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Il testo č visibile a tuttiDehon e gli ebrei: liberalismo, cattolicesimo e antisemitismo

Tipo di contributo: Articolo
Autore: L. Prezzi, P. Stefani
Titolo: Dehon e gli ebrei: liberalismo, cattolicesimo e antisemitismo
Tema: Ebrei, Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area: EUROPA
Nazione: Francia
Riferimento: Regno-att. n.16, 2005, p.515

Miccoli, Menozzi, Luzzatto Voghera: forum sull'Europa di fine Ottocento

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DEHON E GLI EBREI

Miccoli, Menozzi, Luzzatto Voghera: forum sull'Europa di fine Ottocento

Liberalismo,
cattolicesimo e antisemitismo

Il sospetto di antisemitismo nei confronti di alcuni scritti di p. Leone Dehon, con la temporanea sospensione della cerimonia di beatificazione (cf. Regno-att. 12,2005,370), suggerisce l'attenzione alle attuali posizioni della Chiesa sull'ebraismo e uno scavo più rigoroso sul tema dell'antisemitismo nel cattolicesimo dell'Ottocento.

Nel recente viaggio a Colonia in occasione della XX Giornata mondiale della gioventù (18-21.8.2005; cf. Regno-doc. 15,2005,393ss), Benedetto XVI ha incontrato le comunità ebraiche nella sinagoga della città. Ha confermato l'insegnamento della dichiarazione conciliare Nostra aetate e il giudizio del suo predecessore sul mysterium iniquitatis della Shoah, ha denunciato i nuovi segni dell'antisemitismo e incoraggiato una rinnovata valutazione teologica del rapporto fra ebraismo e cristianesimo. Durante la veglia a Marienfeld con i giovani il papa ha voluto indicare nei santi i veri riformatori ecclesiali e sociali, accennando anche ai «fondatori degli ordini religiosi dell'Ottocento che hanno animato e orientato il movimento sociale» (cf. in questo numero a p. 507).

Per lo scavo storico abbiamo raccolto quattro voci autorevoli: tre, in forma di forum, sul versante della ricerca (Giovanni Miccoli, dell'Università di Trieste; Daniele Menozzi, ordinario di storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa, Gadi Luzzatto Voghera, dell'Università di Padova e di Boston), e la quarta (nel riquadro a p. 518) sul versante della rappresentatività istituzionale (Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia).

L'antisemitismo,
strumento di mobilitazione

- Quali sono i protagonisti e le tendenze principali dell'antisemitismo francese ed europeo della fine dell'Ottocento?

Miccoli: «Detto molto schematicamente, credo che il principale aspetto che va rilevato al riguardo sia il fatto che gli ebrei costituiscono negli ultimi decenni dell'Ottocento un bersaglio privilegiato delle forze che, pur da sponde e con orientamenti diversi, sono avverse al sistema politico e sociale variamente governato da principi liberali. Oltre ai movimenti cattolici, ispirati in genere all'intransigentismo, la polemica contro gli ebrei anima la tradizione e i movimenti socialisti, che vedono in essi il simbolo del capitalismo trionfante, così come aspramente avversi agli ebrei sono i gruppi reazionari e conservatori, nonché quelli di tendenza nazionalistica, che nella nuova condizione derivata agli ebrei dalla "rivoluzione" individuano la sovversione e la smentita di tutti i valori della tradizione e una minaccia per l'unità della nazione.

