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Documenti, 3/2018, 01/02/2018, pag. 73

Verso il Sinodo per l’Amazzonia

Viaggio apostolico in Cile e Perù (15-22 gennaio 2018)

Francesco

Il 22° viaggio internazionale di Francesco, e il sesto in America Latina, si è svolto dal 15 al 18 gennaio nel Cile, e dal 18 al 22 in Perù, dopo quelli del 2013 per la Giornata mondiale della gioventù in Brasile, del 2015 in Ecuador, Bolivia e Paraguay e successivamente a Cuba, del 2016 in Messico e del 2017 in Colombia. I temi principali del viaggio – lo sviluppo democratico dei due paesi (qui a fianco), la perdita di credibilità della Chiesa a causa delle violenze su minori da parte del clero (qui a p. 76), la questione di una crescita economica sregolata a detrimento dell’ambiente e della giustizia sociale (qui a p. 82), i diritti delle popolazioni indigene (qui a p. 80 e riquadro a p. 74) – sono stati presto travolti dalle polemiche intorno alla difesa che il papa ha fatto del discusso vescovo cileno di Osorno Juan Barros (riquadro a p. 83). Durante il viaggio, nell’incontro con i popoli indigeni a Puerto Maldonado in Perù, il papa ha anche aperto il processo del Sinodo per l’Amazzonia, convocato per il 2019 per «plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno», con il primo incontro del Consiglio pre-sinodale.

Stampa (22.1.2018) da sito web www.vatican.va.

 

 

Democrazia e pluralità
Incontro con le autorità in Cile

Signora presidente, membri del governo della Repubblica e del corpo diplomatico, rappresentanti della società civile, distinte autorità, signore e signori,

     è una gioia per me potermi trovare nuovamente sul suolo latino-americano e iniziare la visita a questa amata terra cilena, che mi ha ospitato e formato durante la mia gioventù; vorrei che questo tempo con voi fosse anche un tempo di gratitudine per tanto bene ricevuto. Mi torna alla mente quella strofa, che ho ascoltato poco fa, del vostro inno nazionale: «Puro, o Cile, è il tuo cielo azzurro / e pure brezze ti attraversano / e la tua campagna ricamata di fiori / è la copia felice dell’Eden»: un vero canto di lode per la terra che abitate, colma di promesse e di sfide, ma specialmente carica di futuro. In un certo senso quello che ha detto la signora presidente.

     Grazie, signora presidente, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Nella sua persona desidero salutare e abbracciare il popolo cileno, dall’estremo nord della regione di Arica e Parinacota fino all’arcipelago sud «e al suo dissolversi in penisole e canali».[1] La vostra diversità e ricchezza geografica ci permette di cogliere la ricchezza della polifonia culturale che vi caratterizza.

     Ringrazio per la loro presenza i membri del governo, i presidenti del Senato, della Camera dei deputati e della Corte suprema, come pure le altre autorità dello stato e i loro collaboratori. Saluto il presidente eletto qui presente, signor Sebastián Piñera Echenique, che ha ricevuto recentemente il mandato del popolo cileno di governare i destini del paese nei prossimi quattro anni.

     Il Cile si è distinto negli ultimi decenni per lo sviluppo di una democrazia che gli ha consentito un notevole progresso. Le recenti elezioni politiche sono state una manifestazione della solidità e maturità civica raggiunta, e ciò acquista un particolare rilievo quest’anno nel quale si commemorano i 200 anni della dichiarazione d’indipendenza. Momento particolarmente importante, poiché segnò il vostro destino come popolo, fondato sulla libertà e sul diritto, chiamato anche ad affrontare diversi periodi turbolenti riuscendo tuttavia – non senza dolore – a superarli. In questo modo voi avete saputo consolidare e irrobustire il sogno dei vostri padri fondatori.

     In questo senso, ricordo le emblematiche parole del card. Silva Henríquez quando in un Te Deum affermò: «Noi – tutti – siamo costruttori dell’opera più bella: la patria. La patria terrena che prefigura e prepara la patria senza frontiere. Tale patria non comincia oggi, con noi; e tuttavia non può crescere e fruttificare senza di noi. Perciò la riceviamo con rispetto, con gratitudine, come un compito iniziato da molti anni, come un’eredità che ci inorgoglisce e al tempo stesso ci impegna».[2]

     Ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. È il cammino. Il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno. Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi a goderlo in modo che tale situazione ci porti a disconoscere che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti.

Violenze sui minori: dolore e vergogna

     Voi, pertanto, avete davanti una sfida grande e appassionante: continuare a lavorare perché la democrazia, il sogno dei vostri padri, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti. Che sia un luogo nel quale tutti, senza eccezioni, si sentano chiamati a costruire casa, famiglia e nazione. Un luogo, una casa, una famiglia, chiamata Cile: generoso, accogliente, che ama la sua storia, che lavora per il presente della sua convivenza e guarda con speranza al futuro. Ci fa bene ricordare qui le parole di san Alberto Hurtado: «Una nazione, più che le sue frontiere, più che la sua terra, le sue catene montuose, i suoi mari, più che la sua lingua o le sue tradizioni, è una missione da compiere».[3] È futuro. E quel futuro si gioca, in gran parte, nella capacità di ascolto che hanno il suo popolo e le sue autorità.

