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Il testo č visibile a tutti Diaconi nei paesi di lingua tedesca: Uomini che servono

Tipo di contributo: Studio del mese
Autore: P.M. Zulehner
Titolo: Diaconi nei paesi di lingua tedesca: Uomini che servono
Tema: Attualità ecclesiale, Ministeri - Vita religiosa
Area: EUROPA
Riferimento: Regno-att. n.10, 2003, p.345

Il diaconato come ministero in divenire (cf. Regno-doc. 9,2003,275). Lo sviluppo (numero e motivazioni) del ministero dopo il concilio Vaticano II consente una qualche verifica di natura pastorale e sociologica. La ricerca condotta su 14 diocesi di lingua tedesca - come già quella sui sacerdoti condotta nei paesi della Mitteleuropa (cf. Regno-att. 14,2001,483) - riguarda il collegamento fra ministero e comunità cristiana e il modo in cui i diaconi intendono il proprio compito. La condizione aperta del diaconato e delle comunità consiglia di non fissarne i compiti in una rigida tipologia, il che presuppone anche un rafforzamento personale dei diaconi mediante la formazione permanente. I rischi vengono indicati nell'eccesso di «professionalizzazione» e nella «clericalizzazione» del ministero diaconale.

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DIACONI NEI PAESI DI LINGUA TEDESCA

Uomini che servono

Il diaconato come ministero in divenire (cf. Regno-doc.9,2003,275). Lo sviluppo (numero e motivazioni) del ministero dopo il concilio Vaticano II consente una qualche verifica di natura pastorale e sociologica. La ricerca condotta su 14 diocesi di lingua tedesca - come già quella sui sacerdoti condotta sui paesi della Mitteleuropa (cf. Regno att. 14,2001,483) - riguarda il collegamento fra ministero e comunità cristiana e il modo in cui i diaconi intendono il proprio compito.

La condizione aperta del diaconato e delle comunità consiglia di non fissarne i compiti in una rigida tipologia, il che presuppone anche un rafforzamento personale dei diaconi mediante la formazione permanente. I rischi vengono indicati nell'eccesso di «professionalizzazione» e nella «clericalizzazione» del ministero diaconale.

Nel 2000, nel nostro Centro ecclesiale di ricerca sociale abbiamo avuto esperienze positive con l'indagine sui sacerdoti nell'Europa centrale.1 Abbiamo poi condotto un'indagine pilota sui diaconi della diocesi di Rottenburg-Stuttgart per conto della sua istituzione «Pro diaconia». Successivamente abbiamo utilizzato il questionario, elaborato in quell'occasione con l'ausilio di approfondite interviste, in altre diocesi di lingua tedesca. All'indagine hanno partecipato 616 diaconi di 14 diocesi, quasi i due terzi di coloro cui è stato inviato il questionario. Ora i risultati sono stati pubblicati.2 Essi non sono certamente rappresentativi (poiché l'indagine è stata condotta per iscritto), ma sono indubbiamente molto istruttivi e molto utili in vista degli ulteriori sviluppi del diaconato permanente.

Il 53% dei diaconi interpellati svolge una professione civile, mentre il restante 47% è occupato a tempo pieno nella Chiesa. Il 97% è sposato, con un numero di figli propri o adottati chiaramente al di sopra della media della società. Anche le mogli dei diaconi che non lavorano fuori casa sono al di sopra della media generale, il che si spiega ovviamente con l'elevato numero di figli da accudire. La strada che porta al diaconato cominicia in genere da un impegno assai precoce nella vita della comunità cristiana come chierichetti e membri di gruppi parrocchiali; nel caso di molti diaconi anche la loro famiglia era coinvolta nelle attività parrocchiali.

Élite culturale

Incoraggianti sono gli esiti diagnostici sul piano culturale: i diaconi sono religiosi e solidali al tempo stesso. Questo li distingue doppiamente dagli uomini della nostra società moderna.

- Infatti, a livello europeo,3 gli uomini sono impegnati politicamente, ma non religiosamente.

- Inoltre, i diaconi sono caratterizzati da una grande disponibilità all'azione solidale, cosa che nella nostra cultura viene attribuita piuttosto alle donne.

- A un'attenta analisi appare molto chiaramente la relazione fra la fede cristiana (compresa nuovamente la speranza nell'aldilà) e un maggiore impegno nel campo della solidarietà. Mentre il 64% degli uomini, per esempio in Austria, ritiene che «il senso della vita consista nel prenderne il meglio», i diaconi che la pensano allo stesso modo sono solo il 13%.

Immagini del ministero

Il concilio Vaticano II ha ripristinato il diaconato permanente (Lumen gentium, n. 29; EV 1/359-360), in risposta alla carenza di sacerdoti che già si andava delineando in alcune regioni della Chiesa universale. Ma solo dopo il Concilio4 il ripristino di questo ministero è stato motivato con un riferimento alla «diaconizzazione della Chiesa», più esattamente al collegamento fra ministero e comunità cristiana attraverso i diaconi. La nostra ricerca sui diaconi, come già quella sui sacerdoti, non ha riguarda la concezione del ministero formulata dal magistero della Chiesa e dalla teologia accademica, bensì il modo in cui i diaconi intendono la propria «mansione» (cf. tabella 1).

Vi è anzitutto un'ampia base teologico-ministeriale condivisa con una minore o maggiore accentuazione da tutti i diaconi: «La mansione del diacono è per me...»

* «un servizio alle persone in necessità» (90%);

* «la realizzazione della mia vocazione» (86%);

* «un segno della solidarietà di Dio con gli uomini» (82%);

* «favorisce per me, attraverso la richiesta della diaconia, una Chiesa più diaconale» (74%);

* «un ponte fra la Chiesa e chi le sta lontano» (73%).

Ma accanto a questi aspetti comuni appaiono anche notevoli differenze. In base a esse abbiamo potuto distinguere tre tipi fondamentali di diaconi. L'analisi delle risposte ci ha portato a ricorrere a figure bibliche.

