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Documenti, 13/2019, pag. 443

Il futuro dell’Europa sociale

Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e vicepresidente della COMECE

Mons. Mariano Crociata

Ogni anno le ACLI organizzano un seminario di studi all’interno delle attività del Centro europeo per le questioni dei lavoratori (EZA), una rete di sindacati e associazioni che hanno l’obiettivo comune di approfondire le tematiche sociali nel contesto europeo e alla luce della dottrina sociale delle Chiesa. Quest’anno l’appuntamento, che si è svolto dal 14 al 16 maggio alla Maison d’Italie, nella Cité universitaire di Parigi, è stato dedicato a «Un’Europa sociale e del lavoro. Il contributo delle organizzazioni dei lavoratori». Nelle pagine seguenti pubblichiamo la relazione di mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e primo vicepresidente della Commissione dei vescovi dell’Unione Europea (COMECE). Dopo un’introduzione che richiama la vitalità insostituibile del tessuto associativo per la società, il testo si propone di «sottolineare tre ambiti che sono destinati comunque a determinare il futuro, con potenziali effetti preoccupanti per i paesi europei»: l’emigrazione, l’ambiente, la digitalizzazione e intelligenza artificiale. Il motivo di queste preoccupazioni è dato dalla fragilità da cui è afflitta l’Unione, insieme all’intero continente, a causa della sua coesione inconsistente, della mancanza di visione comune e dell’assenza di capacità progettuale condivisa. Il compito indicato è quello di assumere un atteggiamento positivo, sostenendo «tutto ciò che promuove quella figura di persona e di società che ha plasmato l’Europa».

Originale in nostro possesso.


Tra crisi politica e senso di smarrimento

Non è difficile cogliere tra la gente dei nostri paesi un senso di smarrimento e perfino di paura di fronte ai cambiamenti incalzanti e ai loro effetti imprevedibili che il mondo di oggi genera. Il fenomeno che da tempo viene chiamato «globalizzazione» non solo ci convince che tutto è interconnesso, ma ci fa capire che i centri di potere e la regia dei processi decisionali sono anonimi o comunque remoti, e sfuggono in misura crescente non solo al singolo cittadino ma perfino agli stessi attori delle politiche nazionali. Le manifestazioni di malessere sociale che scoppiano improvvisamente, e talora con effetti che appaiono sproporzionati in confronto alle cause che le hanno scatenate, sono il segnale di una condizione di sofferenza collettiva che si fa fatica a elaborare e a curare, perché muovono dal livello profondo di una coscienza collettiva disorientata e inquieta, nella quale gli strascichi di una prolungata crisi economica giocano un ruolo non marginale.

Lo sforzo di alzare lo sguardo per volgerlo al futuro, quando ancora si riesca da parte di molti a compierlo, deve partire dalla consapevolezza di tale condizione attuale e tendere a una risposta attenta alle domande di aiuto che da essa salgono. Una risposta può essere trovata solo nella linea delle alleanze e della solidarietà, poiché nessun protagonista della scena sociale è nelle condizioni di dominare il tutto. Se, come scriveva un economista un po’ di anni fa, «piccolo è bello», bisogna dire che il piccolo è bello finché non rimane solo, cosa che può valere perfino per una singola nazione, che da sola, nel mondo multipolare di oggi, rischia di subire il destino del proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro.
Un’Unione Europea nata all’indomani della seconda guerra mondiale proprio dai principali responsabili della reciproca distruzione, come patto di pace e di cooperazione economica, oggi potrebbe trovare ragioni nuove per tenere insieme le nazioni che la compongono, riscoprendo e ridando sostanza alle motivazioni ideali e culturali che hanno nutrito i suoi inizi.

Manca purtroppo, in questa fase della storia dell’Unione, la capacità di vedere e di agire nel senso della sua coesione e della collaborazione come via per rispondere alle attese dei popoli. Solo un ritrovato spirito d’intesa e volontà di progetti condivisi può ridare fiducia nella possibilità di prendere in mano il destino comune e di guidare e condurre il cammino umano e sociale dei singoli popoli e di tutti essi insieme dentro la complessità del mondo globale.