Questo largo spettro di posizioni offerto dall'antisemitismo politico si spiega anche con la persuasione che il deposito di pregiudizi e di ostilità antiebraica presente in vasti strati sociali permetteva di fare della lotta contro gli ebrei un facile strumento di propaganda e di mobilitazione. I socialisti abbandoneranno generalmente alla fine del secolo tali posizioni, sulla base della considerazione che l'antisemitismo politico, nel quale i cattolici figuravano come protagonisti, metteva in discussione e minava quel sistema delle libertà moderne, essenziale per lo sviluppo stesso del movimento operaio, mentre i giudizi largamente comuni sul ruolo degli ebrei nella "rivoluzione" determineranno saldature e alleanze tra i movimenti cattolici e i gruppi conservatori e nazionalisti. È quindi in questi molteplici ambienti, operanti spesso con orientamenti generali e prospettive diversi, che vanno cercati e individuati i protagonisti dell'antisemitismo di fine Ottocento. Impossibile dunque in questa sede offrirne un elenco esaustivo.

Va tuttavia ricordato che la varietà di posizioni nazionali non deve impedire di vedere i collegamenti, gli scambi, i reciproci intrecci che fanno dell'antisemitismo un fenomeno europeo e internazionale. E ciò vale in quel periodo soprattutto per i partiti, i movimenti e la stampa cattolica, che presenta su tale questione posizioni unitarie. L'Italia, per il "Non expedit", non conosce un partito cattolico e non vede il cattolicesimo organizzato partecipare alle elezioni politiche. Ma ciò non toglie che anche la stampa cattolica italiana, come quella francese, austriaca, ungherese, polacca, tedesca (al di là di scontate differenze e sfumature dovute alle situazioni locali), sia largamente impegnata nella polemica contro gli ebrei: un aspetto questo lungamente ignorato dalla storiografia sulla Chiesa e il movimento cattolico italiani».

Luzzatto Voghera: «Effettivamente è difficile anche solo abbozzare una risposta. All'argomento sono stati dedicati numerosi volumi e studi approfonditi, proprio perché l'antisemitismo in Francia a fine Ottocento non era un'opinione marginale, ma un movimento articolato che interagiva di continuo con le vicende politiche della Terza repubblica e con l'intera società francese. Fare il nome di Edouard Drumont, ideatore del giornale La libre parole, senza fare quelli di Maurras, Deroulède, ma anche di Boulanger o di Guérin (creatore della Ligue antisémitique française) non ha senso ma nello stesso tempo non è sufficiente. Centinaia, forse migliaia di politici, giornalisti, intellettuali (una figura che nasce e si struttura in quell'epoca) prendono parte alle polemiche antiebraiche. Un'intera società impegnata nell'utilizzo o nella contestazione di un linguaggio che era comunque al centro della vita della società francese. Può aiutare molto il lettore andare a consultare gli atti di un ottimo seminario organizzato poco tempo fa a Roma dall'École française: "Les racines chrétiennes de l'antisémitisme politique(fin XIXe-XXe siècle)" (Roma 2003)».

- Antiebraismo, antigiudaismo, antisemitismo: quali sono le differenze in questo contesto?

Miccoli: «Mi sembra molto difficile parlare di differenze, percepite chiaramente come tali, tra antigiudaismo, antiebraismo e antisemitismo nella Francia degli ultimi decenni dell'Ottocento. Aggiungerei che in linea generale nello stesso dibattito europeo tali differenze restano malamente definite e definibili. Direi piuttosto che nel contesto dei movimenti cattolici, che largamente, in quegli ultimi decenni del secolo, fanno della lotta alla presenza e all'influenza sociale degli ebrei la loro impresa (le circostanze che innestano la lotta possono essere diverse, ma comuni sono l'ispirazione e le motivazioni), si tende a distinguere all'interno dell'antisemitismo tra un antisemitismo di ispirazione razziale, che combatte cioè gli ebrei in quanto ebrei, e un antisemitismo, che è quello dei cattolici, che li combatte "per il male che fanno". Ampiamente riproposti e riveicolati in tale lotta erano i temi e le accuse con cui la tradizione cristiana aveva bollato gli ebrei, ma l'elemento nuovo, largamente comune e diffuso, è costituito dal fatto che tali accuse e tali temi acquistano una dimensione politica, diventano strumenti di mobilitazione di massa.