* Alcuni diaconi si percepiscono come «samaritani»: per loro si tratta prima di tutto di aiutare direttamente i poveri. Essi svolgono principalmente una diaconia incentrata sull'aiuto.

* Accanto a essi troviamo i «profeti»: anch'essi prestano aiuto, ma sono interessati anche al cambiamento delle strutture, sia ecclesiali sia sociali. Oltre alla diaconia basata sull'aiuto sono interessati anche alla diaconia politica: la diaconia incentrata sull'aiuto si prende cura dei poveri, mentre la diaconia politica vuole evitare che esistano i poveri.

* Il terzo tipo è costituito dai «leviti». Li abbiamo qualificati in questo modo non perché, come il loro modello biblico, passano oltre a colui che è incappato nei briganti, ma perché sono piuttosto diaconi in standby presbiterale e in questo senso «leviti». Fra di loro vi sono molti diaconi che in passato volevano diventare sacerdoti (solo il 29% non vi aveva mai pensato, a fronte del 54% fra i profeti), ma che hanno preferito coniugare ministero e matrimonio e, a questa condizione, sarebbero sempre disposti a diventare sacerdoti. Anche in campo formativo s'ispirano ai sacerdoti e soffrono a non poter essere attivi sacerdotalmente.

La ripartizione dei diaconi fra questi tre tipi fondamentali varia da diocesi a diocesi. Diverse diocesi hanno moltissimi leviti, altre pochissimi. Globalmente, il 35% è costituito da profeti, il 28% da samaritani e il 36% da leviti.

Dal punto di vista teologico-pastorale questa varietà è una ricchezza del diaconato. Come già nel caso dei sacerdoti, si può affermare che nessun tipo rappresenti per se stesso i diaconi di una Chiesa locale.5 Ogni tipo ha bisogno di essere completato dagli altri. Dal punto di vista dello sviluppo personale è auspicabile che ciascun tipo riconosca le proprie limitate capacità e impari da coloro che ne possiedono altre.

Attività

èmolto istruttivo considerare - anche dal punto di vista della frequenza - ciò che i diaconi fanno e rispetto a quali «funzioni fondamentali» (diakonia, martyria, leitourgia) ordinano le loro attività. Riguardo a questa parte dell'indagine i risultati importanti sono i seguenti:

1. Non esistono praticamente attività «pure», cioè attività appartenenti solo alla diaconia o solo alla liturgia o solo alla predicazione. Ciò dimostra che anche dal punto di vista teologico-pastorale l'autonomia operativa nei vari aspetti della vita della Chiesa non è affatto positiva e, in un'epoca di ristrettezze (finanziarie e di personale), è persino dannosa, poiché si corre il rischio di risparmiare sulla diaconia a favore della liturgia. La diaconia si presenta sempre insieme agli altri aspetti e, d'altra parte, la liturgia e la martyria non sono pensabili senza il lato diaconale (cf. tabella 2).

2. I diaconi sono impegnati soprattutto in compiti che comportano un'alta percentuale di predicazione (totale: 1.075 punti) e poi in quelli con un'alta percentuale di diaconia (878 punti). Le attività con un'alta percentuale di liturgia sono all'ultimo posto (666 punti). Sono considerate attività con un forte carattere diaconale (in questa successione): le visite (92%), la pastorale di gruppi specifici (81%), l'elaborazione/realizzazione di progetti sociali (69%), l'accompagnamento dei collaboratori (63%), il coordinamento di progetti diaconali a livello sovracomunitario (59%), la pastorale matrimoniale e familiare (56%), i colloqui personali sulla fede (54%), i funerali (52%), la pastorale di emergenza (50%).

3. Colpisce il fatto che i diaconi dedicano più tempo alle attività con scarso contenuto diaconale piuttosto che a quelle con forte contenuto diaconale. È inoltre degno di nota il fatto che l'insegnamento della religione (solo il 20% da parte dei diaconi) non venga inserito fra le attività diaconali. Anche ai rituali (ad esempio, ai funerali) viene attribuito scarso valore diaconale.

4. I diaconi trovano più facili i compiti ritualizzati rispetto a quelli che richiedono un adattamento alla situazione concreta: così, ad esempio, la celebrazione del battesimo (la trova facile il 91%), le celebrazioni della Parola (87%), l'amministrazione dei sacramentali (82%), l'assistenza ai malati e agli anziani (80%), le omelie (80%), i matrimoni (80%), i funerali (78%). Chiaramente la ritualizzazione semplifica il lavoro. Tendono invece a evitare ciò che è meno facile: catechesi sacramentale (solo il 48% la trova facile), il lavoro con i bambini e i giovani (45%), la formazione degli adulti (45%), l'insegnamento della religione (42%). Fra questi ultimi compiti esistono molti campi di lavoro pastoralmente molto promettenti (cf. tabella 3).

Competenze

Una domanda chiedeva «attraverso quali competenze si dovrebbe distinguere un diacono».

* I diaconi pongono all'ultimo posto le capacità organizzative, il che, come vedremo più avanti, comporta notevoli svantaggi: molti vorrebbero saper motivare le persone (92%), risolvere i conflitti, affrontare qualsiasi situazione (80%), ma c'è già un minore accordo sul «sapere guidare bene una comunità/un gruppo» (64%) o anche sull'«essere formati in materia di organizzazione» (50%), nonché sull'«essere buoni insegnanti ed educatori» (49%); si accorda ben poca importanza a «aiutare soprattutto il parroco» (27%) e a «conoscere l'ambito amministrativo» (12%).

* Al secondo posto in ordine di importanza vengono le competenze spirituali: «avere un'elevata competenza biblica» (59%), «essere uomini molto spirituali» (76%).

