Invia un commento su questo articolo
DEHON E GLI EBREI
Miccoli, Menozzi, Luzzatto Voghera: forum
sull'Europa di fine Ottocento
Liberalismo,
cattolicesimo e antisemitismo
Il sospetto di antisemitismo nei confronti di alcuni
scritti di p. Leone Dehon, con la temporanea sospensione della
cerimonia di beatificazione (cf. Regno-att. 12,2005,370),
suggerisce l'attenzione alle attuali posizioni della Chiesa
sull'ebraismo e uno scavo più rigoroso sul tema
dell'antisemitismo nel cattolicesimo dell'Ottocento.
Nel recente viaggio a Colonia in occasione della XX
Giornata mondiale della gioventù (18-21.8.2005; cf.
Regno-doc. 15,2005,393ss), Benedetto XVI ha incontrato le
comunità ebraiche nella sinagoga della città. Ha
confermato l'insegnamento della dichiarazione conciliare Nostra
aetate e il giudizio del suo predecessore sul mysterium
iniquitatis della Shoah, ha denunciato i nuovi segni
dell'antisemitismo e incoraggiato una rinnovata valutazione
teologica del rapporto fra ebraismo e cristianesimo. Durante la
veglia a Marienfeld con i giovani il papa ha voluto indicare nei
santi i veri riformatori ecclesiali e sociali, accennando anche ai
«fondatori degli ordini religiosi dell'Ottocento che hanno
animato e orientato il movimento sociale» (cf. in
questo numero a p. 507).
Per lo scavo storico abbiamo raccolto quattro voci
autorevoli: tre, in forma di forum, sul versante della
ricerca (Giovanni Miccoli, dell'Università di Trieste; Daniele
Menozzi, ordinario di storia contemporanea alla Scuola normale
superiore di Pisa, Gadi Luzzatto Voghera, dell'Università di
Padova e di Boston), e la quarta (nel riquadro a p. 518) sul
versante della rappresentatività istituzionale (Amos Luzzatto,
presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia).
L'antisemitismo,
strumento di mobilitazione
- Quali sono i protagonisti e le tendenze principali
dell'antisemitismo francese ed europeo della fine
dell'Ottocento?
Miccoli: «Detto molto schematicamente,
credo che il principale aspetto che va rilevato al riguardo sia il
fatto che gli ebrei costituiscono negli ultimi decenni
dell'Ottocento un bersaglio privilegiato delle forze che, pur da
sponde e con orientamenti diversi, sono avverse al sistema politico
e sociale variamente governato da principi liberali. Oltre ai
movimenti cattolici, ispirati in genere all'intransigentismo, la
polemica contro gli ebrei anima la tradizione e i movimenti
socialisti, che vedono in essi il simbolo del capitalismo
trionfante, così come aspramente avversi agli ebrei sono i
gruppi reazionari e conservatori, nonché quelli di tendenza
nazionalistica, che nella nuova condizione derivata agli ebrei
dalla "rivoluzione" individuano la sovversione e la smentita di
tutti i valori della tradizione e una minaccia per l'unità
della nazione.
Questo largo spettro di posizioni offerto
dall'antisemitismo politico si spiega anche con la persuasione che
il deposito di pregiudizi e di ostilità antiebraica presente
in vasti strati sociali permetteva di fare della lotta contro gli
ebrei un facile strumento di propaganda e di mobilitazione. I
socialisti abbandoneranno generalmente alla fine del secolo tali
posizioni, sulla base della considerazione che l'antisemitismo
politico, nel quale i cattolici figuravano come protagonisti,
metteva in discussione e minava quel sistema delle libertà
moderne, essenziale per lo sviluppo stesso del movimento operaio,
mentre i giudizi largamente comuni sul ruolo degli ebrei nella
"rivoluzione" determineranno saldature e alleanze tra i movimenti
cattolici e i gruppi conservatori e nazionalisti. È quindi in
questi molteplici ambienti, operanti spesso con orientamenti
generali e prospettive diversi, che vanno cercati e individuati i
protagonisti dell'antisemitismo di fine Ottocento. Impossibile
dunque in questa sede offrirne un elenco esaustivo.