I due versanti in effetti non risultano distinti, se non ad opera di minoranze poco ascoltate. Non è del resto un caso che in quei decenni i termini "antisemitismo" e "antisemita" siano di uso corrente all'interno del mondo cattolico, sia nella stampa sia nelle corrispondenze e nelle discussioni riservate. Non mancano di tanto in tanto affermazioni che negano che i movimenti cattolici siano antisemiti: con ciò s'intendeva negare appunto che la loro lotta fosse contro gli ebrei in quanto ebrei e non, come si diceva, per la necessità di difesa. Allo stesso modo le affermazioni che i cattolici non odiano gli ebrei, o la riprovazione dell'odio per gli ebrei, non significano altro se non che la lotta contro di essi non è ispirata dall'odio, né, com'è del tutto ovvio per un cattolico, deve essere ispirata dall'odio, ma appunto da una mera necessità di difesa soltanto. "Bisogna difendersi" è la parola d'ordine dominante il discorso politico dei cattolici sugli ebrei, un discorso che accomuna generalmente, pur con varietà di sfumature e di accenti, tutte le diverse anime e i diversi orientamenti del cattolicesimo politico. Né d'altra parte si esita, nelle corrispondenze interne tra le nunziature e la Segreteria di stato vaticana, a usare il temine "antisemiti" per definire orientamenti e componenti che appartengono a pieno titolo al movimento cattolico. Quantomeno a partire dagli anni novanta dell'Ottocento, del resto, non vi è dubbio che sia il papa sia la Segreteria di stato, dopo alcune esitazioni, abbiano dato via libera e indiretta approvazione e sostegno alle agitazioni antisemite promosse da partiti e movimenti cattolici (soprattutto in Austria-Ungheria e in Francia), e abbiano considerato l'antisemitismo un utile strumento per riguadagnare consensi tra le masse popolari che si erano allontanate dalla Chiesa».

E poi l'antisemitismo razzistico, spesso ferocemente anticristiano

«Da questo punto di vista forte è l'iniziale fiducia di poter egemonizzare l'intero fronte antisemita, proprio richiamandosi al fatto che "da sempre" la Chiesa ha avvertito e denunciato la pericolosità degli ebrei, e perciò - nonostante alcune significative voci in contrario presenti sia nell'episcopato sia in alcuni ordini religiosi, restii d'altra parte ad accettare la prospettiva di fare dell'antico discorso teologico sugli ebrei un'arma di lotta politica - si tende a mettere la sordina sulle accentuazioni razzistiche che ne caratterizzano alcune componenti. L'antisemitismo cattolico si presenta insomma come uno strumento di mobilitazione e di più facile consenso, volto a combattere i propri nemici e in primo luogo le "libertà moderne". Non è un caso che la risposta agli attacchi della massoneria implichi da parte cattolica l'accusa che essa è stata fondata dagli ebrei ed è strumento degli ebrei.

Penso si possa dire in sostanza che da parte del cattolicesimo politico si tende a far leva sull'ostilità e i pregiudizi antiebraici da tempo depositati nella memoria collettiva per condurre in primo luogo le proprie battaglie contro la modernità e il sistema liberale e dello stato liberale, di cui gli ebrei, in particolare da un certo momento in poi, erano e si sentivano largamente alfieri e protagonisti. La tradizione antica, che affermava la riprovazione divina degli ebrei per il loro rifiuto del Cristo, trasmette alla polemica antisemita dei cattolici condotta sul terreno politico e sociale un'ottica globalizzante, che considera gli ebrei e le loro opere un tutto unico da combattere. La singolarizzazione dell'obiettivo ("Le juif, voilà l'ennemi") accentua tale aspetto: parlare dell'"ebreo" infatti intende esprimere e manifestare il fatto che sono di tutti gli ebrei quelle qualità negative che costringono a combatterli.

