chiamata a imparare dai giovani e a chiedere loro «di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la buona Notizia» (Documento preparatorio, Introduzione).

     Per entrare nel ritmo del discernimento è necessario quindi farsi attenti alle persone concrete, riconoscendo che in ogni persona vi è la presenza di Dio che va scoperta, accolta, accompagnata e resa feconda. Per questo ognuno ha diritto di parola e ciascuno va ascoltato con attenzione, perché Dio ci parla attraverso chi vuole, dove vuole e quando vuole. Egli è sommamente libero di intervenire nella storia nel modo in cui ritiene opportuno: sta a noi coltivare l’atteggiamento giusto per ascoltare la sua voce.

     Alla luce di queste riflessioni, è possibile interpretare l’intero percorso sinodale come un esercizio di discernimento ecclesiale. Attraverso la condivisione e il confronto in questo mese siamo al servizio di tutta la Chiesa. Il frutto del nostro lavoro sarà presentato al papa per il suo discernimento, le sue valutazioni e le sue decisioni pastorali. Poi tutta la Chiesa, in docile ascolto della voce dello Spirito, identificherà i passi attraverso cui dare attuazione concreta alle indicazioni del santo padre, tenendo conto delle specificità di ciascun territorio.

  1. I tre passi del cammino sinodale

     Per rimanere all’impegno che ci vedrà protagonisti in questo tempo sinodale, ogni settimana di lavoro sarà focalizzata su ognuna delle tre parti dell’Instrumentum laboris. Sarà importante fin dall’inizio rispettare con disciplina il metodo, senza anticipare o confondere i suoi diversi momenti: sarebbe sbagliato scegliere senza prima aver riconosciuto e interpretato; sarebbe scorretto interpretare a prescindere da ciò che si è riconosciuto; sarebbe vano riconoscere e interpretare senza poi scegliere in che direzione muovere il prossimo passo.

     Nella prima tappa del nostro cammino, che durerà una settimana alternando momenti di lavoro insieme («congregazioni generali») e lavori in gruppi più ristretti («circoli minori»), ci è chiesto di riflettere e condividere sulla «Prima parte» dell’Instrumentum laboris. Caratterizzata dal verbo «riconoscere», chiede di mettersi di fronte alla realtà non per un’analisi sociologica, ma con lo sguardo del discepolo, scrutando le orme e le tracce del passaggio del Signore con un atteggiamento aperto e accogliente. Per chi ha a cuore i giovani e desidera accompagnarli verso la vita in pienezza, è imprescindibile conoscere le realtà che essi vivono, a partire da quelle più dolorose come il disagio, la guerra, il carcere, le migrazioni e tutti gli altri tipi di povertà. Ugualmente è necessario lasciarsi interpellare dalle loro inquietudini, anche quando mettono in questione le prassi della Chiesa (ad esempio la vivacità della liturgia o il ruolo della donna) o riguardano questioni complesse come l’affettività e la sessualità. Altrettanto importante è prendere consapevolezza dei punti di forza della presenza della Chiesa nel mondo giovanile, e delle sue debolezze, a partire dalla scarsa familiarità con la cultura digitale.

     Nella seconda tappa, segnata dal verbo «interpretare», saremo chiamati ad approfondire la «Seconda parte» dell’Instrumentum laboris. Essa non fornisce una interpretazione già pronta della realtà – questo è piuttosto il nostro compito –, ma offre alcuni strumenti per una lettura che sia davvero capace di illuminare ciò che si è scoperto. Sarà importante per noi andare in profondità per leggere alla luce della fede ciò che si è riconosciuto nella concretezza dell’analisi della prima parte: è necessario fare riferimento a un sapere biblico e antropologico, teologico ed ecclesiologico, spirituale e pedagogico per poter offrire criteri autentici in grado di interpretare le risonanze che l’esame dei dati a nostra disposizione avrà generato nel nostro cuore.