Il ruolo insostituibile dell’associazionismo

I soggetti che dovrebbero assumere tale compito sono innanzitutto i rappresentanti dei popoli e i responsabili dell’Unione. Il Documento preparatorio di questo seminario internazionale di studio riprende puntualmente le istanze che devono essere avanzate alle istituzioni in tema di pace, di lavoro, di uguaglianza. Ma non dovrebbe essere soltanto questo il frutto della nostra riflessione. Le società civili dei nostri paesi non hanno solo bisogno di una rappresentanza politica adeguata; sono chiamate a esprimere la loro vitalità attraverso tutte le forme della libera aggregazione e della spontanea associazione, in maniera esemplare nel caso delle organizzazioni dei lavoratori, per le finalità che servono a rendere migliore la vita dei singoli e delle collettività. Del resto, pur nella circolarità incessante tra élite e società, è una società civile vitale a essere in grado d’esprimere una rappresentanza politica all’altezza dei compiti dell’epoca.

Seppure insidiato dal ripiegamento nel privato e dalla perdita diffusa di tensione ideale e culturale, il movimento associazionistico che aggrega liberi e consapevoli cittadini attorno a ideali e obiettivi comuni, ha la possibilità di correggere la deriva individualistica e di reagire al crollo dell’intermediazione tipici dell’odierna dinamica sociale, effetto dell’indebolimento dei corpi intermedi e di un abbaglio collettivo circa la favola della democrazia diretta. Tale semplificazione riduttiva dei rapporti all’interno delle nostre società finisce, essa pure, in realtà con l’alimentare la tensione sociale, perché la tendenziale delegittimazione o rimozione dei corpi intermedi, illudendo di porre senza mediazioni a diretto contatto il vertice e la base, produce effetti devastanti dal momento che i singoli si ritrovano sempre più soli e indifesi, e perciò inesorabilmente risucchiati nel vortice della paura e del malessere collettivo.

Realtà aggregative come le organizzazioni che voi rappresentate assumono tanto più valore quanto più è difficile coinvolgere persone che tendono a rinchiudersi in un privato svuotato di mondo reale, persone per le quali il mondo ha solo dimensioni virtuali e commerciali, mentre i ritmi quotidiani consegnano gli individui a meccanismi di sgretolamento della socialità e di svuotamento della stessa libertà. Condizione di sopravvivenza, sia per i singoli sia per le comunità nazionali, è la capacità di mettersi e stare in relazione e di costruire reti sociali che spezzino gli automatismi che paralizzano i rapporti e le mediazioni. Le persone, come le nazioni, che si consegnano all’isolamento e alla solitudine di un privato o di una presunta sovranità rassicurante e protettiva, alimentano – come prigionieri soggiogati dai propri aguzzini – il meccanismo globalizzante da cui si illudono di difendersi.

Per questi motivi, è quanto mai necessario rafforzare le realtà associative consolidate da una lunga esperienza e quelle che possono trovare nuova fioritura e sviluppo, per rompere la morsa delle solitudini, fare spazio alla solidarietà e alla creatività, dare vita a nuovi soggetti collettivi capaci di orientare la vita delle società e il funzionamento delle istituzioni su vie di coesione sociale e di progresso economico e culturale. Il futuro dell’Europa sociale può avere in esse un punto di forza determinante per il suo positivo dispiegarsi.

La dottrina sociale e il lavoro

Queste preoccupazioni e indicazioni si muovono nell’alveo della dottrina sociale della Chiesa che, per noi credenti, rappresenta il punto di riferimento per la traduzione delle istanze della fede negli ambiti della vita sociale, economica e politica. Essa è anche il criterio che ispira l’azione della Commissione degli episcopati della Comunità Europea nel suo rapporto con le istituzioni dell’Unione e, per altro verso, con le espressioni dell’associazionismo ecclesiale o d’ispirazione cristiana. Il servizio della COMECE, che è regolato dall’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nella versione consolidata del 2016, ha il carattere di «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le istituzioni dell’Unione.
Uno dei più recenti contributi offerti dalla commissione a questo dialogo istituzionale è un documento sul futuro del lavoro in Europa. In esso il lavoro, considerato come «parte integrante dell’identità umana», viene presentato come minacciato da una crescente polarizzazione tra lavoro altamente qualificato e lavoro routinario, per effetto della digitalizzazione e dell’automazione, dalla flessibilità che ne compromette la sicurezza, dai confini sempre più indistinti tra vita professionale e vita privata.