     Tale capacità di ascolto acquista un grande valore in questa nazione, dove la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia e che mette in gioco la capacità di lasciar cadere dogmatismi esclusivisti in una sana apertura al bene comune (che se non presenta un carattere comunitario non sarà mai un bene). È indispensabile ascoltare: ascoltare i disoccupati, che non possono sostenere il presente e ancor meno il futuro delle loro famiglie; ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa nazione. Ascoltare i migranti, che bussano alle porte di questo paese in cerca di una vita migliore e, a loro volta, con la forza e la speranza di voler costruire un futuro migliore per tutti. Ascoltare i giovani, nella loro ansia di avere maggiori opportunità, specialmente sul piano educativo e, così, sentirsi protagonisti del Cile che sognano, proteggendoli attivamente dal flagello della droga che si prende il meglio delle loro vite. Ascoltare gli anziani, con la loro saggezza tanto necessaria e il carico della loro fragilità. Non li possiamo abbandonare. Ascoltare i bambini, che si affacciano al mondo con i loro occhi pieni di meraviglia e innocenza e attendono da noi risposte reali per un futuro di dignità. E qui non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta.

Ascoltare la nostra casa comune

     Con questa capacità di ascolto siamo invitati – oggi in modo speciale – a prestare un’attenzione preferenziale alla nostra casa comune. Ascoltare la nostra casa comune: far crescere una cultura che sappia prendersi cura della terra e a tale scopo non accontentarci solo di offrire risposte specifiche ai gravi problemi ecologici e ambientali che si presentano; in questo si richiede l’audacia di offrire «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico»[4] che privilegia l’irruzione del potere economico nei confronti degli ecosistemi naturali e, di conseguenza, del bene comune dei nostri popoli. La saggezza dei popoli autoctoni può offrire un grande contributo. Da loro possiamo imparare che non c’è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello e tutti quelli che la circondano. Il Cile possiede nelle proprie radici una saggezza capace di aiutare ad andare oltre la concezione meramente consumistica dell’esistenza per acquisire un atteggiamento sapienziale di fronte al futuro.

     L’anima del carattere cileno – la presidente ha detto che era diffidente – l’anima del carattere cileno è vocazione a essere, quella caparbia volontà di esistere.[5] Vocazione alla quale tutti sono chiamati e rispetto alla quale nessuno può sentirsi escluso o dispensabile. Vocazione che richiede un’opzione radicale per la vita, specialmente in tutte le forme nelle quali essa si vede minacciata.

     Ringrazio nuovamente per l’invito a poter venire a incontrarmi con voi, con l’anima di questo popolo; e prego affinché la Vergine del Carmelo, madre e regina del Cile, continui ad accompagnare e a far crescere i sogni di questa benedetta nazione. Grazie!

 

     Palacio de La Moneda, Santiago del Cile, 16 gennaio 2018.

 

 

Dolore per le violenze su minori
Incontro con i consacrati in Cile

Cari fratelli e sorelle, buonasera.

     Sono contento di condividere questo incontro con voi. Mi è piaciuto il modo con cui il card. Ezzati vi ha presentato: «Ecco, ecco le consacrate, i consacrati, i presbiteri, i diaconi permanenti, i seminaristi...». Eccoli. Mi è venuto in mente il giorno della nostra ordinazione o consacrazione quando, dopo la presentazione, abbiamo detto: «Eccomi, Signore, per fare la tua volontà». In questo incontro desideriamo dire al Signore: «Eccoci», per rinnovare il nostro «sì». Vogliamo rinnovare insieme la risposta alla chiamata che un giorno scosse il nostro cuore.

     E per fare questo, credo che ci possa aiutare partire dal brano del Vangelo che abbiamo ascoltato e condividere tre momenti di Pietro e della prima comunità: Pietro e la comunità abbattuta, Pietro e la comunità perdonata e Pietro e la comunità trasfigurata. Gioco con questo binomio Pietro-comunità poiché l’esperienza degli apostoli ha sempre questo duplice aspetto, quello personale e quello comunitario. Vanno insieme e non li possiamo separare. Siamo, sì, chiamati individualmente, ma sempre a esser parte di un gruppo più grande. Non esiste il «selfie vocazionale», non esiste. La vocazione esige che la foto te la scatti un altro: che possiamo farci? Le cose stanno così.

1. Pietro abbattuto e la comunità abbattuta

      Mi è sempre piaciuto lo stile dei Vangeli di non decorare né addolcire gli avvenimenti, e nemmeno di dipingerli belli. Ci presentano la vita com’è e non come dovrebbe essere. Il Vangelo non ha paura di mostrarci i momenti difficili, e perfino conflittuali, che i discepoli hanno attraversato.

     Ricomponiamo la scena. Avevano ucciso Gesù; alcune donne dicevano che era vivo (cf. Lc 24,22-24). Anche se avevano visto Gesù risorto, l’evento era talmente forte che i discepoli avevano bisogno di tempo per comprendere l’accaduto. Luca dice: «Era così grande la gioia che non potevano crederci». Avevano bisogno di tempo per comprendere quello che era successo. Comprensione che arriverà a Pentecoste, con l’invio dello Spirito Santo. L’irruzione del Risorto prenderà tempo per calare nel cuore dei suoi.

     I discepoli ritornano alla loro terra. Vanno a fare quello che sapevano fare: pescare. Non c’erano tutti, solo alcuni. Divisi? Frammentati? Non lo sappiamo. Quello che ci dice la Scrittura è che quelli che c’erano non hanno pescato niente. Hanno le reti vuote.

     Ma c’era un altro vuoto che pesava inconsciamente su di loro: lo smarrimento e il turbamento per la morte del loro Maestro. Non c’è più, è stato crocifisso. Non solo lui era stato crocifisso, ma anche loro, perché la morte di Gesù aveva messo in evidenza un vortice di conflitti nel cuore dei suoi amici. Pietro lo aveva rinnegato, Giuda lo aveva tradito, gli altri erano fuggiti o si erano nascosti. Solo un pugno di donne e il discepolo amato erano rimasti. Il resto, se n’era andato. Questione di giorni, e tutto era crollato. Sono le ore dello smarrimento e del turbamento nella vita del discepolo. Nei momenti «in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici, non è facile trovare la strada da seguire. Esistono varie tentazioni che caratterizzano questo momento: discutere di idee, non dare la dovuta attenzione al fatto, fissarsi troppo sui persecutori… e credo che la peggiore di tutte le tentazioni sia fermarsi a ruminare la desolazione».[6] Sì, stare a ruminare la desolazione. Questo è quello che è successo ai discepoli.

