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POLEMICHE
Dehon antisemita?
La beatificazione di p. Leone Dehon (1843-1925), fissata per il
24 aprile scorso e impedita dalla morte di Giovanni Paolo II, non
è stata prevista in altra data imminente. Lo slittamento
è dovuto alla decisione del papa Benedetto XVI di verificare
ulteriormente, attraverso una commissione, alcuni scritti indicati
come antisemiti, nonostante l'esame già effettuato prima del
decreto di beatificazione. I nomi della commissione non sono
pubblici, ma le agenzie stampa la dicono composta dal card. J.
Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei
santi, dal card. G. Cottier, teologo della Casa pontificia, dal
card. P. Poupard, presidente del Pontificio consiglio della cultura
e dal card. R. Etchegaray. È del tutto probabile la presenza
di qualche esponente della congregazione dei sacerdoti del Sacro
cuore (dehoniani).
Voci critiche in riferimento alle posizioni antigiudaiche
di Dehon sono apparse alla fine dell'anno scorso su alcuni siti
Internet in cui venivano citate espressioni contenute nei suoi
scritti di natura sociale e in particolare nel Manuale sociale
cristiano. Riprese soprattutto in ambito francese hanno
provocato l'attenzione e la preoccupazione dei vescovi locali e
qualche interrogativo sul versante del governo, tangenzialmente
coinvolto in ogni processo di beatificazione. Si sono poi diffuse
nel più ampio contesto dei media (Stati Uniti, Italia, altri
paesi europei ecc.), alimentate dall'attenzione di componenti
ebraiche e dalla rilevanza del dialogo cattolico-ebraico nei
decenni postconciliari e nel programma di Benedetto XVI.
Tra i numerosi testi di Dehon, raccolti convenzionalmente
in quattro parti (scritti ascetici, sociali e pedagogici,
«vari» e tratti dalla rivista Le Règne) -
tutti pubblici e consultabili - si trovano consistenti cenni alla
questione ebraica solo in quelli sociali (con qualche richiamo in
altri) e soltanto negli anni della sua esposizione pubblica a
difesa della Rerum novarum di Leone XIII e della dottrina
sociale della Chiesa a Roma e altrove, cioè fra il 1889 e il
1903. Il dato di fondo è la sua convinzione di un necessario e
possibile rinnovamento sociale cristiano che trova opposizione in
un capitalismo senza alcuna attenzione per le masse popolari
operaie, oltre che nel socialismo. Nella polemica contro l'usura,
contro le banche o la borsa preoccupate solo delle rendite e non
del progresso sociale, contro gli abusi autoritari e disumani nelle
fabbriche, contro alcuni poteri dello stato garanti delle
disuguaglianze p. Dehon incrocia e fa propria la polemica
antiebraica che per tre o quattro decenni ha interessato la Francia
a cavallo dei secoli XIX-XX. Lo fa secondo i criteri e lo stile
comuni alla Chiesa del tempo e all'ambiente dei primi democratici
cristiani. Con la conseguente necessità di rileggere i testi
per quello che effettivamente dicono e per l'intento che
perseguono, comprendendo la loro documentazione di partenza,
collocandoli nel loro contesto. Il riferimento all'usura,
all'«invasione giudaica», i cenni agli omicidi
rituali e al Talmud vengono piegati nella denuncia dei poteri della
massoneria e dell'indirizzo anticlericale dello stato in nome di un
«sano nazionalismo cristiano».
Non vi sono tracce in Dehon di antisemitismo
razziale,1 né valutazioni negative di personaggi o
conoscenze ebraiche. L'antigiudaismo teologico (la
«sostituzione» della Chiesa alla sinagoga) non toglie al
popolo ebraico la qualifica di «provvidenziale. Dio non
l'ha abbandonato definitivamente. Lo conserva come testimone della
storia e delle Scritture. Lo custodisce per ridargli una grande
missione negli ultimi tempi del mondo». Più grevi le
espressioni di tipo economico e sociale per le ragioni polemiche
già ricordate che sfociano nella richiesta, allora comune, di
limitazioni per legge delle attività degli ebrei: «Non
siamo partigiani di un antisemitismo radicale. Non chiediamo
l'espulsione o la spoliazione degli ebrei; pensiamo piuttosto che
si dovrebbero fare delle riserve nei diritti che si concedono
loro».