Non si può non aggiungere che elementi razzistici s'insinuano nella stessa polemica cattolica contro gli ebrei, sulla base della considerazione che il loro rifiuto del Cristo ha intaccato la loro qualità morale: sono dunque elementi razzistici che trovano però la loro radice nella storia e non nella natura, e restano perciò suscettibili di riscatto grazie all'eventuale conversione degli ebrei al cristianesimo. Sul piano pratico, operativo, peraltro, gli incontri e le sovrapposizioni fra i "due antisemitismi" sono allora abituali.

Per concludere penso si debba rilevare il fatto che le distinzioni anche terminologiche tra antigiudaismo, antiebraismo e antisemitismo si affermano solo in decenni successivi, quando l'emergere - nel corso degli anni venti del Novecento e soprattutto degli anni trenta - di un antisemitismo razzistico che, come quello völkisch e nazista, era spesso anche ferocemente anticristiano, fa nascere l'esigenza di distinguere e di distinguersi, esentando nello stesso tempo la propria tradizione dalla responsabilità di questo "nuovo antisemitismo". Ciò risulta particolarmente evidente dopo la Shoah. Ma non è un caso che ancora negli anni trenta studiosi e testi autorevoli continuino a scrivere di un antisemitismo "permesso", o addirittura "dovere di coscienza di ogni cristiano consapevole", che appunto combatte gli ebrei per il male che fanno, e un antisemitismo razzistico, vietato invece ai cattolici».

Luzzatto Voghera: «Anche per me è necessario innanzitutto chiarire che una simile differenziazione nel contesto della Francia di fine Ottocento non era percepita nei termini in cui noi oggi la definiamo. Detto questo, è chiaro che sul finire del secolo l'ostilità antiebraica comunque la vogliamo definire oggi costituiva a tutti gli effetti un linguaggio politico a cui facevano riferimento in molti. La destra ultraconservatrice, così come il sindacalismo rivoluzionario, non disdegnavano di utilizzare i facili schemi dell'antisemitismo (ebrei ricchi, ebrei impegnati in un complotto antifrancese, ebrei alla conquista del mondo ecc.) per acquisire consensi nella società transalpina.

In questo contesto gli ambienti dell'intransigentismo cattolico, ma più in generale praticamente tutta la Chiesa in Francia come nel resto del mondo - fatte salve singole figure di cosiddetti cattolici liberali - utilizzava il medesimo linguaggio sposandolo con il tradizionale antigiudaismo religioso. Sulle riviste cattoliche, nelle pubblicazioni, ma anche nelle corrispondenze private o in altra documentazione disponibile l'immagine dell'ebreo è quella propria del classico antigiudaismo. L'ebreo è il "deicida", l'ebraismo "mondiale" parteciperebbe in varie forme al complotto della modernità contro la Chiesa e quindi dovrebbe essere limitato nei suoi diritti di cittadinanza. Spesso l'antigiudaismo cattolico e l'antisemitismo che oggi chiamiamo "politico" si trovano a combattere le medesime battaglie; alcune sono di poco conto e si sviluppano in ambito locale. Altre, dallo scandalo di Panama all'affaire Dreyfus, acquistano ampio risalto internazionale fino a divenire veri e propri spartiacque della storia europea».

- Come si potrebbe collocare p. Dehon nella linea fra antigiudaismo ecclesiale e antisemitismo razziale?

Menozzi: «Non è collocabile. In effetti la distinzione tra antigiudaismo religioso e antisemitismo razziale è nata recentemente e si è sviluppata in connessione con le richieste di perdono per il giubileo del 2000. Tale articolazione serve per dar conto delle attuali posizioni della Chiesa, ma risulta del tutto anacronistica per capire l'epoca in cui visse il p. Dehon, le sue effettive posizioni, le concezioni allora comunemente condivise dal mondo cattolico. Non a caso in quel periodo la cultura cattolica usa normalmente (e lo userà ancora per decenni) il termine "antisemitismo" per definire il proprio atteggiamento verso gli ebrei. Insomma nell'arco cronologico della vita del p. Dehon l'intreccio tra i vari elementi di cui s'impasta l'avversione della Chiesa agli ebrei - e, per quel che qui interessa, quello religioso e quello razziale - è inestricabile. Ovviamente questo non vale solo per il p. Dehon, ma anche per l'autorità ecclesiastica, perfino per il suo vertice, il papato (in primo luogo per papi che sono già stati beatificati, come Pio IX)».