Il documento argomenta che c’è bisogno, invece, di modellare la transizione digitale ed ecologica verso una visione europea comune di un mondo del lavoro decente, duraturo e partecipativo per tutti. È opportuno aggiungere che ormai si impone sempre di più il tema dell’evoluzione dei mestieri, che passa non solo dalle tecnologie, ma anche dalla capacità di interpretare le professioni in maniera ibrida, tra capacità tecnica e funzione sociale, creando innovazione professionale, ma anche coesione sociale. Il pieno impiego, poi, è un obiettivo primario per costruire una società giusta e inclusiva. Esso suppone condizioni economiche e scelte politiche precise, ma la sua valenza sociale è, come appare evidente, di primaria grandezza.

Il compito educativo

È altrettanto evidente che non ci si può limitare a enunciare principi e fare appello alle istituzioni, chiedendo un’economia sociale di mercato orientata al servizio della persona, riconosciuta nella sua dignità, e del suo sviluppo integrale. Il destino del continente interpella anche la società civile, nella coscienza dei singoli e in particolare nella responsabilità dell’associazionismo. Il primo di questi è il compito educativo, che non tocca solo l’ambito lavorativo, ma soprattutto non interessa solo le prime tappe della vita, bensì deve divenire una costante che arricchisca lo sviluppo della persona lungo l’intero corso dell’esistenza. Fa parte di questa formazione la presa di coscienza che le decisioni che assumiamo sul nostro modo di lavorare e di vivere hanno un impatto, non solo economico, sulla qualità della vita delle nuove generazioni, intaccano i diritti delle generazioni future, producono degli effetti sulle persone che vivono in altre regioni del mondo. Deve, perciò, essere considerato un compito non secondario delle associazioni di ispirazione cristiana, e in genere di quelle a movente ideale e culturale, coltivare una tale coscienza, che trasmette il senso etico con cui abitare la dinamica sociale. Nell’intreccio tra bisogno di lavoro e compito educativo una attenzione puntuale e costante deve essere rivolta alla famiglia.

Bisogno di Europa

Dobbiamo chiederci che cosa vediamo nel futuro che sta dinanzi a noi e come pensiamo di affrontarlo. Il mio contributo, elaborato sullo sfondo della dottrina sociale della Chiesa e del magistero di papa Francesco, si propone di sottolineare tre ambiti che sono destinati comunque a determinare il futuro, con potenziali effetti preoccupanti per i paesi europei. Il motivo di queste preoccupazioni è dato dalla fragilità da cui è afflitta l’Unione, e l’intero continente, a causa della scadente consistenza della sua coesione, della mancanza di visione comune e dell’assenza di capacità progettuale condivisa. Uniti dalla moneta e dalla libera circolazione delle merci e delle persone, i paesi dell’Unione possono vantare una consolidata tradizione culturale, ma il grado della loro integrazione politica e istituzionale è ancora largamente deficitaria rispetto alle sfide che il mondo di oggi presenta; e ciò che per tutti i paesi, dove più dove meno, costituisce un problema, per quelli europei diventa una difficoltà moltiplicata e più insidiosa per l’inadeguatezza di singoli stati a farvi fronte. Gli ambiti a cui mi riferisco sono quelli dell’emigrazione, dell’ambiente, della digitalizzazione e intelligenza artificiale. Mi soffermerò solo sulla prima, per i suoi nessi diretti e urgenti con i processi di evoluzione sociale e politica in corso.