Le indagini sull'antisemitismo francese in quegli anni
sviluppate in particolare dagli storici Pierre Pierrad, Paul Airiau
e J.M. Mayeur sono concordi nel collocare p. Dehon fra i ripetitori
piuttosto che fa gli ispiratori dell'antigiudaismo, fra i
moderatori piuttosto che fra i promotori. «Si può dire
che tutte le categorie di cattolici, prima del 1914, sono state
impregnate di antisemitismo. Gli stessi cattolici che si
qualificarono "sociali", quelli che, allontanandosi più o meno
da un facile conservatorismo, cercarono di illuminare i problemi
economici e sociali del loro tempo alla luce del Vangelo, non
furono esenti dall'odio dell'ebreo, considerato come un personaggio
al quale si era dato indebitamente un posto nella società
cristiana» (P. Pierrad). «L'antisemitismo è
la parte negativa del programma democratico-cristiano»
(J.M. Mayeur).
La sensibilità attuale
Dell'orientamento di Dehon, che mostra di aver assorbito
inconsapevolmente alcuni parametri antisemiti nel tradizionale
impianto antigiudaico, sono indicative alcune sue scelte
specifiche. Come quella sul battesimo forzato ai bambini ebrei. In
una delle sue conferenze romane, pochi decenni dopo i casi Mortara
e Coen scrive: «i bambini ebrei non devono essere costretti
al battesimo; ciò sarebbe contrario alla giustizia
naturale». O nel caso dell'acceso conflitto sull'ufficiale
ebreo Dreyfus, condannato in Francia per accuse di spionaggio, il
cui procedimento viene, poco dopo, riaperto. Dehon interviene molto
poco e si limita a scrivere: «La maggioranza dei cattolici
segue questo caso con quella attenzione superficiale che si presta
agli affari giudiziari» concludendo: «Che gli
interessati facciano rivedere il processo da un tribunale
competente, e i cattolici accetteranno la revisione come hanno
accettato la condanna». O ancora nel caso della censura
del Vaticano all'Action française. Nel rapporto che come
consultore rimette a quella che allora era la Congregazione
dell'Indice (1913), fra i vari motivi a favore di una condanna
ricorda anche l'antisemitismo radicale dell'associazione di estrema
destra cattolica che arriva a reclamare una «notte di San
Bartolomeo giudaica e massonica», commentando ironicamente
la «bella compagnia» che quella richiesta
prefigurava.
L'attuale sensibilità della Chiesa sviluppata dopo il
Vaticano II sui problemi connessi all'antigiudaismo della sua
tradizione, come la franca richiesta di perdono espressa da
Giovanni Paolo II nel giubileo del 2000 («Noi siamo
profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso
della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti
perdono vogliamo impegnarci in una autentica fraternità con il
popolo dell'alleanza»), sono pienamente condivise dalla
congregazione dehoniana che nel corso di oltre un secolo di
attività non ha dato spazio a posizioni antisemite e, con il
Vaticano II, si è impegnata nella recezione e valorizzazione
della dichiarazione Nostra aetate e del dialogo con gli
ebrei. Come ha notato il superiore generale, p. J. Ornelas
Carvalho, «nella congregazione sempre abbiamo letto questi
testi nel contesto e alla luce dello scopo con cui sono stati
pronunciati. Non nascondiamo il loro contenuto negativo, limitato e
deplorevole, soprattutto alla luce dei tragici eventi della storia
del secolo scorso, della vita e riflessione della Chiesa e del
desiderato dialogo tra le culture e le religioni».
Coerentemente la congregazione «attende con serenità
lo svolgimento dell'esame in corso», con quella
disponibilità e quell'abbandono nelle mani di Dio che furono
del suo fondatore.
L. Pr.
1Per indicare l'ostilità verso gli
ebrei si fa ricorso a tre parole diverse: antiebraismo,
antigiudaismo, antisemitismo. Antiebraismo ha un significato molto
esteso e sfumato e conseguentemente viene usato meno in discussioni
tecniche. Antisemitismo ha invece una precisa connotazione di tipo
razziale ed è esploso nel totalitarismo nazista. Antigiudaismo
indica un'opposizione nei confronti degli ebrei sostenuta da
un'ideologia religiosa e diretta in particolar modo contro la forma
assunta dall'ebraismo in epoca postbiblica. In particolare il ruolo
attribuito all'accusa mossa agli ebrei di non aver riconosciuto in
Gesù il Messia d'Israele ha favorito il passaggio verso forme
di antigiudaismo, radicate anche in ambito popolare, che
individuano negli ebrei anzitutto gli uccisori di Gesù. Le
differenze concettuali e di principio non si oppongono a parziali
sovrapposizioni nella pratica e a indubbie influenze reciproche tra
i vari modelli.
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