     La terza tappa è concentrata sulla «Terza parte» dell’Instrumentum laboris, che ci spinge a «scegliere», invita la Chiesa intera a compiere delle scelte di cambiamento all’interno di un orizzonte di vitalità spirituale. La prospettiva è quella integrale tracciata dal magistero di papa Francesco, capace di articolare le diverse dimensioni dell’essere umano, la cura della casa comune, la sollecitudine contro ogni emarginazione, la collaborazione e il dialogo come metodo per la costruzione del popolo di Dio e la promozione del bene comune. Questa prospettiva si salda con la suggestione dell’essere Chiesa in uscita, che ci libera dalla preoccupazione di occupare il centro della scena. Darvi attuazione richiede «un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (Evangelii gaudium, n. 30) e anche un onesto ascolto dei giovani che partecipano a pieno titolo del sensus fidei fidelium (cf. Instrumentum laboris, n. 138).

     Sarà mio compito, all’inizio dei lavori che riguardano la prima, la seconda e la terza parte dell’Instrumentum laboris, introdurre i temi specifici e le questioni fondamentali da trattare attraverso una breve introduzione.

     Emerge con forza la necessità che il Sinodo si trasformi in un’occasione di crescita della Chiesa nella capacità di discernere, in modo da rendere davvero generativo, anche oggi, quel patrimonio spirituale che la storia della Chiesa ci consegna perché ancora una volta possiamo elaborarlo in modo che porti frutto. Per realizzare ciò ci vuole coraggio, prudenza e pazienza. Alcune delle esperienze raccolte durante il lavoro di preparazione mostrano la ricchezza che scaturisce quando questo avviene. Optare per il discernimento, anziché per soluzioni preconfezionate dettate dal «si è sempre fatto così», implica l’assunzione del rischio di creare sentieri nuovi. Ciò è un atto di fede nella potenza dello Spirito, che fin dall’antichità invochiamo come Spiritus creator.

2. Un’indispensabile «explicatio terminorum»

     Vorrei ora concentrarmi su alcuni termini decisivi su cui ci confronteremo in queste settimane. Partendo dalle indicazioni emerse durante questi ultimi due anni e raccolte nell’Instrumentum laboris, desidero offrirvi qualche suggestione iniziale in merito alle parole chiave nel tema sinodale: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

     Dando per chiarita l’idea di discernimento a cui facciamo riferimento, perché ne ho parlato nel punto precedente, è opportuno riconoscere che vi sono delle interpretazioni diverse rispetto ai giovani e alla conoscenza che abbiamo della loro realtà; sono emerse domande specifiche a proposito del ruolo della fede nel processo di discernimento vocazionale; ci siamo resi conto che, a proposito del concetto e della realtà della vocazione, abbiamo a volte comprensioni discordanti. Ritengo quindi opportuno porre alla vostra attenzione qualche riflessione che possa aiutarci a creare una piattaforma condivisa durante il Sinodo rispetto ai giovani, alla fede e alla vocazione.

  1. I giovani: un autentico ascolto per uscire dagli stereotipi

     Parto dalla realtà dei giovani. Nel nostro contesto ecclesiale è molto facile parlare dei giovani «per sentito dire», facendo riferimento a stereotipi, che molte volte si rifanno a modelli giovanili che non esistono più. In tal modo, anziché lasciarci istruire dalla realtà, quella concretamente esistente, si idealizzano e si ideologizzano i giovani. A volte facciamo riferimento alla nostra giovinezza e pensiamo che i giovani di oggi vivano la stessa esperienza che abbiamo vissuto noi. E in questo modo ci perdiamo i tratti caratteristici dei giovani d’oggi, che vivono e crescono in un contesto molto diverso rispetto anche a pochi anni fa. In questo momento di grandi e repentini cambiamenti non possiamo presumere di conoscere il mondo giovanile senza prima aver fatto i conti con i giovani realmente esistenti.