Il fenomeno migratorio

Ciò che va osservato a suo riguardo è innanzitutto la percezione non conforme alla realtà e non sufficientemente avvertita della serietà del fenomeno migratorio; non conforme alla realtà, per via delle distorsioni prodotte dalla deformazione della comunicazione ideologizzata e strumentale circa i dati numerici e i fatti di cronaca che lo rappresentano; non sufficientemente avvertita, per la superficialità con cui viene trattato un processo destinato a essere di lungo periodo e che dunque chiede una risposta all’altezza della sfida, non emotiva e non semplicistica.

La dimensione religiosa

La presenza soprattutto dell’immigrazione di religione musulmana registra un po’ dappertutto l’insorgere di rigurgiti identitari a carattere religioso. Si oppone cioè un’Europa cristiana per fare muro a una ondata che minaccerebbe d’islamizzare le nostre nazioni. Tale contrapposizione è puramente strumentale, poiché non ha nessun interesse all’identità cristiana dell’Europa, ma solo al rifiuto del nuovo, dell’estraneo, del diverso. Un’identità religiosa e culturale dovrebbe difendersi per la forza di convinzione che anima le coscienze che ne sono portatrici, e solo secondariamente per i mezzi con cui eventualmente si attrezza. Il paradosso sta infatti nel carattere sostanzialmente anti-cristiano o semplicemente non cristiano della cultura che si serve dei simboli della tradizione cristiana per contrapporsi all’immigrazione islamica. Di cristiano, i fautori di tale contrapposizione, hanno solo i simboli e l’etichetta, non certo la fede e la cultura, tantomeno l’appartenenza ecclesiale, che hanno respinto spesso in nome di un laicismo che ora incautamente disseppellisce un cristianesimo ormai rimosso nella sua sostanza religiosa e culturale, ridotto a un involucro vuoto e privo di vita.

Un problema europeo

Da questo punto di vista il dramma sta nella rimozione del patrimonio non solo spirituale e dogmatico, ma anche etico e culturale trasmesso dalla tradizione cristiana. In ogni caso si tratta di una operazione che può al massimo giovare alle fortune passeggere di qualche politico di turno, non certo ad affrontare, e prima ancora a capire, un fenomeno epocale come quello migratorio. Un fenomeno che qualcuno non ha esitato a definire una vera e propria rivoluzione – «una nuova rivoluzione», scrive Ivan Krastev – capace di minacciare e sgretolare il processo di unificazione europea, per l’incapacità o la mancanza di volontà di valutarne adeguatamente la portata e di affrontarlo e governarlo adeguatamente. Che si tratti di una sfida per l’Unione Europea risulta evidente dall’impossibilità di una singola nazione di gestire in maniera risolutiva le ondate di una mareggiata che non sembra volersi placare. Di converso, l’incapacità a trovare una risposta concertata alla questione migratoria denota una debolezza politica grave e contribuisce a un progressivo sfaldamento dell’Unione. Del resto, il modo in cui anche i singoli paesi hanno cercato di gestire l’immigrazione è rivelatore di un’inconsistenza culturale, morale e giuridica prima che politica.

Quella migratoria è la «crisi più importante di tutte – scrive ancora Krastev – (…). Sola crisi autenticamente paneuropea, essa rimette in questione il modello politico, economico e sociale dell’Europa». Essa trova le nazioni europee in una tensione a tuttora irrisolta tra inclusione ed esclusione, uguaglianza e discriminazione, diversità e uniformità, apertura e chiusura. Quella che si presenta è l’immagine di un’Europa a due facce, la cui incapacità a trovare una sintesi ha la sua radice nell’impostazione dettata dal modello del lavoratore ospite del secondo Dopoguerra e nell’economicismo che caratterizza l’approccio di fondo anche alla questione migratoria. Ciò che ne risulta è l’incapacità di sanare una contraddizione profonda che attraversa l’anima di un continente nel quale si è sviluppata e accresciuta la cultura dei diritti e dell’uguaglianza universale.

Il rinnegamento dell’universalità

Due motivi singolarmente rivelatori sono quelli – peraltro inseparabili – dei confini e dei diritti umani. Gli stessi confini fisici, abbattuti quelli interni con la creazione di un unico spazio europeo, rischiano di tornare dopo la chiusura o la limitazione di quelli esterni a nuovi ingressi. Ancora di più, i confini simbolici e identitari fanno esplodere le contraddizioni e sono destinati a innescare processi regressivi. Scrive Laura Zanfrini che è «la simultanea presenza del principio inclusivo dei diritti umani universali e della prerogativa dello stato-nazione di escludere gli “indesiderabili”» a rivelare la fragilità del paradigma che sta alla base dell’Unione.

