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L'islam di fronte
Baget Bozzo dice guerra, il papa chiama i musulmani fratelli
Si può dissentire da Baget Bozzo senza insolentire? Ci
provo sull'islam, argomento che lo scatena. Non approvo la sua
riduzione dell'islam al Corano, né l'affermazione che
l'islam storico abbia sempre praticato il "genocidio religioso" dei
cristiani e che sia necessitato a esso. Mi fa senso la sua smania
"cristiana" per la guerra al terrorismo e trovo stravagante l'idea
che toccherebbe al papa "prepararci" a essa.
Don Gianni in privato è la persona più amabile, ma
quando scrive può capitare che la sua intelligenza ti venga
addosso come un cane da combattimento. E c'è chi fugge e chi
morde.
Provo a non ringhiare e credo che mi riuscirà
perché gli devo qualcosa. Il mio è un debito di
parole, che è forse il più forte che si possa avere
verso una persona dopo quello dell'amore.
Lo frequento da venticinque anni. Ti frequento, don Gianni, da
un quarto di secolo! Poco di persona, ma ogni giorno sui giornali.
Ero a La Repubblica quando mandasti il primo
articolo, che apparve con il titolo "Il ruolo dei cattolici nella
società radicale" (12.5.1976). Scalfari mi chiamò:
"Chi è Baget Bozzo?" Risposi corto, come si fa nei giornali,
e dalle mie parole Eugenio tirò il "distico" con cui ti
presentò: "Volentieri pubblichiamo questo intervento di
Gianni Baget Bozzo, esponente della Democrazia cristiana negli anni
cinquanta, ora sacerdote e storico del partito cattolico".
Arrivarono lettere di protesta: "Che ci fa Baget Bozzo sul
vostro giornale"? Si fece un'assemblea e io sostenni che tu
andavi benissimo per Repubblica: eri un prete anomalo,
capace di dare nome a fatti e sentimenti nuovi. E più ancora
mi convinsi quando tentasti di raccontare ai lettori del quotidiano
il mistero del Natale: "Le parole non sono ancora pronte, pur se
vi è un popolo già disposto" (25.12.1986).
Quell'arte di parlare di Dio con linguaggio secolare non l'hai
smessa, ed è rara e per essa ti lodo.
Né mi tocca la questione della tua coerenza nel tempo,
che tanto anima i tuoi critici. Tu eri subito entusiasta
dell'elezione del card. Wojtyla, ma appena tre mesi dopo definivi
una "sciagura spirituale" (La Repubblica, 30.1.1979)
il discorso di Puebla. Più tardi - e con argomenti
rovesciati - hai considerato Giovanni Paolo II un salvatore della
tradizione cattolica e ora di nuovo lo deplori. Una volta accusasti
Pio XII di aver messo la Chiesa al rischio di ridursi a
"edificio vuoto" e a "sacra gerarchia"
(Vocazione, Rizzoli, Milano 1982, 55 e 93-94: il tuo libro
più bello, che contiene la storia della tua chiamata a farti
parola) e ora di nuovo lo consideri l'ultimo vero papa.
La tua discontinuità non mi stupisce. La metto in conto
alla tua anima ospitale e alla tua leggerezza, che credo di capire.
Ho scritto "leggerezza" e non ritiro la parola, benché mi
sia ricordato - dopo averla scritta - d'averti sentito, una volta,
che accusavi di "leggerezza" La Pira! Una leggerezza - la tua - che
ti permette di spostarti, secondo che ditta dentro. Nessuno ha
veduto ampiamente quanto te, grazie a questi spostamenti. E nessuno
ha acquisito più linguaggio. Hai amato successivamente De
Gasperi e Dossetti, Tambroni e Moro, Montini e Siri, Berlinguer e
Craxi, Brandt e Berlusconi. Mi attira la tua capacità di
vedere ogni faccia di un fatto e di renderla in parole. È il
tuo modo di farti tutto a tutti. Né conta nulla - per me -
che tu critichi i papi: sono uomini e dunque criticabili.
Perché non citi Charles de Foucauld?
Veniamo all'islam. Riporterò alcune delle tue
affermazioni che meno condivido, chiarendo che cosa respingo.
