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Il testo č visibile a tuttiL'islam di fronte. Baget bozzo dice «guerra», il papa dichiara i musulmani fratelli

Tipo di contributo: "Io non mi vergogno del Vangelo"
Autore: L. Accattoli
Titolo: L'islam di fronte. Baget bozzo dice «guerra», il papa dichiara i musulmani fratelli
Tema: Islam
Area: Italia - CULTURA E SOCIETÀ
Riferimento: Regno-att. n.18, 2001, p.646
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L'islam di fronte

Baget Bozzo dice guerra, il papa chiama i musulmani fratelli

Si può dissentire da Baget Bozzo senza insolentire? Ci provo sull'islam, argomento che lo scatena. Non approvo la sua riduzione dell'islam al Corano, né l'affermazione che l'islam storico abbia sempre praticato il "genocidio religioso" dei cristiani e che sia necessitato a esso. Mi fa senso la sua smania "cristiana" per la guerra al terrorismo e trovo stravagante l'idea che toccherebbe al papa "prepararci" a essa.

Don Gianni in privato è la persona più amabile, ma quando scrive può capitare che la sua intelligenza ti venga addosso come un cane da combattimento. E c'è chi fugge e chi morde.

Provo a non ringhiare e credo che mi riuscirà perché gli devo qualcosa. Il mio è un debito di parole, che è forse il più forte che si possa avere verso una persona dopo quello dell'amore.

Lo frequento da venticinque anni. Ti frequento, don Gianni, da un quarto di secolo! Poco di persona, ma ogni giorno sui giornali. Ero a La Repubblica quando mandasti il primo articolo, che apparve con il titolo "Il ruolo dei cattolici nella società radicale" (12.5.1976). Scalfari mi chiamò: "Chi è Baget Bozzo?" Risposi corto, come si fa nei giornali, e dalle mie parole Eugenio tirò il "distico" con cui ti presentò: "Volentieri pubblichiamo questo intervento di Gianni Baget Bozzo, esponente della Democrazia cristiana negli anni cinquanta, ora sacerdote e storico del partito cattolico".

Arrivarono lettere di protesta: "Che ci fa Baget Bozzo sul vostro giornale"? Si fece un'assemblea e io sostenni che tu andavi benissimo per Repubblica: eri un prete anomalo, capace di dare nome a fatti e sentimenti nuovi. E più ancora mi convinsi quando tentasti di raccontare ai lettori del quotidiano il mistero del Natale: "Le parole non sono ancora pronte, pur se vi è un popolo già disposto" (25.12.1986). Quell'arte di parlare di Dio con linguaggio secolare non l'hai smessa, ed è rara e per essa ti lodo.

Né mi tocca la questione della tua coerenza nel tempo, che tanto anima i tuoi critici. Tu eri subito entusiasta dell'elezione del card. Wojtyla, ma appena tre mesi dopo definivi una "sciagura spirituale" (La Repubblica, 30.1.1979) il discorso di Puebla. Più tardi - e con argomenti rovesciati - hai considerato Giovanni Paolo II un salvatore della tradizione cattolica e ora di nuovo lo deplori. Una volta accusasti Pio XII di aver messo la Chiesa al rischio di ridursi a "edificio vuoto" e a "sacra gerarchia" (Vocazione, Rizzoli, Milano 1982, 55 e 93-94: il tuo libro più bello, che contiene la storia della tua chiamata a farti parola) e ora di nuovo lo consideri l'ultimo vero papa.

La tua discontinuità non mi stupisce. La metto in conto alla tua anima ospitale e alla tua leggerezza, che credo di capire. Ho scritto "leggerezza" e non ritiro la parola, benché mi sia ricordato - dopo averla scritta - d'averti sentito, una volta, che accusavi di "leggerezza" La Pira! Una leggerezza - la tua - che ti permette di spostarti, secondo che ditta dentro. Nessuno ha veduto ampiamente quanto te, grazie a questi spostamenti. E nessuno ha acquisito più linguaggio. Hai amato successivamente De Gasperi e Dossetti, Tambroni e Moro, Montini e Siri, Berlinguer e Craxi, Brandt e Berlusconi. Mi attira la tua capacità di vedere ogni faccia di un fatto e di renderla in parole. È il tuo modo di farti tutto a tutti. Né conta nulla - per me - che tu critichi i papi: sono uomini e dunque criticabili.