Il discorso universalistico che i diritti umani pretendono di svolgere viene svuotato dalla delineazione dei confini tra «noi» e «loro», poiché la loro applicazione sperimenta limitazioni e restrizioni che, quando non sono formali e istituzionali, si riscontrano quanto meno nelle dinamiche delle ordinarie relazioni sociali. Così i migranti sperimentano sulla propria pelle la contraddizione di vedere considerati illegittimi, se non immorali, quei comportamenti che cercano di conseguire il modo di vivere proprio degli europei, fatto di libertà politica e di sicurezza economica.

L’universalità dei diritti e la dignità della persona umana si rivelano per certi versi gusci vuoti, poiché alla prova dei fatti – con la presenza massiccia di immigrati – risulta che i diritti non sono di tutti e le persone non hanno uguale dignità. Si tratta di comporre i principi che hanno ispirato la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea, ma prima ancora forse la civiltà dei diritti in un orizzonte che coinvolgeva tutto l’Occidente, con un’improrogabile esigenza di allargamento degli orizzonti al mondo intero. Gli immigrati «annunciano un futuro in cui i confini nazionali non segneranno più i confini della vita e dei progetti dei popoli».

L’anima cristiana come progetto

Si comprende che la smentita o almeno la lacerazione profonda delle fondamenta ideali su cui è edificata non solo l’Unione ma l’intera civiltà occidentale, infligge una ferita che denuncia la gravità della crisi; andando avanti così, «l’Europa rischia di rinunciare alla “difesa” della sua più profonda identità, quella che ha generato i concetti di dignità individuale, di giustizia sociale, come pure l’idea di una solidarietà istituzionalizzata».

Ci vuole un’anima per avere e coltivare le ragioni di uno stare insieme. Un’anima che era condivisa alle origini dai fondatori della allora Comunità europea e che faceva dire a Romano Guardini, come richiamava ancora recentemente Massimo Cacciari, che «l’Europa diverrà cristiana o non esisterà mai più»; e ancora: «Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa, essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo». Non è più in termini di archeologia che questo deve essere affermato, ma piuttosto in termini di «progetto», che i credenti dovrebbero sentire come loro peculiare compito nel confronto con le altre presenze ideali che animano il dibattito culturale e politico nell’arena europea.

Responsabilità ecologica

Questo confronto, che assume il metodo e lo stile del dialogo, tocca anche gli altri due grandi temi sopra evocati. Temi che ancora di più sfuggono alla presa di una visione comprensiva che spesso gli stessi esperti fanno fatica a dominare e divulgare, e non di rado anche a spiegare senza incappare nei furori ideologici pronti a esplodere sulle questioni più vitali del nostro tempo. Il caso della questione ecologica è in tal senso esemplare. L’unica cosa su cui è difficile dissentire – anche se non manca chi lo faccia – è l’inesorabile progressivo deterioramento delle condizioni ambientali, ormai a livello planetario.

Merita di essere citata in questo contesto almeno un’affermazione che papa Francesco pone all’interno dell’enciclica Laudato si’, punto di riferimento indispensabile per affrontare, non solo in prospettiva cristiana, il tema dell’inquinamento ambientale e orientarsi alla cura di quella che egli chiama la «casa comune»: «La società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi». Questa indicazione, che ancora una volta interpella le organizzazioni qui rappresentate, ha la sua imprescindibile premessa nell’invito che il papa rivolge a «educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente».

La correlazione tra animazione pedagogica e culturale e sollecitazioni alle istituzioni è un criterio di metodo che si profila costante nella responsabilità dei corpi intermedi nelle nostre società per tutti gli ambiti di cui essi sono chiamati a occuparsi.