* Al primo posto troviamo quello che la costituzione della Chiesa della Siria del V secolo chiama l'«occhio della Chiesa»:6 «saper accompagnare le persone in situazioni esistenziali difficili» (98%), «andare incontro alle persone appartenenti ad altri ambienti sociali» (93%), «saper valutare dove occorre principalmente portare aiuto» (91%), «confrontarsi criticamente con l'evoluzione della Chiesa/della società» (76%).

Quindi, in una cultura caratterizzata dal distogliere lo sguardo, la diaconia dei diaconi ha a che vedere soprattutto con il guardare in faccia le persone e le situazioni. Questa è anche una delle caratteristiche più importanti di JHWH-Dio: egli vede e sente, conosce la sofferenza degli oppressi (Es 3,7). Fra i diaconi sono soprattutto i profeti, insieme con i leviti, a considerare molto importante questa competenza.

Contrasta ovviamente con questo il fatto che solo il 28% dei diaconi che hanno risposto al questionario afferma che, nella formazione, siano state affrontate sufficientemente le questioni politiche ed etico-sociali. I diaconi si sentono molto più preparati per le normali attività pastorali: per la liturgia (molto soddisfatto il 62%) e la pastorale (68%). La formazione teologica (dispensata per lo più a livello diocesano) è stata considerata nelle sue parti essenziali sufficiente (69%).

In genere, i tre gruppi di diaconi non hanno gli stessi desideri in materia di formazione. I profeti desiderano soprattutto una qualificazione sociale, mentre i samaritani aspirano a una qualificazione pastorale. I leviti desiderano per lo più un armonioso equilibrio di entrambe le cose.

Condizioni di lavoro

I diaconi considerano le loro condizioni di lavoro confortevoli. Ciò che essi si attendono (sicurezza del posto di lavoro, livello di reddito) si realizza talvolta ben al di sopra delle loro aspettative. Nel loro servizio i diaconi apprezzano molto questi aspetti: accettazione da parte della famiglia (molto importante/esistente: 64%-79%); buone relazioni con i superiori (parroco) (64%-58%); colleghi e collaboratori nella comunità aperti e sinceri (57%-61%); lavoro autonomo/libertà di decisione (50%-62%); chiara definizione dei compiti (48%-45%); realizzazione delle proprie idee (47%-58%); chiara delimitazione delle responsabilità (45%-44%); ambito pastorale limitato (38%-54%); possibilità di seguire la propria vocazione (36%-51%); libero impiego del tempo (32%-61%); possibilità di ulteriore formazione (permessi, assenze dal lavoro...) (30%-51%); sicurezza del posto di lavoro (22%-60%); accettazione da parte dei propri amici (17%-70%); condizioni di lavoro non stressanti (14%-18%); molta responsabilità (13%-49%); accettazione da parte dei colleghi e delle colleghe di lavoro nella professione civile (11%-39%); possibilità di carriera (2%-15%); un buon salario (0%-23%).

I diaconi considerano invece pregiudizievoli per il loro servizio diaconale (in successione) questi aspetti: scarsa coscienza della comunità per le persone in stato di necessità (molto temuta/esistente: 40%-21%); mancanza di sacerdoti (39%-18%); mancanza di personale (40%-17%); cattive relazioni nell'ambiente di lavoro (74%-16%); sovraccarico di lavoro (53%-16%); concorrenza fra i collaboratori e le collaboratrici (51%-12%); molto lavoro amministrativo (39%-12%); poco tempo libero (21%-11%); un'idea confusa della mansione del diacono (47%-10%); campo di lavoro non ben definito (53%-9%); problemi personali (57%-8%); insicurezza nella concezione dell'ufficio del diacono (38%-8%); mancanza di comprensione per i diaconi sposati (28%-7%); troppo poca responsabilità (25%-7%); il desiderio personale di avere competenze sacerdotali (eucaristia, confessioni... ) (18%-7%); il fatto che altri vorrebbero che avesse competenze sacerdotali (eucaristia, confessioni... ) (10%-7%); frequenti impegni nei fine settimana (14%-6%); insufficiente formazione (57%-5%); una scarsa remunerazione (19%-5%); il dover dare continuamente (15%-5%); la sofferenza psichica causata dall'attività pastorale (18%-4%). La percentuale dei diaconi direttamente coinvolti nell'uno o nell'altro di questi aspetti negativi è molto bassa.

Fra i possibili ostacoli al ministero diaconale quello citato più spesso è «la mancata coscienza della comunità per le persone in necessità» (per il 78% è perlomeno un po' pregiudizievole). Il fatto è degno di nota poiché quasi tutti i diaconi pensano che fra i loro compiti vi sia anche, e soprattutto, quello di «diaconizzare» la Chiesa e le comunità cristiane nelle quali svolgono il proprio servizio. Ovviamente, proprio in questo ambito centrale del loro ministero, essi sperimentano una forte resistenza da parte delle comunità cristiane. Perciò, la resistenza alla diaconia da parte della Chiesa è una delle principali preoccupazioni dei diaconi. Bisogna chiedersi se la loro formazione li prepara a questo e in che modo essi vogliono, o potrebbero, vincere tale resistenza.

Mezzi di sostegno

Come tutti coloro che hanno una mansione ecclesiale, anche i diaconi dispongono di buone fonti da cui trarre forza e sostegno per il loro servizio. L'analisi dei dati della ricerca permette di distinguere tra fonti spirituali in senso stretto e fonti sociali.

* Offrono un forte sostegno in campo spirituale: «la mia fede» (97%); «l'esempio di Gesù Cristo come diacono» (87%); «la preoccupazione per le necessità dei propri simili» (86%); «la preghiera spontanea» (79%); «le celebrazioni liturgiche» (77%); «la lettura della Scrittura» (76%); «la coscienza della mia chiamata al diaconato» (71%); «le letture spirituali» (73%); «la lettura/la formazione permanente» (64%);«la preghiera delle ore» (62%); «l'ordinazione al diaconato» (56%); «il mandato del vescovo» (54%); «gli esercizi spirituali/i ritiri» (56%).