Va tuttavia ricordato che la varietà di
posizioni nazionali non deve impedire di vedere i collegamenti, gli
scambi, i reciproci intrecci che fanno dell'antisemitismo un
fenomeno europeo e internazionale. E ciò vale in quel periodo
soprattutto per i partiti, i movimenti e la stampa cattolica, che
presenta su tale questione posizioni unitarie. L'Italia, per il
"Non expedit", non conosce un partito cattolico e non vede il
cattolicesimo organizzato partecipare alle elezioni politiche. Ma
ciò non toglie che anche la stampa cattolica italiana, come
quella francese, austriaca, ungherese, polacca, tedesca (al di
là di scontate differenze e sfumature dovute alle situazioni
locali), sia largamente impegnata nella polemica contro gli ebrei:
un aspetto questo lungamente ignorato dalla storiografia sulla
Chiesa e il movimento cattolico italiani».
Luzzatto Voghera: «Effettivamente
è difficile anche solo abbozzare una risposta. All'argomento
sono stati dedicati numerosi volumi e studi approfonditi, proprio
perché l'antisemitismo in Francia a fine Ottocento non era
un'opinione marginale, ma un movimento articolato che interagiva di
continuo con le vicende politiche della Terza repubblica e con
l'intera società francese. Fare il nome di Edouard Drumont,
ideatore del giornale La libre parole, senza fare quelli di
Maurras, Deroulède, ma anche di Boulanger o di Guérin
(creatore della Ligue antisémitique française) non ha
senso ma nello stesso tempo non è sufficiente. Centinaia,
forse migliaia di politici, giornalisti, intellettuali (una figura
che nasce e si struttura in quell'epoca) prendono parte alle
polemiche antiebraiche. Un'intera società impegnata
nell'utilizzo o nella contestazione di un linguaggio che era
comunque al centro della vita della società francese. Può
aiutare molto il lettore andare a consultare gli atti di un ottimo
seminario organizzato poco tempo fa a Roma dall'École
française: "Les racines chrétiennes de
l'antisémitisme politique(fin XIXe-XXe
siècle)" (Roma 2003)».
- Antiebraismo, antigiudaismo, antisemitismo: quali
sono le differenze in questo contesto?
Miccoli: «Mi sembra molto difficile
parlare di differenze, percepite chiaramente come tali, tra
antigiudaismo, antiebraismo e antisemitismo nella Francia degli
ultimi decenni dell'Ottocento. Aggiungerei che in linea generale
nello stesso dibattito europeo tali differenze restano malamente
definite e definibili. Direi piuttosto che nel contesto dei
movimenti cattolici, che largamente, in quegli ultimi decenni del
secolo, fanno della lotta alla presenza e all'influenza sociale
degli ebrei la loro impresa (le circostanze che innestano la lotta
possono essere diverse, ma comuni sono l'ispirazione e le
motivazioni), si tende a distinguere all'interno dell'antisemitismo
tra un antisemitismo di ispirazione razziale, che combatte
cioè gli ebrei in quanto ebrei, e un antisemitismo, che è
quello dei cattolici, che li combatte "per il male che fanno".
Ampiamente riproposti e riveicolati in tale lotta erano i temi e le
accuse con cui la tradizione cristiana aveva bollato gli ebrei, ma
l'elemento nuovo, largamente comune e diffuso, è costituito
dal fatto che tali accuse e tali temi acquistano una dimensione
politica, diventano strumenti di mobilitazione di massa.
I due versanti in effetti non risultano distinti, se
non ad opera di minoranze poco ascoltate. Non è del resto un
caso che in quei decenni i termini "antisemitismo" e "antisemita"
siano di uso corrente all'interno del mondo cattolico, sia nella
stampa sia nelle corrispondenze e nelle discussioni riservate. Non
mancano di tanto in tanto affermazioni che negano che i movimenti
cattolici siano antisemiti: con ciò s'intendeva negare appunto
che la loro lotta fosse contro gli ebrei in quanto ebrei e non,
come si diceva, per la necessità di difesa. Allo stesso modo
le affermazioni che i cattolici non odiano gli ebrei, o la
riprovazione dell'odio per gli ebrei, non significano altro se non
che la lotta contro di essi non è ispirata dall'odio, né,
com'è del tutto ovvio per un cattolico, deve essere ispirata
dall'odio, ma appunto da una mera necessità di difesa
soltanto. "Bisogna difendersi" è la parola d'ordine dominante
il discorso politico dei cattolici sugli ebrei, un discorso che
accomuna generalmente, pur con varietà di sfumature e di
accenti, tutte le diverse anime e i diversi orientamenti del
cattolicesimo politico. Né d'altra parte si esita, nelle
corrispondenze interne tra le nunziature e la Segreteria di stato
vaticana, a usare il temine "antisemiti" per definire orientamenti
e componenti che appartengono a pieno titolo al movimento
cattolico. Quantomeno a partire dagli anni novanta dell'Ottocento,
del resto, non vi è dubbio che sia il papa sia la Segreteria
di stato, dopo alcune esitazioni, abbiano dato via libera e
indiretta approvazione e sostegno alle agitazioni antisemite
promosse da partiti e movimenti cattolici (soprattutto in
Austria-Ungheria e in Francia), e abbiano considerato
l'antisemitismo un utile strumento per riguadagnare consensi tra le
masse popolari che si erano allontanate dalla Chiesa».