     Il cammino sinodale ci restituisce una serie di indicazioni: avete tra le mani gli atti del «Seminario internazionale sulla condizione giovanile» svoltosi dall’11 al 15 settembre 2017 che ci ha restituito dal punto di vista scientifico alcuni elementi di grande rilievo; avete tra le mani i primi risultati del Questionario on-line, che ha visto la partecipazione di oltre 100.000 giovani; abbiamo vissuto l’esperienza della Riunione pre-sinodale dal 19 al 24 marzo 2018. Vorrei far notare che il Documento finale della Riunione pre-sinodale è il testo di gran lunga più citato nell’Instrumentum laboris. Molte conferenze episcopali, in maniera intelligente e lungimirante, hanno operato ricerche di alta qualità sul campo dal punto di vista sociale, culturale ed ecclesiale. Sono stati intrapresi percorsi virtuosi. Non da ultimo abbiamo qui al Sinodo una presenza nutrita di giovani, di educatori e di formatori, che possono direttamente parlare della condizione giovanile per così dire «dall’interno».

     Chiedo a tutti i padri sinodali, soprattutto in questa prima settimana dove si tratta di «riconoscere», di aiutarci a comprendere la condizione dei giovani che vivono nel loro territorio, nel loro contesto, nel loro paese: nell’ascolto di questi anni di preparazione sono emerse grandi differenze ed è importante che ognuno di voi porti al Sinodo la freschezza e l’originalità del proprio contesto e della propria terra. La comunione nella Chiesa non si fa per omologazione, ma attraverso la condivisione delle nostre differenze in vista di una comunione capace di ascolto, rispetto e integrazione.

     Vi invito quindi, a proposito dei giovani, a riconoscere fin da subito che la realtà è più importante dell’idea (cf. Instrumentum laboris, n. 4) e che quindi ogni nostro intervento sui giovani parta sempre da un realismo contestuale e non da teorie astratte e lontane dalla quotidianità della vita. Tutta la prima parte dell’Instrumentum laboris ha cercato di organizzare le cose in base a questo principio, che dobbiamo tenere presente per continuare nel nostro lavoro sinodale, pur riconoscendo che, al di là delle differenze socio-culturali, la giovinezza è un’età della vita che presenta comunque sfide perenni e costitutive per l’essere umano in quanto tale.

2. La fede: dono di grazia e fonte di sana inquietudine

     Una seconda parola chiave per il nostro cammino è la fede, che ci inserisce in un modo specifico di guardare i giovani, il mondo, la Chiesa, la vita e la storia. Fin dal Documento preparatorio si era chiarito che la fede, in quanto partecipazione al modo di vedere di Gesù (cf. Lumen fidei, n. 18), è la fonte del discernimento vocazionale, perché ne offre i contenuti fondamentali, le articolazioni specifiche, lo stile singolare e la pedagogia propria. Accogliere con gioia e disponibilità questo dono della grazia richiede di renderlo fecondo attraverso scelte di vita concrete e coerenti (II,2).

     La fede, in quanto accoglienza della grazia che salva, è e rimane il principio primo del nostro cammino. La luce che viene dalla fede illumina tutti i passaggi che siamo chiamati a fare durante questo Sinodo: ci offre lo sguardo adeguato per riconoscere la situazione dei giovani con intelligenza spirituale e compassione evangelica; ci chiarisce con quali criteri siamo chiamati a leggere le richieste che ci vengono da ciò che abbiamo riconosciuto, facendoci entrare sempre più nel sentire del Signore Gesù; ci dona il coraggio per affrontare le sfide evocate attraverso decisioni rischiose capaci di testimoniare la nostra volontà di conversione spirituale e pastorale.

     Auguro a ciascun padre sinodale di ricevere in dono una sana inquietudine spirituale, segno di una fede viva e operante, perché l’appello di Cristo a vivere secondo le sue intenzioni è il nostro orizzonte di riferimento e al tempo stesso rimane fonte di sana inquietudine e di benefica crisi: «Una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta» (Francesco, Udienza alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21.12.2017; Instrumentum laboris, n. 73).