* Come sostegni sociali, invece, contano: «i colloqui con mia moglie» (83%); «la collaborazione con persone impegnate» (78%); «la fiducia e l'interesse della comunità cristiana» (72%);«i colloqui con gli amici» (61%); «la fiducia dei miei collaboratori e superiori» (60%); «il vivere insieme in una comunità» (56%).

I samaritani attingono in prevalenza a fonti spirituali, i profeti a fonti sociali, i leviti a entrambe. Forse sarebbe utile che i samaritani attingessero maggiormente alle fonti sociali e i profeti a quelle spirituali. Il servizio diaconale può essere svolto al meglio se i sistemi di sostegno sono i più ampi possibili.

Matrimonio dei diaconi

I diaconi considerano la propria moglie (il 97% è sposato) come una fonte di sostegno al proprio servizio. è quasi come nelle prime famiglie di pastori della Chiesa evangelica.7 Ecco alcuni servizi resi dalla moglie al marito diacono: è d'accordo con il diaconato del marito (89%); lo sostiene ascoltandolo (83%) e mediante una condivisione spirituale (79%); il diacono discute con lei anche il suo lavoro (66%); lei svolge personalmente compiti diaconali (54%); aiuta concretamente il diacono (per esempio, correggendo la predica: 52%). Un ampio ventaglio di aiuti e sostegni!

In generale, riguardo alla relazione fra il loro matrimonio e il loro servizio diaconale i diaconi ritengono che in tal modo il ministero e il matrimonio siano strettamente legati, il che favorisce un ulteriore sviluppo delle strutture della Chiesa: «I diaconi sposati creano un collegamento fra altare e mondo» (83%); «i ministri sposati sono importanti per lo sviluppo della Chiesa» (82%); «i diaconi sposati comprendono i problemi di molte persone meglio di quelli non sposati» (79%). Perciò, i diaconi vorrebbero unire ministero e matrimonio in una Chiesa che per quasi un millennio ha conosciuto il collegamento fra ministero e celibato e ha individuato ben poche linee di collegamento fra ministero e matrimonio.

I diaconi, tendenzialmente - in quanto sposati - pensano di comprendere meglio le persone rispetto ai celibi. Questi ultimi non avrebbero, come a volte si afferma, dei vantaggi in campo pastorale. Con l'espressione «le persone hanno più fiducia in una persona celibe» concorda solo il 12%, una percentuale molto bassa. I diaconi sposati vedono nei celibi più che dei vantaggi dei sensibili svantaggi: diversamente da loro, che sono sposati, i celibi tenderebbero più facilmente a isolarsi. Inoltre, non hanno una moglie in grado di aiutarli nel loro servizio: «Spesso le regolari conversazioni con la moglie aiutano il diacono sposato a proseguire il suo servizio» (90%); «i diaconi non sposati soffrono a volte di solitudine e di mancanza di sicurezza» (58%).

Nonostante queste valutazioni positive del matrimonio dei diaconi non mancano i toni preoccupati:8 «Le preoccupazioni e le crisi familiari possono ostacolare le attività del diacono» (71%); «I diaconi sposati fanno più fatica, perché oltre che al servizio devono dedicare tempo anche alla famiglia» (38%). Preoccupa soprattutto la forte pressione cui possono essere sottoposti il matrimonio del diacono e la sua famiglia. Non solo i sacerdoti celibi, ma anche le persone alle quali il diacono annuncia il Vangelo si aspettano che il suo matrimonio e la sua famiglia siano dei modelli di testimonianza e di fede. La forte pressione alla quale sono oggi sottoposte in particolar modo le persone sposate non è certamente estranea ai matrimoni dei diaconi.

Una comprensibile preoccupazione per i diaconi è anche il fatto che attualmente il diacono che resta vedovo (e ha dei bambini), in base alle norme della Chiesa orientale, non può risposarsi. I diaconi si esprimono molto chiaramente a favore di un cambiamento di questa norma che è, in definitiva, estranea alla Chiesa occidentale: nella teologia del matrimonio essa presuppone - in linea con la tradizione della Chiesa orientale - che nemmeno la morte sciolga il vincolo matrimoniale. Perciò, il 75% dei diaconi auspica che: «Qualora la moglie del diacono muoia, egli possa risposarsi, conservando il suo servizio diaconale». Sul piano teologico-pastorale è sorprendente quest'ampio ricorso della Chiesa cattolica alla tradizione delle Chiese orientali nella configurazione del diaconato permanente, dato che, ad esempio, nelle questioni relative alla pastorale del divorzio la Chiesa cattolica si oppone rigidamente al ricorso al modello pastorale della seconda o al massimo terza «incoronazione» dopo il fallimento del matrimonio.9

Queste analisi del matrimonio dei diaconi dimostrano chiaramente che ogni forma di vita, con i suoi diversi accenti, comporta opportunità e rischi. Nessuna possiede solo vantaggi: né il celibato, né la vita matrimoniale. Nella nostra attuale cultura si tende generalmente a vedere gli svantaggi del celibato e i vantaggi del matrimonio, nonostante la crisi crescente di quest'ultimo. Questa diversa valutazione del celibato e del matrimonio anche da parte dei diaconi dimostra - come aveva sottolineato già la maggior parte dei 2000 sacerdoti della nostra precedente inchiesta -10 che nelle nostre moderne culture il celibato non riceve sostegno né ecclesialmente né socialmente. Perciò, mentre si sottovaluta l'ambivalenza del celibato, legato a un ministero ecclesiale, si tende oggi a sopravvalutare il matrimonio. In entrambe le forme di vita si tende a non vedere o rimuovere le difficoltà esistenti. Il matrimonio dei ministri è sottoposto a una pressione per la sua riuscita maggiore rispetto al celibato.

Sviluppi futuri

Ai diaconi è stato chiesto di pronunciarsi personalmente anche su alcune questioni (ancora) aperte in materia di diaconato. Le risposte mostrano che i profeti e i leviti sono più aperti verso le riforme rispetto ai samaritani.