Il dialogo come metodo e come stile

Su tutte le indicazioni di metodo e di stile, a qualificare il cammino per il futuro di un’Europa sociale deve essere quella del dialogo, già evocato, e su di essa vorrei concludere il mio intervento. Sarebbe errato considerare il dialogo in maniera meramente strumentale, come ripiego in una situazione difficile, o espediente e quasi tattica all’interno di una strategia difensiva che non abbia i mezzi e le forze per agire altrimenti. La verità non è certo il frutto di un accordo, una sorta di media democratica delle opinioni correnti.

Tuttavia va preso atto che oggi la possibilità non solo di convivere pacificamente, ma soprattutto di pervenire a una acquisizione condivisa di idee, valori, visioni, progetti, è legata a un percorso di confronto rispettoso e leale tra soggetti convinti e competenti. È questo un aspetto da non sottovalutare, poiché non raramente si arriva a pensare che per dialogare bisogna rinunciare o annacquare le proprie convinzioni. Vale il contrario. Soltanto convinzioni solide e argomenti validi possono stare al tavolo del dialogo e, soprattutto, tenerlo in piedi. Il vuoto di pensiero e di motivazioni non offre nulla su cui dialogare.

Per questa ragione il maggior pericolo per la convivenza viene dalla perdita delle storie, delle tradizioni, delle culture, delle convinzioni. Bisogna piuttosto conoscere e conoscersi. Una delle esigenze maggiori che in modo particolare le religioni presentano oggi è quella di alimentare la cultura che la fede genera o nella quale essa s’inserisce trasformandola e animandola. Il fanatismo attecchisce sempre su un fondamentalismo rozzo e semplificatorio, o là dove la religione viene piegata a interessi a essa estrinseci che la riducono a strumento per altri fini.

Dialogo religioso, sociale e civile

Il dialogo è richiesto nei più diversi ambiti e situazioni della vita sociale. Un ruolo non secondario giocano i dialoghi inter-culturale, inter-religioso ed ecumenico. Il papa ce ne offre un esempio quasi quotidiano, trapuntando di eventi significativi il cammino della Chiesa nel nostro tempo ai vari livelli, nazionale, europeo, mondiale. Un esempio significativo è rappresentato dall’evento promosso dalla Segreteria di stato vaticana e dalla COMECE, nell’ottobre 2017, quando furono convocati in Vaticano rappresentanti del mondo ecclesiale, socio-economico, politico e culturale a confrontarsi sul futuro dell’Europa, a «ri-pensare l’Europa», dando luogo a un ricco confronto che ha animato il percorso di persone e istituzioni aprendo nuove prospettive al cammino europeo.

Una parola ancora credo debba essere detta sul dialogo sociale, su cui il papa ha avuto modo di esprimersi nell’evento sopra citato: «Favorire il dialogo – qualunque dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contrastanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perseguito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini». Il documento della COMECE sul futuro del lavoro auspica un dialogo sociale tra lavoratori e datori di lavoro su un piede di uguaglianza per dare forma all’ambiente di lavoro, ma anche a un dialogo sociale e civile che porti le politiche europee a un equilibrio tra gli interessi degli uni e quelli degli altri.

Mentre si deve chiedere che i partner sociali e gli attori della società civile, nonché le organizzazioni, da quelle del mondo del lavoro a quelle ecclesiali, siano consultate dalle istituzioni deputate a elaborare e mettere in atto le necessarie politiche sul lavoro, bisogna che il dialogo si estenda come forma di convivenza tra tutti i soggetti della società, oltre che tra le persone in tutti gli ambienti. Le organizzazioni del mondo del lavoro e le associazioni della società civile hanno in questo ambito una responsabilità peculiare, che oggi deve essere assunta per ragioni non solo sociali, ma anche morali e culturali, poiché è in gioco il futuro dell’Europa. Ed è in gioco perché è a rischio, il rischio che viene dagli egoismi, personali, associativi, regionali e nazionali. Le vostre organizzazioni non possono sottovalutare questa responsabilità, innanzitutto sul piano della vita civile, ma poi perché dalle vostre file possono venire figure nuove di attori della attuale e futura vita pubblica.