     La fede è dunque una presenza trasversale e qualificante in tutto il processo di discernimento. Non dimentichiamo a questo proposito che la preghiera è parte integrante del nostro cammino, perché in essa «si affina la propria sensibilità allo Spirito, ci si educa alla capacità d’intendere i segni dei tempi e si attinge la forza di agire in modo che il Vangelo possa incarnarsi di nuovo oggi. Nella cura della vita spirituale si gusta la fede come felice relazione personale con Gesù e come dono di cui essergli grati» (Instrumentum laboris, n. 184). Chiediamo dunque la grazia di una fede piena e forte, viva e profonda, ricca e felice: solo così il Sinodo potrà essere un evento fecondo e fruttuoso per noi, per la Chiesa e per tutti i giovani!

3. La vocazione: tutti siamo amati gratuitamente e chiamati a portare frutto

     La terza parola su cui ritengo conveniente soffermarmi è vocazione. Si tratta del focus specifico del Sinodo, perché come Chiesa siamo chiamati ad accompagnare i giovani nel loro cammino di «discernimento vocazionale».

     Su questo tema esistono visioni diverse che esigono verifica, approfondimento e chiarificazione. Nell’insieme dell’ascolto è emerso che una delle grandi fragilità della nostra pastorale oggi risiede nel pensare la vocazione secondo una visione riduttiva e ristretta, che riguarderebbe solo le vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata:

     «Dalle risposte delle diverse conferenze episcopali, e anche da tante parole dei giovani stessi, si evince che il termine vocazione è generalmente utilizzato per indicare le vocazioni al ministero ordinato e quelle di speciale consacrazione. Una conferenza episcopale afferma che una “debolezza della pastorale nel discernimento della vocazione dei giovani risiede nel fatto che restringe la comprensione della vocazione solo alla scelta del sacerdozio ministeriale o della vita consacrata” (…) A partire da questo immaginario ecclesiale condiviso, vi è quindi la necessità di mettere le basi per una “pastorale giovanile vocazionale” di ampio respiro capace di essere significativa per tutti i giovani» (Instrumentum laboris, nn. 85.86).

     Mi pare che qui ci sia un passaggio epocale da fare che richiederà conversione del cuore, autentico discernimento spirituale e soprattutto una rinnovata impostazione della pastorale nel suo insieme. In un mondo in cui domina l’ideologia del self-made man non c’è posto per riconoscere la natura vocazionale dell’esistenza umana; così pure se si assimilano le visioni fatalistiche che insinuano che la vita «sia determinata dal destino o frutto del caso» (Instrumentum laboris, n. 89).

     L’immaginario sociale condiviso, a livello sia civile che ecclesiale, fatica a uscire da una visione dell’essere umano come artefice esclusivo di sé stesso oppure come burattino di un gioco in cui tutto è già deciso o privo di senso: in queste prospettive la dinamica vocazionale, arrivando a giochi ormai fatti, rischia di creare dei cortocircuiti esistenziali da cui sembra impossibile uscire. Per questo è strategico imparare a discernere le differenze e il rapporto tra «progetto di vita» e «dinamica vocazionale», entrando con decisione nella logica della fede (cf. Instrumentum laboris, n. 84).

     La parola di Dio ci insegna invece con chiarezza che noi possiamo e dobbiamo scegliere e progettare solo all’interno di un precedente «essere stati scelti» e «chiamati»: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,15-16).

     Per san Paolo la dinamica vocazionale affonda le sue radici nell’eternità: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4-5). Il mistero dell’amore di Dio che ci precede e ci accompagna è la condizione di possibilità per ogni nostro amore: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).

     Non è difficile comprendere quanto sia strategico per il nostro Sinodo riguadagnare con convinzione un’interpretazione vocazionale dell’esistenza umana in quanto tale, certi del fatto che la vocazione riguarda innanzi tutto ogni essere umano che riceve la chiamata alla vita, e poi in modo particolare e ancora più qualificato ogni battezzato. Tutti siamo chiamati alla gioia dell’amore, alla vita buona del Vangelo, alla santità! È dunque urgente una ricomprensione vocazionale del cristianesimo nel suo insieme che diventi patrimonio comune e condiviso nella quotidianità della vita del popolo di Dio.