     Come ci diceva il card. Ezzati: «La vita presbiterale e consacrata in Cile ha attraversato e attraversa ore difficili di turbolenza e sfide non indifferenti. Insieme alla fedeltà della stragrande maggioranza, è cresciuta anche la zizzania del male col suo seguito di scandalo e diserzione».

     Momento di turbolenza. Conosco il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male. Dolore per il danno e la sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, che hanno visto tradita la fiducia che avevano posto nei ministri della Chiesa. Dolore per la sofferenza delle comunità ecclesiali; e dolore anche per voi, fratelli, che oltre alla fatica della dedizione avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione, che in alcuni o in molti può aver insinuato il dubbio, la paura e la sfiducia. So che a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada; che andare «vestiti da prete» in molte zone si sta «pagando caro». Per questo vi invito a chiedere a Dio che ci dia la lucidità di chiamare la realtà col suo nome, il coraggio di chiedere perdono e la capacità di imparare ad ascoltare quello che lui ci sta dicendo, e non ruminare la desolazione.

     Mi piacerebbe poi aggiungere un altro aspetto importante. Le nostre società stanno cambiando. Il Cile di oggi è molto diverso da quello che conobbi al tempo della mia giovinezza, quando mi formavo. Stanno nascendo nuove e varie forme culturali che non si adattano ai contorni conosciuti. E dobbiamo riconoscere che, tante volte, non sappiamo come inserirci in queste nuove situazioni. Spesso sogniamo le «cipolle d’Egitto» e ci dimentichiamo che la terra promessa sta davanti, e non dietro. Che la promessa è di ieri, ma per domani. E allora possiamo cadere nella tentazione di chiuderci e isolarci per difendere le nostre posizioni che finiscono per essere nient’altro che bei monologhi. Possiamo essere tentati di pensare che tutto va male, e invece di professare una «buona novella», ciò che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito non abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo «degli altri», ma anche nostra.

     Ci piaccia o no, siamo invitati ad affrontare la realtà così come ci si presenta. La realtà personale, comunitaria e sociale. Le reti – dicono i discepoli – sono vuote, e possiamo comprendere i sentimenti che questo genera. Tornano a casa senza grandi avventure da raccontare; tornano a casa a mani vuote; tornano a casa abbattuti.

     Che cos’è rimasto di quei discepoli forti, coraggiosi, vivaci, che si sentivano scelti e avevano lasciato tutto per seguire Gesù (cf. Mc 1,16-20)? Cos’è rimasto di quei discepoli sicuri di sé, che sarebbero andati in prigione e avrebbero dato persino la vita per il loro Maestro (cf. Lc 22,33), che per difenderlo volevano scagliare il fuoco sulla terra (cf. Lc 9,54); che per lui avrebbero sguainato la spada e dato battaglia (cf. Lc 22,49-51)? Che è rimasto del Pietro che rimproverava il suo Maestro su come avrebbe dovuto condurre la propria vita (cf. Mc 8,31-33), il suo programma di redenzione? La desolazione.

2. Pietro perdonato, la comunità perdonata

      È l’ora della verità nella vita della prima comunità. È l’ora in cui Pietro si confrontò con parte di sé stesso. Con la parte della sua verità che molte volte non voleva vedere. Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era tanto peccatore quanto gli altri, era tanto bisognoso quanto gli altri, era tanto fragile quanto gli altri. Pietro deluse colui al quale aveva giurato protezione. Un’ora cruciale nella vita di Pietro.

     Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo. Lasciamoci guidare dal testo.

     «Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”» (Gv 21,15).

     Dopo mangiato, Gesù invita Pietro a fare due passi e l’unica parola è una domanda, una domanda d’amore: Mi ami? Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a «masticare» la desolazione frutto del suo limite; salvarlo dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù. Gesù lo vuole salvare dalla chiusura e dall’isolamento. Lo vuole salvare da quell’atteggiamento distruttivo che è il vittimismo o, al contrario, dal cadere in un «tanto è tutto uguale» che finisce per annacquare qualsiasi impegno nel relativismo più dannoso. Vuole liberarlo dal considerare chiunque gli si oppone come se fosse un nemico, o dal non accettare con serenità le contraddizioni o le critiche. Vuole liberarlo dalla tristezza e specialmente dal malumore.

     Con quella domanda, Gesù invita Pietro ad ascoltare il proprio cuore e imparare a discernere. Perché «non era di Dio difendere la verità a costo della carità, né la carità a costo della verità, né l’equilibrio a costo di entrambe. Occorre discernere. Gesù vuole evitare che Pietro diventi un verace distruttore o un caritatevole menzognero o un perplesso paralizzato»[7] come può capitarci in queste situazioni.

     Gesù interrogò Pietro sull’amore e insistette con lui finché lui poté dargli una risposta realistica: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). Così Gesù lo conferma nella missione. Così lo fa diventare definitivamente suo apostolo.

     Che cosa fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia (cf. 1Tm 1,12-16). Siamo stati trattati con misericordia. «In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia. Ognuno di noi potrebbe fare memoria, ricordando tutte le volte in cui il Signore lo ha visto, lo ha guardato, si è avvicinato e gli ha usato misericordia».[8] E vi invito a fare questo. Non siamo qui perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i «mortali». Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati. E questa è la fonte della nostra gioia. Siamo consacrati, pastori nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato – e quando dico «consacrati» dico tutti quelli che sono qui – è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna.