"La Chiesa cattolica poteva essere la forza spirituale
dell'Occidente nell'ora della jihad islamica contro
l'Occidente" (Il Giornale, 4.10.2001). Riproponi dunque
l'identificazione - o quantomeno la continuità - tra
cristianesimo e Occidente. E la riproponi in zona di guerra, per
non dire a fini di guerra!
Ma se hai colto così bene, in tutte le tue stagioni, il
limite che è venuto al cristianesimo dall'essere restato
come prigioniero dell'impero romano e della sua cultura! Rimproveri
quell'imprigionamento al passato e lo riproponi per il futuro? Lo
riproponi quando la decolonizzazione, la liberazione delle Chiese
dal potere, l'ampliamento dell'ecumene cristiana all'intera sua
dimensione orientale e terzomondiale, i santi che ci sono venuti
dall'ebraismo e da ogni cultura e quelli del confronto con l'islam,
da Charles de Foucauld ai monaci algerini, ci hanno segnalato la
possibilità di una libertà nuova del Vangelo da ogni
confine culturale! Come hai potuto scrivere un volumetto sull'islam
(Di fronte all'islam. Il grande conflitto, Marietti, Genova
2001) senza citare de Foucauld?
"L'islam è in conflitto essenziale con il
cristianesimo" (Di fronte all'islam, p. 88). "Oggi
bisogna parlare bene dell'islam dimenticando che l'islam storico ha
sempre praticato il genocidio religioso dei cristiani"
(Tempi, 22.9.1999).
L'islam è molteplice quanto la cristianità. Nella
sua storia e nella sua geografia ci sono più facce che tu
non voglia. Per lunghe epoche è stato tollerante.
Comunità cristiane sono sopravvissute in tante terre
dell'islam, mentre nessuna comunità islamica è
sopravvissuta in terra cristiana. La seconda delle due citazioni la
rifaccio così: "Oggi bisogna contrastare l'islam
intollerante, senza dimenticare le potenzialità di quello
tollerante, documentate dalla storia e
dall'attualità".
"Nell'islam non esiste in nessuna forma il comandamento
dell'amore verso il prossimo" (Di fronte all'islam, 86).
C'è in verità il grande hadith (detto) del
Profeta sulla giustizia e l'amore, che tu non citi perché
non ti muovi con intelletto d'amore: "È giusto quell'uomo
che riesce a dare agli altri tanto amore quanto ne desidera da loro
per se stesso".
Ciò che manca di sicuro, sia nel Corano che nei detti del
profeta, non è il precetto della carità, ma l'amore
del nemico. Esso tuttavia non è sconosciuto all'islam:
risuona in tutto simile al comando evangelico nei suoi mistici.
"Rispondi al male con una buona azione, perché la
malvagità si vendica, anche se a rate. La benedizione delle
buone azioni, che tu regali al nemico, è il migliore seme
per la buona semina" dice Abdarrahman Djiami, morto nel
1492.
Ma tu non dai credito alla mistica musulmana, dicendo che essa
è una "contaminazione cristiana". Eppure una volta
avevi definito l'islam "la religione della mistica, in cui la
Presenza e i gesti che le si riferiscono costituiscono il tutto
dell'uomo" (L'uomo l'angelo il demone, Rizzoli, Milano
1989, 148) e quella definizione mi era piaciuta! Ma oggi hai fretta
di togliere tutto all'islam.
L'uomo immagine e vicario di Dio
"Non esiste - scrivi tranciante - un passaggio dal
Corano a Dio oltre il Corano, per questo non si dà
propriamente una mistica musulmana" (Di fronte
all'islam, 46). Non si darà "propriamente", ma essa si
dà fattualmente ed è grande e simile a quella
cristiana.
Ricordo d'aver chiesto al papa, una volta in aereo (volavamo da
Nairobi a Casablanca, era il 19 agosto 1985), se avesse letto tutto
il Corano: mi rispose che no, lo conosceva per parti, ma aveva
"bene studiato" i mistici musulmani da giovane, quando preparava la
tesi su Giovanni della Croce e si era reso conto che "la mistica
cristiana e quella musulmana sono vicine".