E poi l'antisemitismo razzistico, spesso ferocemente
anticristiano
«Da questo punto di vista forte è
l'iniziale fiducia di poter egemonizzare l'intero fronte
antisemita, proprio richiamandosi al fatto che "da sempre" la
Chiesa ha avvertito e denunciato la pericolosità degli ebrei,
e perciò - nonostante alcune significative voci in contrario
presenti sia nell'episcopato sia in alcuni ordini religiosi, restii
d'altra parte ad accettare la prospettiva di fare dell'antico
discorso teologico sugli ebrei un'arma di lotta politica - si tende
a mettere la sordina sulle accentuazioni razzistiche che ne
caratterizzano alcune componenti. L'antisemitismo cattolico si
presenta insomma come uno strumento di mobilitazione e di più
facile consenso, volto a combattere i propri nemici e in primo
luogo le "libertà moderne". Non è un caso che la risposta
agli attacchi della massoneria implichi da parte cattolica l'accusa
che essa è stata fondata dagli ebrei ed è strumento degli
ebrei.
Penso si possa dire in sostanza che da parte del
cattolicesimo politico si tende a far leva sull'ostilità e i
pregiudizi antiebraici da tempo depositati nella memoria collettiva
per condurre in primo luogo le proprie battaglie contro la
modernità e il sistema liberale e dello stato liberale, di cui
gli ebrei, in particolare da un certo momento in poi, erano e si
sentivano largamente alfieri e protagonisti. La tradizione antica,
che affermava la riprovazione divina degli ebrei per il loro
rifiuto del Cristo, trasmette alla polemica antisemita dei
cattolici condotta sul terreno politico e sociale un'ottica
globalizzante, che considera gli ebrei e le loro opere un tutto
unico da combattere. La singolarizzazione dell'obiettivo ("Le
juif, voilà l'ennemi") accentua tale aspetto: parlare
dell'"ebreo" infatti intende esprimere e manifestare il fatto che
sono di tutti gli ebrei quelle qualità negative che
costringono a combatterli.
Non si può non aggiungere che elementi
razzistici s'insinuano nella stessa polemica cattolica contro gli
ebrei, sulla base della considerazione che il loro rifiuto del
Cristo ha intaccato la loro qualità morale: sono dunque
elementi razzistici che trovano però la loro radice nella
storia e non nella natura, e restano perciò suscettibili di
riscatto grazie all'eventuale conversione degli ebrei al
cristianesimo. Sul piano pratico, operativo, peraltro, gli incontri
e le sovrapposizioni fra i "due antisemitismi" sono allora
abituali.
Per concludere penso si debba rilevare il fatto
che le distinzioni anche terminologiche tra antigiudaismo,
antiebraismo e antisemitismo si affermano solo in decenni
successivi, quando l'emergere - nel corso degli anni venti del
Novecento e soprattutto degli anni trenta - di un antisemitismo
razzistico che, come quello völkisch e nazista, era
spesso anche ferocemente anticristiano, fa nascere l'esigenza di
distinguere e di distinguersi, esentando nello stesso tempo la
propria tradizione dalla responsabilità di questo "nuovo
antisemitismo". Ciò risulta particolarmente evidente dopo
la Shoah. Ma non è un caso che ancora negli anni trenta
studiosi e testi autorevoli continuino a scrivere di un
antisemitismo "permesso", o addirittura "dovere di coscienza di
ogni cristiano consapevole", che appunto combatte gli ebrei per il
male che fanno, e un antisemitismo razzistico, vietato invece ai
cattolici».
Luzzatto Voghera: «Anche per me è
necessario innanzitutto chiarire che una simile differenziazione
nel contesto della Francia di fine Ottocento non era percepita nei
termini in cui noi oggi la definiamo. Detto questo, è chiaro
che sul finire del secolo l'ostilità antiebraica comunque la
vogliamo definire oggi costituiva a tutti gli effetti un linguaggio
politico a cui facevano riferimento in molti. La destra
ultraconservatrice, così come il sindacalismo rivoluzionario,
non disdegnavano di utilizzare i facili schemi dell'antisemitismo
(ebrei ricchi, ebrei impegnati in un complotto antifrancese, ebrei
alla conquista del mondo ecc.) per acquisire consensi nella
società transalpina.