     Gesù Cristo non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che ha un nome: Gesù Cristo.

     La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; sì, ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza «prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli a un certo stile cattolico proprio del passato».[9]

     In Gesù, le nostre piaghe sono risorte. Ci rendono solidali; ci aiutano a distruggere i muri che ci imprigionano in un atteggiamento elitario per stimolarci a gettare ponti e andare incontro a tanti assetati del medesimo amore misericordioso che solo Cristo ci può offrire. «Quante volte sogniamo piani apostolici espansionistici, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”».[10] Vedo con una certa preoccupazione che ci sono comunità che vivono prese dall’ansia più di figurare sul cartellone, di occupare spazi, di apparire e mostrarsi, che non di rimboccarsi le maniche e andare a toccare la realtà sofferta del nostro popolo fedele.

     Come ci mette in discussione la riflessione di quel santo cileno che avvertiva: «Saranno, dunque, metodi falsi tutti quelli che vengono imposti per uniformità; tutti quelli che pretendono di orientarci a Dio facendoci dimenticare i nostri fratelli; tutti quelli che ci fanno chiudere gli occhi sull’universo, invece di insegnarci ad aprirli per elevare tutto al Creatore di ogni cosa; tutti quelli che ci rendono egoisti e ci fanno ripiegare su noi stessi».[11]

     Il popolo di Dio non aspetta né ha bisogno di noi come supereroi, aspetta pastori, uomini e donne consacrati, che conoscano la compassione, che sappiano tendere una mano, che sappiano fermarsi davanti a chi è caduto e, come Gesù, aiutino a uscire da quel giro vizioso di «masticare» la desolazione che avvelena l’anima.

3. Pietro trasfigurato, la comunità trasfigurata

      Gesù invita Pietro a discernere e così iniziano a prendere forza molti avvenimenti della vita di Pietro, come il gesto profetico della lavanda dei piedi. Pietro, quello che aveva opposto resistenza a lasciarsi lavare i piedi, incominciava a capire che la vera grandezza passa per il farsi piccoli e servitori.[12]

     Che pedagogia quella di nostro Signore! Dal gesto profetico di Gesù alla Chiesa profetica che, lavata dal proprio peccato, non ha paura di andare a servire un’umanità ferita.

     Pietro ha sperimentato nella propria carne la ferita non solo del peccato, ma anche dei propri limiti e debolezze. Ma ha scoperto in Gesù che le sue ferite possono essere via di risurrezione. Conoscere Pietro abbattuto per conoscere Pietro trasfigurato è l’invito a passare dall’essere una Chiesa di abbattuti desolati a una Chiesa servitrice di tanti abbattuti che vivono accanto a noi. Una Chiesa capace di porsi al servizio del suo Signore nell’affamato, nel carcerato, nell’assetato, nel senzatetto, nel denudato, nel malato… (cf. Mt 25,35). Un servizio che non s’identifica con l’assistenzialismo o il paternalismo, ma con la conversione del cuore. Il problema non sta nel dar da mangiare al povero, vestire il denudato, assistere l’infermo, ma nel considerare che il povero, il denudato, il malato, il carcerato, il senzatetto hanno la dignità di sedersi alle nostre tavole, di sentirsi «a casa» tra noi, di sentirsi in famiglia. Quello è il segno che il regno di Dio è in mezzo a noi. È il segno di una Chiesa che è stata ferita a causa del proprio peccato, colmata di misericordia dal suo Signore, e convertita in profetica per vocazione.

     Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone.

     Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore, ci permette di ritornare a Gesù sapendo che «egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai. (…) Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale».[13] Come fa bene a tutti noi lasciare che Gesù ci rinnovi il cuore!

     All’inizio di questo incontro vi dicevo che venivamo a rinnovare il nostro «sì», con slancio, con passione. Vogliamo rinnovare il nostro «sì», ma realistico, perché basato sullo sguardo di Gesù. Vi invito quando tornate a casa a preparare nel vostro cuore una specie di testamento spirituale, sul modello del card. Raúl Silva Henríquez. Quella bella preghiera che inizia dicendo: «La Chiesa che io amo è la santa Chiesa di tutti i giorni… la tua, la mia, la santa Chiesa di tutti i giorni… Gesù, il Vangelo, il pane, l’eucaristia, il corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La santa Chiesa di tutti i giorni». Ti chiedo: com’è la Chiesa che tu ami? Ami questa Chiesa ferita che trova vita nelle piaghe di Gesù?

     Grazie per questo incontro. Grazie per l’opportunità di rinnovare il «sì» con voi. La Vergine del Carmelo vi copra col suo manto. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

 

     Cattedrale di Santiago, Cile, 16 gennaio 2018.

 

 

Unità
per i nostri popoli
Omelia a Temuco, in Cile

     «Mari, Mari» (buongiorno). «Küme tünngün ta niemün» «La pace sia con voi» (Lc 24,36).

     Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare questa bella parte del nostro continente, l’Araucanía: terra benedetta dal Creatore con la fertilità dei suoi immensi campi verdi, foreste colme di imponenti araucarie – il quinto elogio fatto da Gabriela Mistral a questa terra cilena –,[14] i suoi maestosi vulcani innevati, i suoi laghi e fiumi pieni di vita. Questo paesaggio ci eleva a Dio ed è facile vedere la sua mano in ogni creatura. Molte generazioni di uomini e donne hanno amato e amano questo suolo con gelosa gratitudine. E voglio soffermarmi e salutare in modo speciale i membri del popolo mapuche, così come gli altri popoli indigeni che vivono in queste terre australi: rapanui (Isola di Pasqua), aymara, quechua e atacama, e molti altri.