Mettendo da parte i mistici tu puoi avventurarti in affermazioni
eccessive, come questa: "L'islam non conosce
l'interiorità umana" (ivi, 58). La grata lettura
di Gialal ad-Din Rumi per la storia lontana e di 'Abdal Wahid
Pallavicini (Islam interiore, Mondadori 1991) per quella
vicina, mi impediscono di seguirti in questa violenza negatrice. Io
esulto quando trovo l'interiorità nell'islam, tu - mi pare -
guardi altrove.
Tu affermi che manca - in esso - "una comune misura tra Dio e
l'uomo", che "non vi è parentela di Dio con il
mondo", né "continuità" tra la creatura e
il creatore (Di fronte all'islam, 29, 41, 48). Ed è
vero, ma non è tutto e ne deduci troppo!
Non ridurre l'islam al Corano
Riduci tutto al Corano e già questa è una mossa
scorretta, funzionale alla tua tesi di un islam monolitico e
immutabile, perché uno e immutabile è il Corano. Ma i
detti del profeta? E la sua storia? E la giurisprudenza che collega
detti e fatti e ne applica l'insegnamento ai casi della vita?
Affermi che "non interessa la storia di Maometto: essa è
interamente trasformata in Corano" (ivi, 32): ma non
è vero! Ed è proprio dall'interpretazione dello
sterminato patrimonio di detti e atti del profeta che viene - che
è sempre venuta - la possibilità dell'adattamento
storico e geografico dell'islam.
Ridotto l'islam al Corano, oscuri in esso quanto contrasta con
il tuo sentimento dell'islam. Ed eccoti affermare che questa fede
non conosce l'anima: "L'assenza dell'anima è essenziale
all'impianto dell'islam" (ivi, 84). Nel Corano l'anima
è affermata almeno quattro volte, ma tu non le consideri! E
nelle sure interminabilmente è detto che Dio "soffia"
nell'uomo il suo spirito: che è la base - ebraica, cristiana
e islamica - di ogni definizione di "anima" e neanche questo
consideri.
Fuori del Corano, c'è un adith trasmesso da Ibn
Hanbal che - recependo Genesi 1,27 - afferma: "Veramente Dio ha
creato Adamo a sua immagine". Frequente è poi nei
mistici la qualifica dell'uomo come "vicario" di Dio, che forse
è più forte di quella di "immagine": "Adamo
è il vicario di Dio in terra", anzi "è Dio nel
creato", arriva ad affermare Ibn Arabi. E Al-Hallaj: "L'uomo
è materiale nel corpo, fatto di luce nel suo intimo,
divino". La dimensione divina dell'umano non era una volta la
tua passione?
Perché dici che Al-Hallaj (condannato a morte a Baghdad
nel 922) fu "crocifisso come cristiano" (ivi, 69)? Ti
serve per esaltare l'inimicizia dell'islam verso il cristianesimo?
Fu condannato perché affermava l'inabitazione di Dio
nell'uomo, fino alla divinizzazione dell'uomo: nei momenti di
estasi l'avevano sentito dire "io sono la verità". Ma
lo diceva da fedele dell'islam, non da cristiano.
"Fece bella ogni cosa che creò"
Per togliere contenuti all'islam, neghi che il Corano racconti
la creazione come atto di Dio che pone in essere qualcosa che possa
stargli di fronte, come un altro essere. E io non oso discutere
questa tua lettura filosofica. Ma dici anche che "il sorgere
della creazione non è un tema del Corano" e che in esso
"manca il processo temporale dei sette giorni" e "non
è detta la bontà dell'universo come riflesso della
bontà divina" (ivi, 41s).
Don Gianni, quando ti esprimi filosoficamente io mi perdo, ma
quando procedi descrittivamente io capisco tutto quello che dici,
come Forrest Gump capiva le spiegazioni della mamma! Capisco e
dissento, perché ben mi ricordo il racconto della creazione
che è nell'attacco della sura 32, con i sette giorni
dell'opera di Dio e il "suo" spirito che entra nell'uomo e la
bontà dell'universo. Lo riporto, tant'è bello e te lo
dedico, nella suggestiva traduzione di Alessandro Bausani (Sansoni,
Firenze 1978, 303), perché ha ciò che non trovi:
"È Dio che ha creato il cielo e la terra e quel che
v'è frammezzo in sei giorni, poi s'assise sul trono, e voi
non avete all'infuori di lui né alleato né
intercessore. Egli è il conoscitore del visibile e
dell'invisibile, il potente, il clemente, che fece bella ogni cosa
che creò, e la creazione dell'uomo iniziò dal fango,
poi la progenie sua fece nascere dal succo di spregevole liquido,
poi armoniosamente lo plasmò e gli insufflò del suo
spirito, e v'ha dato l'udito e la vista e i sensi".