     Alcuni passaggi dell’Instrumentum laboris sono decisivi per porre la «questione vocazionale» in modo corretto: i numeri dall’87 al 90 rendono conto con precisione che «solo un’antropologia vocazionale sembra essere adeguata per comprendere l’umano in tutta la sua verità e pienezza» (n. 88). La vocazione è la parola di Dio per me, unica, singolare, insostituibile, che mi offre consistenza, solidità, senso e missione. Essa ci dona quella «grazia di unità» tanto necessaria alla nostra vita. Lungi dall’essere un principio di alienazione, la vocazione è piuttosto il fulcro d’integrazione di tutte le dimensioni della persona, che le renderà feconde: dai talenti naturali al carattere con le sue risorse e i suoi limiti, dalle passioni più profonde alle competenze acquisite attraverso lo studio, dalle esperienze di successo ai fallimenti che ogni storia personale contiene, dalla capacità di entrare in relazione e di amare fino a quella di assumere il proprio ruolo con responsabilità all’interno di un popolo e di una società (Instrumentum laboris, n. 143).

     A partire da tutto ciò ben si comprende perché il Sinodo si rivolge a tutti i giovani, nessuno escluso: perché senza vocazione non c’è umanità degna di questo nome, e quindi una visione vocazionale «ristretta» o «reclutativa» riservata al ministero ordinato o alla vita consacrata destina la maggioranza dei giovani alla mancanza di senso e alla ricerca di un’unità impossibile nella loro vita.

     Anche dal punto di vista istituzionale vale questo «principio vocazionale». Nella III parte, quando si parla della necessità di consolidare e incrementare l’idea e la pratica della «pastorale integrata» (Instrumentum laboris, nn. 209-210), si conferma che «la chiave di volta per raggiungere questa unità integrata è per molti l’orizzonte vocazionale dell’esistenza» (n. 210).

4. La particolare sollecitudine per le vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata

     Risulta anche evidente che solamente all’interno di una rinnovata e condivisa «cultura vocazionale» capace di valorizzare e integrare ogni tipo di chiamata trova senso l’impegno specifico per la cura delle vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata, la cui rilevanza all’interno del panorama vocazionale della Chiesa è evidente (cf. Instrumentum laboris, nn. 102-103). Esse sono da pensarsi dentro la dinamica vocazionale della Chiesa e al servizio del mondo, e mai nella logica di un privilegio. Usciamo con decisione dalla prospettiva in cui «vocazione» diventa sinonimo di «potere» da esercitare piuttosto che di «servizio» da offrire (cf. Instrumentum laboris, n. 199)!

     Vorrei a questo proposito far notare che l’attenzione a tutti i giovani, nessuno escluso, non è né può essere in contrapposizione a una particolare sollecitudine per la cura delle vocazioni ministeriali nella Chiesa, che vanno sempre pensate nell’ottica di un servizio verso tutto il popolo di Dio. Qualificare questo tipo di chiamate significa essere meglio al servizio di tutto il popolo di Dio.

     Per questo l’Instrumentum laboris dedica gli ultimi numeri di ognuna delle sue tre parti a mettere a fuoco aspetti specifici di queste chiamate, che certamente rivestono un ruolo particolare all’interno dell’auspicato rinnovamento ecclesiale su cui tutti ci stiamo impegnando in questo tempo (cf. Instrumentum laboris, nn. 72.133-136.211).

5. Altre parole rilevanti per questo Sinodo

     Una volta chiarite le quattro parole chiave del Sinodo – discernimento, giovani, fede e vocazione – altri termini e temi saranno da riprendere e ricalibrare perché possano essere di ausilio per una rinnovata impostazione del nostro pensare e agire ecclesiale.

     Penso al tema dell’ascolto, che è il primo e più importante modo di avvicinarsi con rispetto ai giovani, camminando con loro. Perché, in questo cammino di preparazione al Sinodo, ci siamo ritrovati «in debito di ascolto»? Siamo Chiesa in ascolto? Come ascoltiamo? Quali conversioni sono necessarie per ascoltare la voce dei giovani oggi?