Perché non citi Charles de Foucauld?

Veniamo all'islam. Riporterò alcune delle tue affermazioni che meno condivido, chiarendo che cosa respingo.

"La Chiesa cattolica poteva essere la forza spirituale dell'Occidente nell'ora della jihad islamica contro l'Occidente" (Il Giornale, 4.10.2001). Riproponi dunque l'identificazione - o quantomeno la continuità - tra cristianesimo e Occidente. E la riproponi in zona di guerra, per non dire a fini di guerra!

Ma se hai colto così bene, in tutte le tue stagioni, il limite che è venuto al cristianesimo dall'essere restato come prigioniero dell'impero romano e della sua cultura! Rimproveri quell'imprigionamento al passato e lo riproponi per il futuro? Lo riproponi quando la decolonizzazione, la liberazione delle Chiese dal potere, l'ampliamento dell'ecumene cristiana all'intera sua dimensione orientale e terzomondiale, i santi che ci sono venuti dall'ebraismo e da ogni cultura e quelli del confronto con l'islam, da Charles de Foucauld ai monaci algerini, ci hanno segnalato la possibilità di una libertà nuova del Vangelo da ogni confine culturale! Come hai potuto scrivere un volumetto sull'islam (Di fronte all'islam. Il grande conflitto, Marietti, Genova 2001) senza citare de Foucauld?

"L'islam è in conflitto essenziale con il cristianesimo" (Di fronte all'islam, p. 88). "Oggi bisogna parlare bene dell'islam dimenticando che l'islam storico ha sempre praticato il genocidio religioso dei cristiani" (Tempi, 22.9.1999).

L'islam è molteplice quanto la cristianità. Nella sua storia e nella sua geografia ci sono più facce che tu non voglia. Per lunghe epoche è stato tollerante. Comunità cristiane sono sopravvissute in tante terre dell'islam, mentre nessuna comunità islamica è sopravvissuta in terra cristiana. La seconda delle due citazioni la rifaccio così: "Oggi bisogna contrastare l'islam intollerante, senza dimenticare le potenzialità di quello tollerante, documentate dalla storia e dall'attualità".

"Nell'islam non esiste in nessuna forma il comandamento dell'amore verso il prossimo" (Di fronte all'islam, 86). C'è in verità il grande hadith (detto) del Profeta sulla giustizia e l'amore, che tu non citi perché non ti muovi con intelletto d'amore: "È giusto quell'uomo che riesce a dare agli altri tanto amore quanto ne desidera da loro per se stesso".

Ciò che manca di sicuro, sia nel Corano che nei detti del profeta, non è il precetto della carità, ma l'amore del nemico. Esso tuttavia non è sconosciuto all'islam: risuona in tutto simile al comando evangelico nei suoi mistici. "Rispondi al male con una buona azione, perché la malvagità si vendica, anche se a rate. La benedizione delle buone azioni, che tu regali al nemico, è il migliore seme per la buona semina" dice Abdarrahman Djiami, morto nel 1492.

Ma tu non dai credito alla mistica musulmana, dicendo che essa è una "contaminazione cristiana". Eppure una volta avevi definito l'islam "la religione della mistica, in cui la Presenza e i gesti che le si riferiscono costituiscono il tutto dell'uomo" (L'uomo l'angelo il demone, Rizzoli, Milano 1989, 148) e quella definizione mi era piaciuta! Ma oggi hai fretta di togliere tutto all'islam.

L'uomo immagine e vicario di Dio

"Non esiste - scrivi tranciante - un passaggio dal Corano a Dio oltre il Corano, per questo non si dà propriamente una mistica musulmana" (Di fronte all'islam, 46). Non si darà "propriamente", ma essa si dà fattualmente ed è grande e simile a quella cristiana.

Ricordo d'aver chiesto al papa, una volta in aereo (volavamo da Nairobi a Casablanca, era il 19 agosto 1985), se avesse letto tutto il Corano: mi rispose che no, lo conosceva per parti, ma aveva "bene studiato" i mistici musulmani da giovane, quando preparava la tesi su Giovanni della Croce e si era reso conto che "la mistica cristiana e quella musulmana sono vicine".