- Perché l'ala sociale della Chiesa francese dell'Ottocento, gli «abbés démocrates», intercettano più di altri gli umori antiebraici?

Menozzi: «Ciò che caratterizza gli "abbés démocrates" è il tentativo di portare l'impegno sociale dei cattolici, scaturito dalla Rerum novarum, sul terreno politico. Vogliono partecipare, secondo l'invito espresso da Leone XIII nell'enciclica Aux milieu des sollicitudes, alla vita politica della Repubblica francese, costruendo un partito capace di correggere l'anticlericalismo della maggioranza radicale e possibilmente in grado di uniformare alla dottrina cristiana gli indirizzi del governo. L'antisemitismo - giocato in primo luogo sul "pericolo" costituito dagli ebrei per il controllo di alcuni snodi essenziali della vita collettiva, come il giornalismo, la finanza ecc. - diventava un facile e importante canale propagandistico: lo si giudicava capace di mediare quei consensi - in particolare quei consensi "cattolici" che si sapeva non essere automaticamente disponibili per un partito democratico-cristiano, vista la corposa presenza tra i fedeli di un orientamento favorevole al legittimismo monarchico - di cui si riteneva di aver bisogno per dare sbocco concreto alla prospettiva di incidere sulla politica della repubblica».

Non giudicare
l'ieri con l'oggi

- Vi è un rapporto ispirativo fra antigiudaismo e spiritualità della vita cristiana e della vita religiosa nella Francia di fine Ottocento?

Luzzatto Voghera: «Io sono convinto che esista un forte radicamento dell'antigiudaismo nella tradizione religiosa cristiana di fine Ottocento. Voglio dire che cercheremmo invano (e compiremmo un'azione anacronistica) nella Chiesa di allora un'immagine dell'ebreo che si differenziasse in maniera significativa da quella classica dell'ebreo che non ha visto, non ha riconosciuto il Messia giunto sulla terra per redimere l'umanità e che ha anzi insistito in maniera dolosa e pervicace in tale errore. La polemica c'è ed è esplicita perfino nella liturgia (i famosi "perfidi giudei", definizione abolita solo con Giovanni XXIII), sicché trovo difficile che nella comunità cristiana si adottassero linguaggi diversi se riferiti agli ebrei.

È chiaro a tutti, oggi come allora, che l'antisemitismo (o l'antigiudaismo) adottava modelli insensati a cui anche nel mondo cristiano si stentava a credere: penso ad accuse come l'omicidio rituale, ad esempio. Tuttavia anche eccessi come questo erano resi credibili da una continua e martellante polemica utilizzata in tutti gli ambiti possibili, che creava nell'immaginario del fedele una figura, un'icona dell'ebreo caricata di tutte le possibili negatività e sempre più distante dagli ebrei "reali", quelli che si potevano incontrare nella vita quotidiana ma che la maggior parte dei fedeli non incontrava mai perché gli ebrei erano pochi e generalmente concentrati nelle città.

Era necessario tutto questo? Cioè, l'insegnamento cristiano, la spiritualità religiosa, aveva bisogno dell'ebreo "negativo" per affermarsi? Non so. Tuttavia è chiaro che lo strumento venne ampiamente utilizzato dalle gerarchie a tutti i livelli, e non solo a fine Ottocento in Francia».