     Oppure al tema della ricerca, che oggi più che mai caratterizza la vita di questa generazione. In che modo rispettiamo e accompagniamo la ricerca dei giovani? Siamo testimoni autentici di fraternità, solidarietà e giustizia, così da risultare credibili e propositivi ai loro occhi? In che modo accogliamo i loro desideri e le loro aspettative?

     Mi riferisco anche all’arte dell’accompagnamento. È la «competenza» più richiesta dai giovani e insieme una delle difficoltà più grandi emerse dalla preparazione al Sinodo: abbiamo pochi adulti adatti dal punto di vista spirituale, pedagogico e vocazionale ad accompagnare i giovani nel loro discernimento vocazionale. E i giovani stessi, a questo proposito, si sono mostrati assai esigenti (cf. Instrumentum laboris, nn. 130-132).

     Chiarificare la natura dell’accompagnamento e predisporre una formazione adeguata a tutti i livelli ecclesiali è una delle grandi sfide di questo Sinodo. Per questo, insieme all’accompagnamento, emerge l’importanza della formazione, che va declinata in varie forme e specificata per i vari ambienti: formazione culturale e biblica, teologica ed ecclesiologica, spirituale e pedagogica; preparazione adeguata degli educatori che vivono nei vari ambienti di vita dei giovani; formazione specifica per i formatori nei seminari e delle case di formazione.

     Anche sul tema dell’annuncio del Vangelo sarà opportuno confrontarci, perché molte volte le nostre comprensioni e le nostre pratiche appaiono tanto diverse. Quali sono le ragioni che ci spingono ad annunciare Gesù? Quale relazione vi è tra accompagnamento e annuncio? Quali modalità di annuncio verso i giovani sono più adeguate, coinvolgenti, rispettose ed efficaci?

     Un’altra parola da chiarire è certamente comunità. I giovani chiedono una Chiesa autentica, più relazionale, impegnata per la giustizia. È evidente che un Sinodo sui giovani non parlerà solo dei giovani: sarà opportuno confrontarsi circa il volto della comunità e della Chiesa che stiamo offrendo ai giovani. Quali cammini di fraternità sono necessari per diventare attrattivi per i giovani? Quali conversioni sono necessarie per assumere un volto profetico? Quale integrazione e protagonismo riserviamo ai giovani nelle nostre comunità?

     Mi avvio verso la conclusione.

     Siamo qui come rappresentanti delle nostre Chiese locali, così che tutti possano avere voce in questo Sinodo. La nostra parola sarà preziosa e arricchente solo se ognuno di noi sarà disponibile a mettersi umilmente in ascolto.

     Ho affermato più volte che questo Sinodo dovrà brillare come momento di discernimento nello Spirito, dove innanzitutto ci mettiamo insieme in ascolto del Dio vivo e vero, che ha parlato una volta per tutte attraverso il figlio Gesù e che continua a parlarci attraverso la storia degli uomini.

     Qual è dunque il nostro compito? Per prima cosa quello di essere disponibili all’azione di Dio in mezzo a noi, sicuri della promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Siamo tanti, quindi abbiamo la certezza che il Signore Gesù sarà misteriosamente e quotidianamente presente in mezzo a noi per mezzo del suo Spirito, che continua a parlare alla sua Chiesa. Anche qui la promessa di Gesù non lascia alcun dubbio in proposito: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io ho detto» (Gv 14,26).

     Se vivremo il tempo che ci è dato di trascorrere insieme in questo clima spirituale sarà per noi possibile raggiungere il triplice frutto del discernimento che il santo padre e la Chiesa ci chiedono di compiere: riconoscere le sfide da affrontare, interpretare ciò che si è riconosciuto alla luce della fede e operare scelte coraggiose di rinnovamento.

     Ringraziandovi di cuore per la vostra attenzione, auguro a tutti e a ciascuno di voi di vivere una ricca e gioiosa esperienza sinodale.

     Buon lavoro!

 

Sérgio card. da Rocha,

relatore generale

Tipo Documento
Tema Sinodo dei vescovi Santa Sede Francesco
Area
Nazioni