"Un papa fuori del comune"
"Oggi gli americani si rallegrano di avere eletto un
uomo comune che diviene un presidente fuori del comune. Gli USA
vanno alla guerra e alla morte, si rivelano l'ultima grande nazione
della cristianità, che sa accettare il rischio di morire in
battaglia. Anche la Chiesa ha un papa fuori del comune: non ci
prepara alla guerra ma al disarmo morale" (Panorama,
4.10.2001, 29). Vorresti da Giovanni Paolo un'epistola contro il
turco? Sei davvero convinto che spetti ai papi predicare le guerre?
Sento che non cesserò di discutere con te.
Finalmente abbiamo un papa che chiama "fratelli" i musulmani e
tu protesti! "I credenti sono fratelli" dice il Corano
(49,10). E ovviamente intende dire i credenti nell'islam. Il
cristianesimo invece dice che gli uomini sono tutti fratelli: ecco
la diversità essenziale! Ed ecco la profezia di Giovanni
Paolo, che tu beffeggi: egli chiama "fratelli" i musulmani!
È il primo nella storia, e tu lo vorresti portare in guerra.
Ho avuto modo di segnalare, nel capitolo "islam" del volume
Quando il Papa chiede perdono (Mondadori, Milano 1997,
146-152), almeno cinque occasioni impegnative in cui ha usato per i
musulmani l'appellativo "fratelli" che la tradizione riserva ai
cristiani.
Giovanni Paolo II chiama fratelli maggiori gli ebrei e fratelli
i musulmani: è questa la via audace del Vangelo, che fu
indicata da Francesco d'Assisi e da Charles de Foucauld, il
"piccolo fratello universale" che sta per essere fatto beato!
Finalmente la stiamo imboccando. Ed era inevitabile la rivolta dei
fegatosi.
Mi meraviglia però che tra di essi ci sia tu, che ami
papa Wojtyla. Non hai letto in lui questa faccia perché non
vuoi riconoscere fratelli i musulmani. E dunque tu vai spedito alla
guerra come l'imam integralista, che limita il comando
dell'amore ai "credenti".
Hai parlato di "viltà" per chi invoca l'attitudine
fraterna. E sei arrivato a includervi il papa: Wojtyla come uomo
vile! Non per il papa, che ha grandi spalle, ma per i focolarini e
Sant'Egidio e ogni altro "fraticello" che vieni sbertucciando, non
ti pare d'aver fatto tuo lo scherno di sempre rivolto ai seguaci di
Cristo? A riprova che non esagero riassumendo il tuo dettato,
eccolo in tutto il suo splendore: "Penso in questo momento al
grande ridicolo della comunità di Sant'Egidio e dei
focolarini che hanno dato vita a un cristianesimo senza lotta e
senza cuore, disposto alla viltà chiamata con il nome di
amor del prossimo. La viltà ha molte facce, ne conosciamo
una cristiana, che ha successo anche in Vaticano, ma che è
l'abdicazione del cristianesimo di fronte alla religione che
intende sostituirlo" (Tempi, 13.9.2001).
Non ho finito, benché mi sia preso tre pagine!
Tornerò da te il prossimo mese: recensirò i tuoi
detti sul papa in moschea che tanto ti è dispiaciuto e sul
"culto del soldato" che altrettanto rimpiangi. Tenterò
infine una mia risposta alla domanda di fondo che hai posto:
"Perché, dopo il cristianesimo, l'islam?".
Ma non voglio lasciarti senza riconoscere un'antiveggenza, in
materia islamica, che ti fa onore: "L'Occidente è di
fronte a una guerra ideologica che ha il suo vertice nel mondo
islamico ed è equipaggiata con armi distruttive di massa e
intende usarle" (Tempi, 14 giugno 2001). Se tu vedessi
dentro come vedi avanti!
Luigi Accattoli
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