     Questa terra, se la guardiamo con occhi di turisti, ci lascerà estasiati, però dopo continueremo la nostra strada come prima, ricordandoci dei bei paesaggi che abbiamo visto; se invece ci avviciniamo al suolo, lo sentiremo cantare: «Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere».[15]

     In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’eucaristia. E lo facciamo in questo aerodromo di Maqueue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. E ricordando queste cose, rimaniamo un istante in silenzio, pensando a tanto dolore e a tanta ingiustizia. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare.

     Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù prega il Padre che «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). In un’ora cruciale della sua vita si ferma a chiedere l’unità. Il suo cuore sa che una delle peggiori minacce che colpisce e colpirà il suo popolo e tutta l’umanità sarà la divisione e lo scontro, la sopraffazione degli uni sugli altri. Quante lacrime versate! Oggi vogliamo fare nostra questa preghiera di Gesù, vogliamo entrare con lui in questo orto di dolore, anche con i nostri dolori, per chiedere al Padre con Gesù: che anche noi siamo una cosa sola. Non permettere che ci vinca lo scontro o la divisione.

     Questa unità, implorata da Gesù è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli. E bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e «inquinare dalla radice» questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita a essere autentici protagonisti della storia. Quali sono queste tentazioni? Una è quella dei falsi sinonimi.

1. I falsi sinonimi

     Una delle principali tentazioni da affrontare è quella di confondere unità con uniformità. Gesù non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né d’integrazione forzata né d’emarginazione armonizzatrice. La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre. Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri. L’unità domandata e offerta da Gesù riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta.

     L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori e culture inferiori. Un bel chamal (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo a ogni cosa e a ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente. L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei «laboratori» dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei vari paesaggi. Non è un’arte da scrivania l’unità, né fatta solo di documenti, è un’arte dell’ascolto e del riconoscimento. In questo è radicata la sua bellezza e anche la sua resistenza al passare del tempo e delle intemperie che dovrà affrontare.

     L’unità di cui i nostri popoli hanno bisogno richiede che ci ascoltiamo, ma soprattutto che ci riconosciamo, il che non significa solo «ricevere informazioni sugli altri (...) ma raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi».[16] Questo ci introduce sulla via della solidarietà come modo di tessere l’unità, come modo di costruire la storia; quella solidarietà che ci porta a dire: abbiamo bisogno gli uni degli altri nelle nostre differenze affinché questa terra continui a essere bella. È l’unica arma che abbiamo contro la «deforestazione» della speranza. Ecco perché chiediamo: Signore, rendici artigiani di unità.

     Un’altra tentazione può venire dalla considerazione di quali sono le armi dell’unità.

2. Le armi dell’unità

      L’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo. Ci sono due forme di violenza che più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli. In primo luogo, dobbiamo essere attenti all’elaborazione di accordi «belli» che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che, se non diventano concreti, finiscono per «cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano». Anche questa è violenza. Perché? Perché frustra la speranza.

     In secondo luogo, è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce come unico risultato maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo «no alla violenza che distrugge», in nessuna delle sue due forme.

     Questi atteggiamenti sono come lava di vulcano che tutto distrugge, tutto brucia, lasciando dietro di sé solo sterilità e desolazione. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità.[17] Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità.

     Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra (Gen 2,7), siamo chiamati al buon vivere (Küme Mongen), come ci ricorda la saggezza ancestrale del popolo mapuche. Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare! Küme Mongen: un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato. Perciò, fratelli, per i figli di questa terra, per i figli dei loro figli, diciamo con Gesù al Padre: che anche noi siamo una cosa sola: Signore, rendici artigiani di unità.

 

     Aerodromo di Maquehue a Temuco, Cile, 17 gennaio 2018.

 

Un Sinodo
per l’Amazzonia
Incontro con i popoli indigeni in Perù

Cari fratelli e sorelle!

     Qui insieme a voi mi sgorga dal cuore il canto di san Francesco: «Laudato si’, mi’ Signore». Sì, lodato tu sia per l’opportunità che ci doni con questo incontro. Grazie mons. David Martínez de Aguirre Guinea, signor Héctor, signora Yésica e signora María Luzmila per le vostre parole di benvenuto e per le vostre testimonianze. In voi desidero ringraziare e salutare tutti gli abitanti dell’Amazzonia.

     Vedo che siete venuti dai differenti popoli originari dell’Amazzonia: harakbut, esse-ejas, matsiguenkas, yines, shipibos, asháninkas, yaneshas, kakintes, nahuas, yaminahuas, juni kuin, madijá, manchineris, kukamas, kandozi, quichuas, huitotos, shawis, achuar, boras, awajún, wampís, tra gli altri. Vedo anche che ci accompagnano popoli che vengono dalle Ande e son arrivati nella selva e si sono fatti amazzonici. Ho molto desiderato questo incontro. Ho voluto iniziare da qui la visita in Perù. Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale. Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo» (Es 3,5).

     Permettetemi di ripetere ancora una volta: che tu sia lodato, Signore, per quest’opera meravigliosa dei popoli amazzonici e per tutta la biodiversità che queste terre racchiudono!

     Questo canto di lode si spezza quando ascoltiamo e vediamo le profonde ferite che portano con sé l’Amazzonia e i suoi popoli. E ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture.

Una minaccia più forte che mai
sui territori amazzonici

     Probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: da una parte, il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la «conservazione» della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate.

     Siamo a conoscenza di movimenti che, in nome della conservazione della foresta, si appropriano di grandi estensioni di boschi e negoziano su di esse generando situazioni di oppressione per i popoli originari per i quali, in questo modo, il territorio e le risorse naturali che vi si trovano diventano inaccessibili. Questa problematica soffoca i vostri popoli e causa migrazioni delle nuove generazioni di fronte alla mancanza di alternative locali. Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli stati senza tener conto dei suoi abitanti.

     Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri. Un dialogo interculturale in cui voi siate «i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i [vostri] spazi».[18] Il riconoscimento e il dialogo saranno la via migliore per trasformare le antiche relazioni segnate dall’esclusione e dalla discriminazione.

     D’altra parte, è giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità. Questo «buon agire» è in sintonia con le pratiche del «buon vivere» che scopriamo nella saggezza dei nostri popoli. E permettetemi di dirvi che se, da qualcuno, voi siete considerati un ostacolo o un «ingombro», in verità voi con la vostra vita siete un grido rivolto alla coscienza di uno stile di vita che non è in grado di misurare i suoi costi. Voi siete memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della casa comune.

     La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita. Conosciamo la sofferenza che alcuni di voi patiscono per le fuoriuscite di idrocarburi che minacciano seriamente la vita delle vostre famiglie e inquinano il vostro ambiente naturale. 

Una minaccia sulle persone: la tratta

     Parallelamente, esiste un’altra devastazione della vita che viene provocata con questo inquinamento ambientale causato dall’estrazione illegale. Mi riferisco alla tratta di persone: la mano d’opera schiavizzata e l’abuso sessuale. La violenza contro gli adolescenti e contro le donne è un grido che sale al cielo: «Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? (...) Non facciamo finta di niente e non guardiamo dall’altra parte. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti!».[19]

     Come non ricordare san Toribio, quando constatava con gran dolore nel III Concilio di Lima che «non solo nei tempi passati sono stati fatti a questi poveri tante offese e violenze con tanti eccessi, ma che anche oggi molti continuano a fare le stesse cose» (Sess. III, c. 3). Sfortunatamente, dopo cinque secoli queste parole continuano a essere attuali. Le parole profetiche di quegli uomini di fede – come ci hanno ricordato Héctor e Yésica – sono il grido di questa gente, che molte volte è costretta al silenzio o a cui hanno tolto la parola. Quella profezia deve rimanere presente nella nostra Chiesa, che non smetterà mai di alzare la voce per gli scartati e per quelli che soffrono.

     Da questa preoccupazione deriva l’opzione primordiale per la vita dei più indifesi. Sto pensando ai popoli denominati «Popoli indigeni in isolamento volontario» (PIAV). Sappiamo che sono i più vulnerabili tra i vulnerabili. Il retaggio di epoche passate li ha obbligati a isolarsi persino dalle loro stesse etnie, iniziando una storia di reclusione nei luoghi più inaccessibili della foresta per poter vivere in libertà. Continuate a difendere questi fratelli più vulnerabili. La loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità e del consumo. È necessario che esistano limiti che ci aiutino a difenderci da ogni tentativo di distruzione di massa dell’habitat che ci costituisce.

     Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza, ma autentici interlocutori –, come pure di tutti i popoli originari, ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato. È urgente accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società, non fare delle loro culture un’idealizzazione di uno stato naturale, e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo. La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi, che non apparteniamo alla loro cultura.

Colonialismi mascherati da progresso

     Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi. Sono preoccupanti le notizie che giungono sull’avanzare di alcune malattie. Fa paura il silenzio perché uccide. Con il silenzio non diamo vita ad azioni volte alla prevenzione, soprattutto per gli adolescenti e i giovani, né ci curiamo dei malati, condannandoli alla esclusione più crudele. Chiediamo agli stati che s’implementino politiche sanitarie interculturali che tengano conto della realtà e della visione del cosmo dei popoli, formando professionisti della loro stessa etnia che sappiano affrontare la malattia secondo la propria visione del cosmo. E come ho affermato nella Laudato si’, una volta di più è necessario alzare la voce sulla pressione che alcuni organismi internazionali fanno su determinati paesi perché promuovano politiche di sterilizzazione. Queste si accaniscono in modo più incisivo sulle popolazioni aborigene. Sappiamo che in esse si continua a promuovere la sterilizzazione delle donne, a volte senza che esse ne siano avvertite.

     La cultura dei nostri popoli è un segno di vita. L’Amazzonia, oltre a essere una riserva di biodiversità, è anche una riserva culturale che deve essere preservata di fronte ai nuovi colonialismi. La famiglia è – come ha detto una di voi – ed è sempre stata l’istituzione sociale che più ha contribuito a mantenere vive le nostre culture. In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi, la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita.

     Ci è chiesta una speciale cura per non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso, che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole. Ascoltate gli anziani, per favore. Essi dispongono di una saggezza che li pone a contatto con il trascendente e fa loro scoprire l’essenziale della vita. Non dimentichiamoci che «la scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale».[20] E l’unico modo per far sì che le culture non si perdano è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento. Com’è importante quello che ci dicevano Yésica e Héctor: «Vogliamo che i nostri figli studino, ma non vogliamo che la scuola cancelli le nostre tradizioni, le nostre lingue, non vogliamo dimenticarci della nostra saggezza ancestrale!».

     L’educazione ci aiuta a gettare ponti e a generare una cultura dell’incontro. La scuola e l’educazione dei popoli originari dev’essere una priorità e un impegno dello stato, impegno integrante e inculturato che assuma, rispetti e integri come un bene di tutta la nazione la loro sapienza ancestrale, come ci segnalava María Luzmila.