Le questioni ancora aperte affrontate nell'indagine sono le seguenti: compiti direttivi per i diaconi; diaconato delle donne; presenza dei diaconi nelle comunità cristiane e loro ruolo nella «diaconizzazione» della Chiesa (cf. tabella 4).

Compiti direttivi

Attualmente tutte le vocazioni ecclesiali tendono alla posizione dell'ufficio sacerdotale. Esso è infatti quello meglio corredato dal punto di vista socio-professionale: considerazione sociale ed ecclesiale; autorità pastorale; sicurezza professionale. Ma l'attuale carenza di sacerdoti provoca, oltre alla spinta verso l'ufficio sacerdotale, anche un totale assorbimento in esso.11

I diaconi sono presi in questa dinamica ambivalente di assorbimento e spinta. Da un lato, desiderano una responsabilità direttiva, che finora è stata considerata appannaggio dei presibiteri: «I diaconi dovrebbero assumere la direzione generale di una comunità cristiana» (59%). E se non proprio la direzione generale di una comunità cristiana, almeno la direzione della diaconia della comunità: «I diaconi dovrebbero avere la responsabilità direttiva della diaconia della loro comunità cristiana o della loro unità pastorale» (80%).

Il desiderio dei diaconi di partecipare alla direzione vale anche a livello diocesano: «A livello direttivo nella Chiesa dovrebbero esserci più diaconi» (73%). «Dovrebbe esserci un consiglio diaconale (equivalente al consiglio presbiterale)» (67%).

D'altra parte, i diaconi sentono che l'assorbimento nei compiti presbiterali disponibili per la mancanza di sacerdoti comporta anche notevoli svantaggi per la loro vocazione diaconale. I diaconi - come i laici impegnati a tempo pieno nella Chiesa - mantengono tutta la loro originalità solo se c'è un numero sufficiente di sacerdoti. La carenza di sacerdoti, infatti, «presbiteralizza» i laici impegnati nella Chiesa a tempo pieno (assistenti pastorali, referenti pastorali) come i diaconi. Essi diventano allora sacerdoti laici non ordinati o - cosa che fra i diaconi piace soprattutto ai leviti - «diaconi presbiterali». I diaconi avvertono chiaramente questo problema, poiché, per preservare la purezza del proprio profilo professionale, fanno questa richiesta:«Dovrebbe esservi la possibilità dei viri probati,in modo da preservare la motivazione specifica per il diaconato» (72%). E ritorna spesso anche questa annotazione: «Se vi fosse un numero sufficiente di sacerdoti, i diaconi sarebbero liberi per i loro compiti specifici» (69%).

Diaconato femminile

Si può certamente prevedere la prossima pubblicazione di un documento romano che escluda «definitivamente» le donne anche dall'accesso al diaconato. La motivazione sarà l'unità interna dell'ordo. Ma ci sono anche ragioni di politica ecclesiastica: dato che i sostenitori dell'ordinazione delle donne si battono per la loro ammissione al diaconato, considerandolo più o meno una tappa intermedia in vista del presbiterato, le autorità ecclesiastiche, con l'appoggio dei loro teologi, la rifiutano per lo stesso motivo.

In materia di diaconato delle donne l'opinione dei diaconi è piuttosto variegata. Quasi i due terzi dei diaconi concordano su quest'affermazione generale: «I diaconi dovrebbero partecipare più decisamente all'evoluzione strutturale della Chiesa (diaconato femminile...)» (62%). Più specificamente, sono state loro sottoposte queste due possibili scelte:

* «Le donne dovrebbero essere ammesse al diaconato con la stessa formazione e gli stessi compiti» (63%).

*«Le donne dovrebbero essere ammesse al diaconato solo dopo aver precisato e chiarito il profilo professionale dei diaconi» (32%).

Combinando le due affermazioni, si ottengono tre gruppi di diaconi:

* il 29% rifiuta entrambe le scelte; non vuole quindi né apertura né chiarimento;

* il 36% è favorevole a un'apertura con chiarimento;

* il 34% è favorevole all'apertura, ma non ritiene necessario un chiarimento previo.

I più contrari all'ammissione delle donne sono i samaritani (42%); fra i profeti solo il 19%. Emerge anche che il profeta è piuttosto aperto verso il proprio tempo, mentre il samaritano è più scettico. Lo stesso abbiamo rilevato nell'inchiesta sui sacerdoti: anche in quel caso si distinguevano i gruppi in base alla loro maggiore o minore apertura nei riguardi del mondo moderno.12

Diaconizzazione attraverso i diaconi

«Dovrebbe esservi un diacono in ogni comunità cristiana»(81%). Qui appare la principale preoccupazione dei diaconi: attraverso il loro servizio vorrebbero rafforzare la natura diaconale della Chiesa in quanto tale e ciò anche nelle loro comunità cristiane. I samaritani (spesso stimolati dai sacerdoti a diventare diaconi) tendono ad assicurare questa diaconizzazione a livello comunitario. I profeti invece sono maggiormente interessati all'attività sovraparrocchiale; vorrebbero in particolar modo partecipare alle assemblee a carattere sociale costituite da operatori ecclesiali e non ecclesiali: «I diaconi dovrebbero operare negli organismi politici ed economici» (46%).

Nelle Chiese occidentali la diaconizzazione - in particolare delle comunità - è ostacolata dall'immobilismo diaconale delle Chiese stesse. Ciò ostacola l'attività professionale di molti diaconi, che reagiscono scoraggiati sottraendo la diaconia alle comunità agendo - per così dire - in via gerarchica. Essi diventano per la comunità cristiana una sorta di sostituto diaconale. In tal modo, lungi dal rinforzare, lo spirito di povertà diaconale delle comunità cristiane lo si può persino indebolire. Infatti, le comunità possono semplicemente affermare che per la diaconia c'è il loro diacono. E ciò ancor più facilmente nel caso in cui il diacono sia stipendiato dalla comunità cristiana.