Il pessimismo non deve però attecchire tra noi, seppure quanto abbiamo detto non manchi di destare preoccupazioni. Il pensiero che, più di ogni altro, deve accompagnarvi è, allora, che ci sono tra voi risorse morali e potenzialità ideali che hanno solo bisogno di essere risvegliate e coltivate. Convinti, come dice papa Francesco, che «persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire», dobbiamo assumere un atteggiamento positivo, non limitandoci a deplorare la perdita della cultura cristiana e delle sue radici di fede, e nemmeno limitandoci a denunciare che senza la fede e la sua cura anche la cultura che da essa è nata è destinata a deperire, ma cercando piuttosto di sostenere tutto ciò che promuove quella figura di persona e di società che ha plasmato l’Europa, e possono garantire un futuro alle nazioni, alle comunità e alle persone.
 
@ Mariano Crociata,
vescovo di Latina
primo vicepresidente della COMECE

Tipo Documento
Tema Associazioni - Movimenti Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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Lasciate che i bambini vengano a me

Orientamenti per una pastorale dell’infanzia

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Di fronte, peraltro, alla «nota penosa» che «non può essere a questo punto omessa, poiché il rapporto della Chiesa con l’infanzia è stato, negli ultimi decenni, orrendamente deturpato dalla piaga della pedofilia… la scelta di dedicare la nostra attenzione spirituale e pastorale all’infanzia vuole anche essere una reazione positiva all’altezza dell’opera di protezione».

 

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S’intitola Una Chiesa che cresce: generare, educare, accompagnare alla vita in Cristo la nuova lettera pastorale di mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina - Terracina - Sezze - Priverno per l’anno 2017-2018. In continuità con gli anni precedenti, il documento si concentra su due dimensioni costitutive dell’essere Chiesa: da un lato l’ascolto, dall’altro l’attività pastorale ordinaria. «In questi anni l’impegno si è concentrato sull’ascolto: con esso la fede ha inizio, e poi cresce e matura», scrive il presule nell’introduzione, per poi aggiungere che «in conformità alle indicazioni del primo Sinodo diocesano, in questi anni abbiamo cercato di rivedere gli aspetti costitutivi dell’azione pastorale della nostra Chiesa, rinnovando sia gli organismi di partecipazione sia gli itinerari che preparano a celebrare e vivere i sacramenti dell’iniziazione cristiana». Ed è proprio sul tema dell’iniziazione cristiana che si concentra la lettera, analizzando il processo attuale d’introduzione alla fede dei ragazzi, focalizzando la riscoperta del catecumenato di questi ultimi anni, ponendosi quindi alla ricerca di un percorso catechetico rivolto ai giovani, che chiami in causa la responsabilità di tutta la comunità nel generare ed educare alla fede i suoi membri.

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È l’annuncio il cuore della lettera «Andate ad annunciare ai miei fratelli» (Mt 28,10). In ascolto dell’altro per un annuncio alla persona, presentata il 3 settembre dal vescovo Mariano Crociata, che rappresenta lo sbocco naturale del biennio precedente, dedicato all’ascolto della parola di Dio: «Non c’è un momento in cui si ascolta soltanto e un altro in cui si comunica ad altri ciò che si è ricevuto», scrive il vescovo nell’introduzione. «Di più, non c’è annuncio all’altro senza dialogo interiore con sé stessi in ascolto del Signore che parla e – ecco l’elemento di novità! – senza ascolto dell’altro come destinatario di un’iniziativa del Signore prima che nostra». Muovendo da una lettura degli incontri di Gesù nel Vangelo di Matteo, il vescovo focalizza l’attenzione sulla dignità e originalità della singola persona, invitando a una profonda considerazione della situazione religiosa ed esistenziale propria di ciascuno, per giungere a un «accompagnamento quasi personalizzato del suo cammino di fede». Negli orientamenti pastorali pone quindi l’accento sulla capacità d’ascolto delle persone in vista di un annuncio pertinente ed efficace, e a questo scopo raccomanda di valorizzare le varie proposte di formazione presenti in diocesi, così come una verifica delle capacità di discernimento e accompagnamento delle comunità.