     Chiedo ai miei fratelli vescovi che, come si sta facendo anche nei luoghi più isolati della selva, continuino a promuovere spazi d’educazione interculturale e bilingue nelle scuole e negli istituti pedagogici e universitari.[21] Mi congratulo per le iniziative che vengono prese dalla Chiesa peruviana dell’Amazzonia per la promozione dei popoli originari: scuole, residenze per studenti, centri di ricerca e di promozione come il Centro culturale José Pío Aza, il CAAAP (Centro amazónico de antropología y aplicación práctica; ndr) e il CETA (Centro de estudios teológicos de la Amazonía; ndr), nuovi e importanti spazi universitari interculturali come Nopoki, diretti espressamente alla formazione dei giovani delle differenti etnie della nostra Amazzonia.

     Mi congratulo anche con tutti quei giovani dei popoli originari che si sforzano di elaborare, dal proprio punto di vista, una nuova antropologia e lavorano per rileggere la storia dei loro popoli dalla loro prospettiva. Inoltre mi congratulo con quelli che, per mezzo della pittura, della letteratura, dell’artigianato, della musica, mostrano al mondo la loro visione del cosmo e la loro ricchezza culturale. Molti hanno scritto e parlato su di voi. È bene che adesso siate voi stessi ad autodefinirvi e a mostrarci la vostra identità. Abbiamo bisogno di ascoltarvi.

Inizia il Sinodo per l’Amazzonia

     Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea, e a partire da quella si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in lui. Non soccombete ai tentativi che ci sono di sradicare la fede cattolica dei vostri popoli.[22] Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche. E a tal proposito mi ha dato tanta gioia ascoltare che uno dei brani della Laudato si’ è stato letto da un diacono permanente della vostra cultura. Aiutate i vostri vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019, la cui prima riunione, come Consiglio pre-sinodale, si terrà qui, oggi pomeriggio.

     Confido nella capacità di resilienza dei popoli e nella vostra capacità di reazione davanti ai difficili momenti che vi tocca vivere. Lo avete dimostrato nei diversi assalti della storia, con i vostri contributi, con la vostra visione differenziata delle relazioni umane, con l’ambiente e con l’esperienza della fede.

     Prego per voi e per la vostra terra benedetta da Dio, e vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

     Tinkunakama (quechua: al prossimo incontro).

 

     Coliseo Madre de Dios, Puerto Maldonado, Cile, 19 gennaio 2018.

 

Il male
della corruzione

Incontro con le autorità del Perù

Signor presidente, membri del governo e del corpo diplomatico, distinte autorità, rappresentanti della società civile, signori, signore tutti!

     Giungendo in questa storica casa rendo grazie a Dio per l’opportunità che mi ha concesso di calcare, ancora una volta, il suolo peruviano. Vorrei che le mie parole fossero di saluto e gratitudine per ciascuno dei figli e delle figlie di questo popolo che ha saputo conservare e arricchire nel corso del tempo la sua sapienza ancestrale che è, senza dubbio, uno dei suoi principali patrimoni.

     Grazie, signor Pedro Paolo Kuczynsky, presidente della nazione, per l’invito a visitare il paese e per le parole di benvenuto che mi ha rivolto a nome di tutto il suo popolo.

     Vengo in Perù con il motto «Uniti per la speranza». Permettetemi di dirvi che guardare questa terra è di per sé un motivo di speranza.

     Parte del vostro territorio è formato dall’Amazzonia, che ho visitato stamattina e che costituisce nel suo insieme la più grande foresta tropicale e il sistema fluviale più esteso del pianeta. Questo «polmone», come lo si è voluto chiamare, è una delle zone di grande biodiversità del mondo, dato che ospita le specie più diverse.

Una ricchissima pluralità culturale

     Voi possedete una ricchissima pluralità culturale, sempre più interattiva, che costituisce l’anima di questo popolo. Anima marcata da valori ancestrali come l’ospitalità, la stima dell’altro, il rispetto e la gratitudine verso la madre terra e la creatività per nuovi progetti, come pure la responsabilità comunitaria per lo sviluppo di tutti che si coniuga nella solidarietà, dimostrata tante volte di fronte alle diverse catastrofi vissute.

     In questo contesto, vorrei segnalare i giovani, che sono il presente più vitale che questa società possiede. Col loro dinamismo e il loro entusiasmo promettono e invitano a sognare un futuro di speranza che nasce dall’incontro tra il culmine della sapienza ancestrale e gli occhi nuovi che offre la gioventù.

     E mi rallegro anche di un fatto storico: sapere che la speranza in questa terra ha un volto di santità. Il Perù ha generato santi che hanno aperto strade di fede per tutto il continente americano; per nominarne solo uno, Martino de Porres, il quale, figlio di due culture, mostrò la forza e la ricchezza che nascono nelle persone quando mettono l’amore al centro della loro vita. E potrei continuare a lungo questa lista materiale e ideale di ragioni di speranza. Il Perù è terra di speranza che invita e sfida all’unità di tutto il suo popolo. Questo popolo ha la responsabilità di mantenersi unito precisamente, tra le altre cose, per difendere tutti questi motivi di speranza.

     Su questa speranza si profila un’ombra, si erge una minaccia. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo»[23] – dicevo nella lettera enciclica Laudato si’. Questo si manifesta con chiarezza nel modo in cui stiamo spogliando la terra delle risorse naturali, senza le quali non è possibile alcuna forma di vita. La perdita di foreste e boschi implica non solo la perdita di specie viventi, che potrebbero anche significare nel futuro risorse estremamente importanti, ma anche la perdita di relazioni vitali che finiscono per alterare tutto l’ecosistema.[24]

     In questo contesto, «uniti per difendere la speranza» significa promuovere e sviluppare un’ecologia integrale come alternativa a «un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale».[25] E questo richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori. Essi mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, provocano molte iniziative, alterando tutta la trama vitale che costituisce la nazione. Il degrado dell’ambiente, purtroppo, è strettamente legato al degrado morale delle nostre comunità. Non possiamo pensarle come due questioni separate.