Ne consegue quindi che i diaconi rendono difficoltoso a se stessi il raggiungimento del proprio obiettivo a causa dell'investitura ufficiale? In realtà, spesso è proprio così. In un'indagine su cento comunità parrocchiali del vicariato di Wien-Unter dem Manhartsberg13 abbiamo trovato anche comunità prive di un sacerdote residente e nelle quali operava a tempo pieno un diacono. Il ritornello nelle relazioni sulle attività pastorali era sempre lo stesso:«lo fa il nostro diacono»; «ne è responsabile il nostro diacono». L'impegno a tempo pieno può finire per ostacolare la responsabilizzazione della comunità. La Chiesa clericale può trasformarsi in una Chiesa di esperti.

Sarebbe allora meglio rinunciare a un'investitura ufficiale per la diaconia?14 Ciò rafforzerebbe l'impegno diaconale delle comunità cristiane e dei loro membri laici? Non necessariamente. Certamente il raggiugimento di questo importante obiettivo pastorale presuppone un diverso modo di lavorare da parte dei diaconi. Se vogliono veramente «diaconizzare» le comunità cristiane, lo potranno fare solo passando attraverso una «progettazione diaconale», per usare un'espressione corrente nel campo dello sviluppo dell'organizzazione. Per dirla con un'immagine: in un'autofficina il diacono non deve essere un buon meccanico, ma il capofficina. È certamente utile che il capofficina sappia lui stesso riparare le automobili, ma oltre a questo ha bisogno di altre qualità. Egli deve accertarsi che i meccanici lavorino bene e che le auto siano riparate a dovere. Lo stesso vale per i diaconi, quando diventano responsabili della diaconizzazione della comunità. La loro qualificazione diaconale è certamente utile, ma devono essere anche e soprattutto capaci di organizzare un'attività diaconale qualificata dei membri della comunità.

Per loro stessa ammissione i diaconi non vengono formati a questo. Nel caso in cui non siano stati formati unicamente a svolgere compiti pastorali, lo sono stati solo all'attività diaconale. Non hanno imparato quello che nella società civile si chiama «sviluppo dell'organizzazione e del personale»: l'organizzazione delle attività diaconali, con il coinvolgimento competente del maggior numero possibile di membri della Chiesa, in altre parole il project management. Ciò comprende anche l'arte di stimolare le qualità diaconali del maggior numero possibile di membri della comunità, legandole permanentemente ai progetti diaconali. L'ordinazione non può sostituire tutte queste attività. Il diacono deve acquisire le capacità di diaconizzazione della comunità attraverso una formazione specifica in materia di sviluppo dell'organizzazione e del personale, senza la quale non si dovrebbe procedere all'ordinazione al diaconato.15

Ciò vale del resto anche per il mandato dei diaconi a predicare. Non basta la semplice ordinazione a rendere idoneo il diacono alla predicazione, ma solo un'ordinazione fondata su una specifica preparazione. In caso contrario si provoca uno scandalo pastorale, permettendo a diaconi incompetenti di predicare in virtù della loro ordinazione e negando questa possibilità a teologi e teologhe laici ben formati, ma non ordinati. Per assolvere il ministero della predicazione i diaconi hanno quindi bisogno di una solida formazione di base e permanente; i laici invece, quando predicano nella celebrazione dell'eucaristia,16 dovrebbero per questo ricevere anche l'ordinazione (cf. tabella 5).

Un ministero in divenire

I diaconi, soprattutto i samaritani, evidenziano una mancanza di chiarezza riguardo al loro profilo ministeriale. Molti desiderano una «chiara definizione dei compiti» (importante per il 92%), nonché una «chiara delimitazione delle responsabilità» (importante per il 92%). Quest'esigenza può essere intesa come desiderio di una maggiore capacità di lavoro d'équipe da parte dei parroci presso i quali i diaconi svolgono il proprio servizio. Ma può essere intesa anche come desiderio di essere alleggeriti di un po' di lavoro. Questo desiderio emerge soprattutto tra persone che vorrebbero risolvere la tensione tra il ruolo loro assegnato e la sua propria responsabilità con una fuga dal ruolo medesimo. La tentazione dei diaconi di sottrarsi all'attività è dimostrata dal fatto che spesso si rifugiano nei lavori ritualizzati, che ovviamente richiedono loro poca creatività.

Ma poiché il diaconato permanente è una professione ancora molto giovane e deve perciò evolvere, sarebbe meglio non accogliere questo desiderio di una rigida definizione dei compiti. Questo tuttavia presuppone un rafforzamento personale dei diaconi mediante la formazione di base e permanente. Nelle università europee si sta attualmente lavorando all'introduzione di uno studio accademico che si concluda con il baccalaureato. La prima università teologica cattolica che ha sviluppato un simile corso teologico triennale consiglia di renderlo obbligatorio per i diaconi.17 Un rafforzamento della formazione di base e permanente dei diaconi sarà di grande utilità per il loro sviluppo futuro. In mancanza di questo, si arriverà tragicamente a una clericalizzazione del diaconato permanente. Attualmente questa clericalizzazione non è certo un rischio: solo il 19% dei diaconi che hanno partecipato all'inchiesta desidera che i diaconi siano «facilmente riconoscibili dal loro abbigliamento» (cf. tabelle 6 e 7).