Mettendo da parte i mistici tu puoi avventurarti in affermazioni eccessive, come questa: "L'islam non conosce l'interiorità umana" (ivi, 58). La grata lettura di Gialal ad-Din Rumi per la storia lontana e di 'Abdal Wahid Pallavicini (Islam interiore, Mondadori 1991) per quella vicina, mi impediscono di seguirti in questa violenza negatrice. Io esulto quando trovo l'interiorità nell'islam, tu - mi pare - guardi altrove.

Tu affermi che manca - in esso - "una comune misura tra Dio e l'uomo", che "non vi è parentela di Dio con il mondo","continuità" tra la creatura e il creatore (Di fronte all'islam, 29, 41, 48). Ed è vero, ma non è tutto e ne deduci troppo!

Non ridurre l'islam al Corano

Riduci tutto al Corano e già questa è una mossa scorretta, funzionale alla tua tesi di un islam monolitico e immutabile, perché uno e immutabile è il Corano. Ma i detti del profeta? E la sua storia? E la giurisprudenza che collega detti e fatti e ne applica l'insegnamento ai casi della vita? Affermi che "non interessa la storia di Maometto: essa è interamente trasformata in Corano" (ivi, 32): ma non è vero! Ed è proprio dall'interpretazione dello sterminato patrimonio di detti e atti del profeta che viene - che è sempre venuta - la possibilità dell'adattamento storico e geografico dell'islam.

Ridotto l'islam al Corano, oscuri in esso quanto contrasta con il tuo sentimento dell'islam. Ed eccoti affermare che questa fede non conosce l'anima: "L'assenza dell'anima è essenziale all'impianto dell'islam" (ivi, 84). Nel Corano l'anima è affermata almeno quattro volte, ma tu non le consideri! E nelle sure interminabilmente è detto che Dio "soffia" nell'uomo il suo spirito: che è la base - ebraica, cristiana e islamica - di ogni definizione di "anima" e neanche questo consideri.

Fuori del Corano, c'è un adith trasmesso da Ibn Hanbal che - recependo Genesi 1,27 - afferma: "Veramente Dio ha creato Adamo a sua immagine". Frequente è poi nei mistici la qualifica dell'uomo come "vicario" di Dio, che forse è più forte di quella di "immagine": "Adamo è il vicario di Dio in terra", anzi "è Dio nel creato", arriva ad affermare Ibn Arabi. E Al-Hallaj: "L'uomo è materiale nel corpo, fatto di luce nel suo intimo, divino". La dimensione divina dell'umano non era una volta la tua passione?

Perché dici che Al-Hallaj (condannato a morte a Baghdad nel 922) fu "crocifisso come cristiano" (ivi, 69)? Ti serve per esaltare l'inimicizia dell'islam verso il cristianesimo? Fu condannato perché affermava l'inabitazione di Dio nell'uomo, fino alla divinizzazione dell'uomo: nei momenti di estasi l'avevano sentito dire "io sono la verità". Ma lo diceva da fedele dell'islam, non da cristiano.

"Fece bella ogni cosa che creò"

Per togliere contenuti all'islam, neghi che il Corano racconti la creazione come atto di Dio che pone in essere qualcosa che possa stargli di fronte, come un altro essere. E io non oso discutere questa tua lettura filosofica. Ma dici anche che "il sorgere della creazione non è un tema del Corano" e che in esso "manca il processo temporale dei sette giorni" e "non è detta la bontà dell'universo come riflesso della bontà divina" (ivi, 41s).

Don Gianni, quando ti esprimi filosoficamente io mi perdo, ma quando procedi descrittivamente io capisco tutto quello che dici, come Forrest Gump capiva le spiegazioni della mamma! Capisco e dissento, perché ben mi ricordo il racconto della creazione che è nell'attacco della sura 32, con i sette giorni dell'opera di Dio e il "suo" spirito che entra nell'uomo e la bontà dell'universo. Lo riporto, tant'è bello e te lo dedico, nella suggestiva traduzione di Alessandro Bausani (Sansoni, Firenze 1978, 303), perché ha ciò che non trovi: "È Dio che ha creato il cielo e la terra e quel che v'è frammezzo in sei giorni, poi s'assise sul trono, e voi non avete all'infuori di lui né alleato né intercessore. Egli è il conoscitore del visibile e dell'invisibile, il potente, il clemente, che fece bella ogni cosa che creò, e la creazione dell'uomo iniziò dal fango, poi la progenie sua fece nascere dal succo di spregevole liquido, poi armoniosamente lo plasmò e gli insufflò del suo spirito, e v'ha dato l'udito e la vista e i sensi".