     A titolo di esempio, le estrazioni minerarie irregolari sono diventate un pericolo che distrugge la vita delle persone; le foreste e i fiumi vengono devastati con tutta la loro ricchezza. Questo processo di degrado implica e alimenta organizzazioni al di fuori delle strutture legali che degradano tanti nostri fratelli sottomettendoli alla tratta – nuova forma di schiavitù –, al lavoro irregolare, alla delinquenza… e ad altri mali che colpiscono gravemente la loro dignità e, insieme, la dignità di questa nazione.

Il virus della corruzione

     Lavorare uniti per difendere la speranza esige di essere molto attenti a un’altra forma – spesso sottile – di degrado ambientale che inquina progressivamente tutto il tessuto vitale: la corruzione. Quanto male procura ai nostri popoli latinoamericani e alle democrazie di questo benedetto continente tale «virus» sociale, un fenomeno che infetta tutto, e i poveri e la madre terra sono i più danneggiati. Quello che si può fare per lottare contro questo flagello sociale merita il massimo della considerazione e del sostegno; e questa lotta ci impegna tutti. «Uniti per difendere la speranza» implica maggiore cultura della trasparenza tra enti pubblici, settore privato e società civile, e non escludo le organizzazioni ecclesiastiche. Nessuno può dirsi estraneo a questo processo; la corruzione è evitabile ed esige l’impegno di tutti.

     Coloro che occupano incarichi di responsabilità, in qualunque settore, li incoraggio e li esorto a impegnarsi in tal senso per offrire, al vostro popolo e alla vostra terra, la sicurezza che nasce dalla convinzione che il Perù è uno spazio di speranza e di opportunità… ma per tutti, non per pochi! Perché ogni peruviano, ogni peruviana possano sentire che questo paese è suo, non di un altro, e che può stabilirvi relazioni di fraternità e di uguaglianza con il prossimo e aiutare l’altro quando ne ha bisogno; una terra in cui si possa realizzare il proprio futuro. E così costruire un Perù che abbia spazio per «tutte le stirpi»,[26] in cui possa realizzarsi «la promessa della vita peruviana».[27]

     Desidero assicurare nuovamente a voi l’impegno della Chiesa cattolica, che ha accompagnato la vita di questa nazione, in questo sforzo che ci accomuna di portare avanti il lavoro perché il Perù continui a essere una terra di speranza.

     Santa Rosa da Lima interceda per ognuno di voi e per questa benedetta nazione. Nuovamente grazie.

 

      Palacio de gobierno di Lima, Perù, 19 gennaio 2018.

 

Francesco

 

[1] G. Mistral, Elogios de la tierra de Chile.

[2]Omelia nel Te Deum ecumenico, 4.11.1970.

[3]Te Deum, settembre 1948.

[4] Francesco, lett. enc. Laudato si’ sulla cura della casa comune, 24.5.2015, n. 111; Regno-doc. 23,2015,25.

[5] Cf. G. Mistral, «Breve descripción de Chile», in Anales de la Universidad de Chile (14), 1934.

[6] J.M. Bergoglio, Las cartas de la tribulación, 9, Diego de Torres, Buenos Aires 1987.

[7] Cf. ivi.

[8] Francesco, Videomessaggio al CELAM in occasione del Giubileo straordinario della misericordia nel continente americano, 27.8.2016.

[9] Francesco, Evangelii gaudium, n. 94; EV 29/2200.

[10]Ivi, n. 96; EV 29/2202.

[11] A. Hurtado, Discurso a jóvenes de la Acción Católica, 1943.

[12] «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35).

[13] Francesco, Evangelii gaudium, n. 11; EV 29/2115.

[14] Cf. Elogios de la tierra de Chile.

[15] V. Parra, Arauco tiene una pena.

[16] Francesco, esort. ap. Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, n. 246; EV 29/2352.

[17] Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017, 1.1.2017; Regno-doc. 1,2017,1.

[18] Francesco, Laudato si’, n. 146; Regno-doc. 23,2015,32.

[19] Id., Evangelii gaudium, n. 211; EV 19/2317.

[20] Francesco, Laudato si’, n. 145; Regno-doc. 23,2015,32.

[21] Cf. V Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano e dei Caraibi, Documento di Aparecida, 29.6.2017, n. 530; Regno-doc. 19,2007,645.

[22] Cf. ivi, n. 531.

[23] Francesco, Laudato si’, n. 104; Regno-doc. 23,2015,23.

[24] Cf. ivi, n. 32; Regno-doc. 23,2015,6.

[25] Francesco, Messaggio urbi et orbi, 25.12.2017.

[26] J.M. Arguedas, Todas las sangres, Buenos Aires, 1964; trad. it. Tutte le stirpi, Torino 1974.

[27] J. Basadre, La promesa de la vida peruana, Lima, 1958.

Tipo Documento
Tema Francesco Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area AMERICA LATINA AMERICHE
Nazioni

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– la dichiarazione Sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Stati Uniti del segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese Olav Fykse Tveit, 6 dicembre (www.oikoumene.org; nostra traduzione dall’inglese);

– la lettera Urgente richiesta di astenersi dal riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, inviata dalla Federazione luterana mondiale al presidente Trump, 6 dicembre (www.lutheranworld.org; nostra traduzione dall’inglese);

– la Dichiarazione della presidenza del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, 10 dicembre (www.ccee.eu);

– la Risoluzione adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 21 dicembre (unbisnet.un.org; nostra traduzione dall’inglese);

– la Lettera del papa al grande imam di Al-Azhar per la Conferenza internazionale di Al-Azhar a sostegno di Gerusalemme, 18 gennaio 2018 (www.vatican.va).

 

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