Paul M. Zulehner

Tabella 1.
La mansione del diacono

tutti

Profeta

Levita

Samaritano

è per me un servizio alle persone in necessità

90

96

96

77

è per me la realizzazione della mia vocazione

86

89

95

70

è per me un segno della solidarietà di Dio con gli uomini

82

95

92

53

favorisce per me, attraverso la richiesta della diaconia, una Chiesa più diaconale

74

90

81

46

è per me un ponte fra la Chiesa e chi è lontano

73

81

84

51

è per me la possibilità di collegare obiettivi religiosi e profani

62

75

79

29

mi offre la possibilità di collaborare al rinnovamento delle strutture della Chiesa

54

70

74

10

deve essere, secondo me, ordinata al clero

42

23

66

36

è per me la possibilità di collegare ministero e matrimonio

38

15

75

17

mi offre l'opportunità di cambiare l'ingiustizia strutturale

37

54

49

2

è per me una buona alternativa alla vocazione sacerdotale

31

10

63

15

ha a che vedere con il fatto che nella mia vita ho dovuto affrontare gravi crisi

21

20

28

12

è una compensazione rispetto alla professione civile

20

13

38

9

ha a che vedere con il fatto che nella mia vita ho dovuto combattere con la sofferenza

19

21

25

11

è per me un posto di lavoro più sicuro

7

5

11

4

FONTE: Diakone 2002©. Valori in percentuale.

Tabella 2.
Attribuzione delle attività
dei diaconi

Diaconia

Liturgia

Predicazione

Visite

92%

14%

35%

Cura pastorale di gruppi specifici

81%

28%

54%

Elaborazione di progetti sociali

69%

2%

18%

Accompagnamento di collaboratori

63%

13%

27%

Coordinamento a livello sovracomunitario

59%

2%

16%

Pastorale matrimoniale e familiare

56%

6%

56%

Colloqui personali sulla fede

54%

3%

76%

Funerali

52%

78%

63%

Pastorale di emergenza

50%

4%

15%

Attività ecumenica

38%

23%

53%

Amministrazione parrocchiale

35%

2%

7%

Formazione degli adulti

29%

8%

65%

Predicazione

27%

38%

87%

Amministrazione dei sacramenti

26%

69%

40%

Celebrazioni del battesimo

25%

85%

66%

Catechesi sacramentale

24%

24%

74%

Celebrazioni eucaristiche «cum diacono»

22%

89%

53%

Insegnamento della religione

20%

3%

70%

Celebrazioni della Parola, funzioni religiose

19%

88%

65%

Matrimoni

19%

81%

61%

Gruppi biblici

18%

6%

74%

TOTALE

878
33,52%

666

25,43%

1.075
41,05%

FONTE: Diakone 2002©.

Tabella 3.
Ambiti di lavoro dei diaconi

È

Dovrebbe essere

Differenza

Sono attivo esclusivamente nella parrocchia

64%

48%

16

Sono attivo esclusivamente nella pastorale di settore

16%

24%

- 8

Lavoro a progetti e in istituzioni che sono organizzati fuori dalla parrocchia

36%

39%

- 3

Mi rivolgo soprattutto a gruppi mirati che sono fuori dal nocciolo della comunità parrocchiale

42%

57%

- 15

Lavoro a livello diocesano

32%

28%

4

Realizzo la mia attività diaconale soprattutto nel mio lavoro civile

19%

31%

- 12

Lavoro con altre organizzazione
(ad esempio: Caritas, sindacati ecc.)

44%

60%

-16

FONTE: Diakone 2002©.

Tabella 5.
Desideri per la formazione permanente
delle tre tipologie diaconali

Profeta

Samaritano

Levita

Riflessione sui rapporti

91%

79%

87%

Lavoro nel sociale

89%

71%

80%

Pastorale

88%

87%

96%

Questioni pastorali

88%

79%

85%

Conoscenze psicologiche di base

83%

67%

80%

Spiritualità nel matrimonio e nel lavoro

81%

67%

80%

Spiritualità nella famiglia

72%

67%

87%

Annuncio liturgico

69%

63%

85%

Pedagogia sociale

63%

48%

85%

Competenze nella guida

60%

52%

74%

Esegesi

47%

47%

70%

Accompagnamento delle famiglie dei diaconi

44%

34%

61%

Sviluppo dell'organizzazione

40%

38%

53%

Questioni giuridiche

37%

29%

51%

Solidità biblica

36%

51%

67%

Compiti liturgici del diacono

36%

31%

67%

TOTALE

32,62%

29,24%

38,13%

FONTE: Diakone 2002©.

Tabella 6.
Comparazione dell'immagine del prete
fra i diaconi e i preti
(della Germania occidentale).

Il ministero presbiterale:

Tutti i diaconi

Preti
Germania occidentale

rappresenta la comunità

34%

47%

rappresenta Cristo

67%

75%

è servizio alla comunità

94%

96%

è l'esito di un processo storico

45%

33%

è espressione di una vocazione personale

77%

73%

non si fonda su una speciale consacrazione

20%

15%

è istituito da Cristo

56%

74%

è unicamente una creazione delle prime comunità

21%

12%

è servizio alla crescita spirituale della Chiesa

60%

77%

richiede l'impegno di tutta la vita interiore del ministro

75%

80%

è primariamente servizio per la composizione dei conflitti, della convivenza tra le persone nella comunità

7%

11%

tiene la comunità nella traccia del Vangelo

59%

68%

si prende cura che la comunità formata dal Vangelo rimanga unita alla Chiesa locale

54%

67%

FONTE: Diakone 2002©.

Tabella 7.
Tipi di immagine del ministero presbiterale
da parte dei diaconi

Il ministero presbiterale:

Cristo-monistico

Pontificale

Ecclesiale

è servizio alla comunità

93%

97%

92%

è istituito da Cristo

90%

68%

10%

rappresenta Cristo

88%

85%

26%

è espressione di una vocazione personale

86%

85%

59%

richiede l'impegno di tutta la vita interiore del ministro

81%

85%

50%

è a servizio della crescita spirituale della Chiesa

73%

74%

34%

tiene la comunità che gli è affidata nella traccia del Vangelo

65%

72%

20%

si prende cura che la comunità formata dal Vangelo rimanga unita con la Chiesa locale

56%

72%

34%

rappresenta la comunità

51%

60%

20%

è l'esito di un processo storico

17%

52%

64%

è solamente creazione delle prime comunità

2%

24%

38%

è primariamente a servizio della composizione del conflitti, della convivenza tra le persone nella comunità

2%

52%

5%

non si fonda su una speciale consacrazione

1%

44%

17%

FONTE: Diakone 2002©.

