Questa sezione del dibattito ha soprattutto consentito ai due relatori di riprendere alcune questioni già affrontate nello scambio di opinioni precedente. Una sollecitazione particolare e meritevole di essere ripresa è giunta dal prof. Francesco Margiotta Broglio, il quale nel suo intervento ha espresso il proprio consenso alla posizione espressa da Amato e ai cenni fatti dal presidente Prodi.
«Vorrei sottolineare come la base del discorso futuro sia già presente nel Libro bianco della Commissione Prodi presentato lo scorso anno, e che pochi hanno valorizzato, anche da parte ecclesiastica. Il discorso del dialogo tra confessioni e stati è già contenuto in quel testo. E non c’è bisogno della dichiarazione 11 per lasciare certe competenze che gli stati hanno già e che nessuno vuole mettere in discussione. Se vogliamo preoccuparci del diritto ecclesiastico europeo dobbiamo puntare sul futuro. Io andrei in questa direzione. E aggiungerei che l’art. 13, cioè il tema della non discriminazione, può essere usato proprio per salvare le specificità, le diversità culturali e religiose. Non dimentichiamo infine l’art. 2 e l’art. 3 comma 2 del TCE dove si parla di uguaglianza senza distinzione di sesso. Ma perché solo “senza distinzione di sesso”? Dobbiamo integrare quell’articolo con: “di sesso, razza, lingua, religione”».
Dagli altri interventi sono giunti inviti ad approfondire positivamente il coinvolgimento delle religioni nello sviluppo delle democrazie dopo l’11 settembre, dal momento che esse possono a un tempo determinarne lo sviluppo o l’arretramento, il consolidamento della laicità o l’arretramento sul terreno del fondamentalismo.
Una sollecitazione particolare è giunta da Giovanni Bachelet a ripensare alla Gaudium et spes e alla sfida di una vita di Chiesa e di Chiese che a un certo punto sa rinunciare anche al proprio diritto se questo dovesse dare l’impressione di essere perseguito per un qualche interesse.
Nella sua risposta mons. Nicora ha ribadito come le altre confessioni cristiane siano sostanzialmente convergenti sulle richieste formulate nei riguardi della Convenzione e alcune in maniera molto più forte della Chiesa cattolica. «Il quadro è complesso, perché davvero le tradizioni, le sensibilità sono fortemente diversificate. In Germania la gran parte dell’apparato dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza è, con pacifico consenso sociale, sostanzialmente affidata alle diverse confessioni religiose. E quando si parla con gli amici tedeschi o anche con i vescovi tedeschi non è facilissimo invitarli alle sfumature su questi temi.
All’intervento che richiamava la Gaudium et spes mi permetto di aggiungere semplicemente un’altra riflessione. È possibile che oggi si sia leggermente prevenuti perché nella vita è difficilissimo essere del tutto liberi quando si tratta di questi temi. Tuttavia mi verrebbe da capovolgere il ragionamento con una domanda: perché dà così fastidio che vi sia la parola “religioso” in un preambolo di una Carta? Noi non cerchiamo dei privilegi – è da dimostrare che siano tali –, cioè disposizioni che vanno extra o ultra legem; forse cerchiamo semplicemente la garanzia vera della libertà piena per tutti. E ciò per prevenire la possibilità che certe sensibilità culturali che hanno una certa presa sugli ambiti europei finiscano per dare letture tutt’altro che neutrali. Il tema della laicità tante volte evocata dal vicepresidente Amato è caratteristica.
La laicité francese non è conciliabile del tutto col concetto di laicità elaborato dalla Corte costituzionale italiana, come principio supremo del nostro ordinamento. Non si può dire forse che abbiamo ragione sempre noi, però non si può dire neanche che hanno sempre ragione i francesi».
Per il vicepresidente Amato, occorre insistere sull’importanza che si deve dare in futuro al ruolo delle religioni. «Esse sviluppano un ruolo nuovo in un mondo nel quale hanno una capacità conformativa delle coscienze che nessun altro possiede, e in questo sta il loro mistero e la loro forza. Ed è una forza che porta a dire che gli uomini hanno bisogno di Dio. Inoltre è paradossale che venga attribuita tanta importanza oggi al dialogo tra le religioni, in funzione dell’identificazione e dell’impegno poi di ciascuna, sui temi che uniscono e non sui temi che fanno di alcune di esse o di certe versioni di alcune di esse, fonte di intolleranza anziché di tolleranza. Quando poi si va a costruire la società del futuro si fa finta che tutto questo non esiste, come se si svolgesse in una specie di società sommersa, mentre è invece forse una della parti che conta di più».
G. B.