Miccoli: «Se per antigiudaismo s'intende l'antico discorso teologico e pastorale sugli ebrei, esso sembrerebbe pienamente presente nella cultura e nella vita religiosa del popolo cristiano, configurandosi peraltro come decisivo supporto e serbatoio di argomenti e motivazioni per l'azione politica contro gli ebrei dei movimenti cattolici, che individuano come loro principale bersaglio gli esiti dell'emancipazione, vista come tentativo di smentire quella condanna divina che aveva costretto gli ebrei a vivere dispersi e sottomessi nelle nazioni cristiane. I due aspetti insomma appaiono strettamente intrecciati.

Come ho già rilevato, vi sono membri dell'episcopato ed esponenti di ordini religiosi che si mostrano restii a tradurre sul piano politico i temi pastorali e le argomentazioni teologiche del passato. Le congregazioni e le associazioni religiose che tra Otto e Novecento si propongono di pregare per la "conversione" degli ebrei tendono (pur con non pochi distinguo) a individuare nell'antisemitismo diffuso tra i cattolici un ostacolo a tale prospettiva, e offrono perciò, almeno alcune di esse, di quegli antichi temi una lettura che spinge in una direzione che non è di polemica e di lotta contro gli ebrei del presente. Sono aspetti tuttavia che attendono ancora di essere meglio approfonditi dalla ricerca.

Ma non erano certo questi, allora, gli orientamenti e le posizioni vincenti o dominanti nel mondo cattolico organizzato. Un esempio eloquente, ma tutt'altro che isolato, dell'impasto religioso-politico che caratterizza il discorso sugli ebrei presente nella cultura cattolica di fine Ottocento è offerto dalla conferenza su "Le judaïsme, le capitalisme et l'usure", tenuta a Roma dal padre Dehon l'11 febbraio 1897.

Con una folta messe di citazioni veterotestamentarie egli ricorda a lungo il passato glorioso del popolo già amato da Dio ("Dieu lui-même ne les a rejeté qu'avec tristesse et compassion"); da esso vengono Gesù, Maria, gli apostoli; ricorda Paolo e l'epistola ai Romani, la sua certezza che gli ebrei restano cari a Dio, la previsione e l'attesa del loro "ritorno"; né si nasconde che la condizione cui sono stati ridotti per secoli spiega almeno in parte "l'abiezione atavica che hanno contratto". Ma ripercorrendo la storia dell'atteggiamento dei papi e della Chiesa verso gli ebrei ripropone tutte le accuse del passato nei loro confronti, così come fa degli ebrei del presente i principali protagonisti della lotta contro la Santa Sede e i cattolici, in vista di fondare a Roma il loro dominio sul mondo».

- I criteri e le sensibilità attuali sulla questione quanto illuminano e quanto confondono nel giudizio storico?

Menozzi: «Se Jacques Maritain in Cristianesimo e democrazia (1943) poteva ancora scrivere a proposito dello sterminio nazista degli ebrei che sarebbe "per l'anima uno scandalo intollerabile, se non vedessimo in esso un riecheggiamento terribile delle promesse del loro Dio" (Milano 1950, 32), possiamo cogliere facilmente il passo che la cultura cattolica ha compiuto a partire dai dibattiti aperti con l'approvazione del documento del Vaticano II sulle religioni non cristiane Nostra aetate (1965) per giungere al più recente documento Noi ricordiamo (1997).

Tuttavia si può discutere se tali passi siano sufficienti - e a mio giudizio ancora sono ben lungi dall'esserlo - per guardare al rapporto tra ebrei e cristiani con una lucida consapevolezza di ciò che è effettivamente accaduto nel passato. Proprio i limiti, le incertezze e gli equivoci che affiorano in Noi ricordiamo fanno temere che l'assunzione come metro di giudizio storico dei criteri oggi prevalenti nelle sedi decisionali della Chiesa possa ingenerare solo fraintendimenti».

a cura di
Lorenzo Prezzi,

Piero Stefani

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