Tabella 4.
L'accettazione del diacono nella Chiesa
da parte dei soggetti ecclesiali

Lauree universitarie brevi

Diplomi professionali

Maturità liceale

Laurea universitaria

Scuola dell'obbligo

Tirocinio

Istituti accademici specifici

Maturità in istituti professionali

Tutti

Sono accettato dal parroco come chierico

66%

69%

66%

62%

54%

63%

60%

56%

62%

I parroci (in generale)
accettano i diaconi sposati come chierici

40%

21%

35%

30%

27%

38%

33%

25%

32%

Il vescovo accetta i diaconi sposati come chierici

70%

74%

74%

72%

67%

75%

74%

75%

72%

I collaboratori e le collaboratrici pastorali
mi accettano come chierico

51%

61%

47%

51%

54%

44%

41%

38%

48%

Sono accettato dalla parrocchia come chierico

76%

72%

73%

72%

69%

50%

62%

63%

69%

TOTALE

11,96%

11,73%

11,65%

11,33%

10,70%

10,66%

10,66%

10,15%

11,17%

FONTE: Diakone 2002©.

1 P.M. Zulehner-A. Hennersperger, «Sie gehen und werden nicht matt» (Jes 40,31). Priester in heutiger Kultur, Ostfildern 2001; Id., Priester im Modernisierungsstress, Ostfildern 2001; P.M. Zulehner-F. Lobinger, Um der Menschen und der Gemeinden willen. Plädoyer zur Entlastung der Priester, Ostfildern 2002; A. Hennersperger, Ein ein(z)iges Presbyterium. Zur Personalentwicklung von Priestern. Amtstheologische Reflexionen zur Studie Priester 2000, Ostfildern 2003: cf. Regno-att. 14,2001,483ss.

2 P.M. Zulehner, Dienende Männer. Anstifter zur Solidarität. Diakone in Westeuropa, Ostfildern 2003; Id., Samariter-Prophet-Levit. Diakone im deutschsprachigen Raum. Eine empirische Studie, Ostfildern 2003.

3 P.M. Zulehner-H. Denz, Wie Europa lebt und glaubt, Düsseldorf 1993; H. Denz u.a., Die europäische Seele. Leben und Glauben in Europa, Wien 2003.

4 H. Kramer, «Der Ständige Diakonat - ein Beitrag zur Erneuerung der Diakonie», in Diakonia 6 (1975)19-30.

5 Hennersperger, Ein ein(z)iges Presbyterium.

6 R. Zerfaß, «Wenn Gott aufscheint in unseren Taten», in P.M. Zulehner, Das Gottesgerücht. Bausteine für eine Kirche der Zukunft, Düsseldorf 1987, 95-106, qui 95-97.

7 R. Leuenberger, «Die evangelische Pfarrerehe: Lösung oder Verschiebung des Zölibatproblems?», Kirchenvolks-Begehren, a cura di P.M. Zulehner, Innsbruck 1995, 82-86.

8Cose analoghe abbiamo osservato nell'indagine sul clero della diocesi greca unita di Ivano-Frankivsk nell'Ucraina occidentale; cf. Zulehner-Lobinger, Um der Menschen und um der Gemeinden willen, 123-127.

9 I diaconi desiderano anche che «l'età dell'ordinazione sia fissata anche per i diaconi non sposati a 35 anni» (41%).

10Zulehner, Priester im Modernisierungsstress, 298-304.

11 P.M. Zulehner, «Die alten und die neuen pastoralen Berufe in der Kirche. Eine pastoralsoziologische Problemskizze», Jahrestagung 1976 der Regenten und Direktoren der deutschsprachigen Priesterminarien und Theologenkonvikte, Chur (1976) 7-39.

12Per questo la relazione sulla ricerca sui sacerdoti reca nel titolo l'idea dello stress derivante dalla modernizzazione. Cf. P.M. Zulehner, Priester im Modernisierungsstress.

13 P.M. Zulehner-F. Lobinger-P. Neuner, Leutepriester in gläubigen Gemeinden. Plädoyer für Presbyterien von «Korinthpriesern», Ostfildern 2003, terza parte.

14Dietro a questa domanda c'è il problema della misura in cui i compiti che spettano alla Chiesa in quanto tale e ai quali ogni battezzato è tenuto a partecipare si possono concentrare in un ministero. Cf., al riguardo, riflessioni di Karl Rahner in P.M. Zulehner-A. Heller, Denn Du kommst unserem Tun mit Deiner Gnade zuvor. Zur Theologie der Seelsorge heute. Paul M. Zulehner im Gespräch mit Karl Rahner, Ostfildern 2002 (nuova edizione ampliata).

15 Al riguardo, Eignung für die Berufe der Kirche. Klärung, Beratung, Begleitung, a cura di H. Stenger, Freiburg 1988.

16Cosa che oggi il diritto canonico non consente.

17J. Niewiadomski, «Aufbruch ins dritte Jahrtausend. Zu den umfassenden Reformen an der Theologischen Fakultät Innsbruck», in Korrespondenzblatt des Canisianums 136 (2003), 2-7. Analogamente per i sacerdoti del popolo o sacerdoti corinzi proposti dal vescovo Fritz Lobinger e dal sottoscritto, che potrebbero essere un nuovo tipo di sacerdoti operanti nelle comunità e da esse espressi. Anch'essi devono essere ben formati inizialmente e permanentemente per sfuggire alla tentazione di una rigida ritualizzazione del loro servizio. Cf. Zulehner-Lobinger, Um der Menschen und der Gemeinden willen; Zulehner-Lobinger-Neuner, Leutepriester in lebendigen Gemeinden.

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