"Un papa fuori del comune"

"Oggi gli americani si rallegrano di avere eletto un uomo comune che diviene un presidente fuori del comune. Gli USA vanno alla guerra e alla morte, si rivelano l'ultima grande nazione della cristianità, che sa accettare il rischio di morire in battaglia. Anche la Chiesa ha un papa fuori del comune: non ci prepara alla guerra ma al disarmo morale" (Panorama, 4.10.2001, 29). Vorresti da Giovanni Paolo un'epistola contro il turco? Sei davvero convinto che spetti ai papi predicare le guerre? Sento che non cesserò di discutere con te.

Finalmente abbiamo un papa che chiama "fratelli" i musulmani e tu protesti! "I credenti sono fratelli" dice il Corano (49,10). E ovviamente intende dire i credenti nell'islam. Il cristianesimo invece dice che gli uomini sono tutti fratelli: ecco la diversità essenziale! Ed ecco la profezia di Giovanni Paolo, che tu beffeggi: egli chiama "fratelli" i musulmani! È il primo nella storia, e tu lo vorresti portare in guerra. Ho avuto modo di segnalare, nel capitolo "islam" del volume Quando il Papa chiede perdono (Mondadori, Milano 1997, 146-152), almeno cinque occasioni impegnative in cui ha usato per i musulmani l'appellativo "fratelli" che la tradizione riserva ai cristiani.

Giovanni Paolo II chiama fratelli maggiori gli ebrei e fratelli i musulmani: è questa la via audace del Vangelo, che fu indicata da Francesco d'Assisi e da Charles de Foucauld, il "piccolo fratello universale" che sta per essere fatto beato! Finalmente la stiamo imboccando. Ed era inevitabile la rivolta dei fegatosi.

Mi meraviglia però che tra di essi ci sia tu, che ami papa Wojtyla. Non hai letto in lui questa faccia perché non vuoi riconoscere fratelli i musulmani. E dunque tu vai spedito alla guerra come l'imam integralista, che limita il comando dell'amore ai "credenti".

Hai parlato di "viltà" per chi invoca l'attitudine fraterna. E sei arrivato a includervi il papa: Wojtyla come uomo vile! Non per il papa, che ha grandi spalle, ma per i focolarini e Sant'Egidio e ogni altro "fraticello" che vieni sbertucciando, non ti pare d'aver fatto tuo lo scherno di sempre rivolto ai seguaci di Cristo? A riprova che non esagero riassumendo il tuo dettato, eccolo in tutto il suo splendore: "Penso in questo momento al grande ridicolo della comunità di Sant'Egidio e dei focolarini che hanno dato vita a un cristianesimo senza lotta e senza cuore, disposto alla viltà chiamata con il nome di amor del prossimo. La viltà ha molte facce, ne conosciamo una cristiana, che ha successo anche in Vaticano, ma che è l'abdicazione del cristianesimo di fronte alla religione che intende sostituirlo" (Tempi, 13.9.2001).

Non ho finito, benché mi sia preso tre pagine! Tornerò da te il prossimo mese: recensirò i tuoi detti sul papa in moschea che tanto ti è dispiaciuto e sul "culto del soldato" che altrettanto rimpiangi. Tenterò infine una mia risposta alla domanda di fondo che hai posto: "Perché, dopo il cristianesimo, l'islam?".

Ma non voglio lasciarti senza riconoscere un'antiveggenza, in materia islamica, che ti fa onore: "L'Occidente è di fronte a una guerra ideologica che ha il suo vertice nel mondo islamico ed è equipaggiata con armi distruttive di massa e intende usarle" (Tempi, 14 giugno 2001). Se tu vedessi dentro come vedi avanti!

Luigi Accattoli

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