In questo contesto gli ambienti
dell'intransigentismo cattolico, ma più in generale
praticamente tutta la Chiesa in Francia come nel resto del mondo -
fatte salve singole figure di cosiddetti cattolici liberali -
utilizzava il medesimo linguaggio sposandolo con il tradizionale
antigiudaismo religioso. Sulle riviste cattoliche, nelle
pubblicazioni, ma anche nelle corrispondenze private o in altra
documentazione disponibile l'immagine dell'ebreo è quella
propria del classico antigiudaismo. L'ebreo è il "deicida",
l'ebraismo "mondiale" parteciperebbe in varie forme al complotto
della modernità contro la Chiesa e quindi dovrebbe essere
limitato nei suoi diritti di cittadinanza. Spesso l'antigiudaismo
cattolico e l'antisemitismo che oggi chiamiamo "politico" si
trovano a combattere le medesime battaglie; alcune sono di poco
conto e si sviluppano in ambito locale. Altre, dallo scandalo di
Panama all'affaire Dreyfus, acquistano ampio risalto
internazionale fino a divenire veri e propri spartiacque della
storia europea».
- Come si potrebbe collocare p. Dehon nella linea fra
antigiudaismo ecclesiale e antisemitismo razziale?
Menozzi: «Non è collocabile. In
effetti la distinzione tra antigiudaismo religioso e antisemitismo
razziale è nata recentemente e si è sviluppata in
connessione con le richieste di perdono per il giubileo del 2000.
Tale articolazione serve per dar conto delle attuali posizioni
della Chiesa, ma risulta del tutto anacronistica per capire l'epoca
in cui visse il p. Dehon, le sue effettive posizioni, le concezioni
allora comunemente condivise dal mondo cattolico. Non a caso in
quel periodo la cultura cattolica usa normalmente (e lo userà
ancora per decenni) il termine "antisemitismo" per definire il
proprio atteggiamento verso gli ebrei. Insomma nell'arco
cronologico della vita del p. Dehon l'intreccio tra i vari elementi
di cui s'impasta l'avversione della Chiesa agli ebrei - e, per quel
che qui interessa, quello religioso e quello razziale - è
inestricabile. Ovviamente questo non vale solo per il p. Dehon, ma
anche per l'autorità ecclesiastica, perfino per il suo
vertice, il papato (in primo luogo per papi che sono già stati
beatificati, come Pio IX)».
- Perché l'ala sociale della Chiesa francese
dell'Ottocento, gli «abbés démocrates»,
intercettano più di altri gli umori antiebraici?
Menozzi: «Ciò che caratterizza
gli "abbés démocrates" è il tentativo di portare
l'impegno sociale dei cattolici, scaturito dalla Rerum
novarum, sul terreno politico. Vogliono partecipare, secondo
l'invito espresso da Leone XIII nell'enciclica Aux milieu des
sollicitudes, alla vita politica della Repubblica francese,
costruendo un partito capace di correggere l'anticlericalismo della
maggioranza radicale e possibilmente in grado di uniformare alla
dottrina cristiana gli indirizzi del governo. L'antisemitismo -
giocato in primo luogo sul "pericolo" costituito dagli ebrei per il
controllo di alcuni snodi essenziali della vita collettiva, come il
giornalismo, la finanza ecc. - diventava un facile e importante
canale propagandistico: lo si giudicava capace di mediare quei
consensi - in particolare quei consensi "cattolici" che si sapeva
non essere automaticamente disponibili per un partito
democratico-cristiano, vista la corposa presenza tra i fedeli di un
orientamento favorevole al legittimismo monarchico - di cui si
riteneva di aver bisogno per dare sbocco concreto alla prospettiva
di incidere sulla politica della repubblica».
Non giudicare
l'ieri con l'oggi
- Vi è un rapporto ispirativo fra antigiudaismo
e spiritualità della vita cristiana e della vita religiosa
nella Francia di fine Ottocento?
Luzzatto Voghera: «Io sono convinto
che esista un forte radicamento dell'antigiudaismo nella tradizione
religiosa cristiana di fine Ottocento. Voglio dire che cercheremmo
invano (e compiremmo un'azione anacronistica) nella Chiesa di
allora un'immagine dell'ebreo che si differenziasse in maniera
significativa da quella classica dell'ebreo che non ha visto, non
ha riconosciuto il Messia giunto sulla terra per redimere
l'umanità e che ha anzi insistito in maniera dolosa e
pervicace in tale errore. La polemica c'è ed è esplicita
perfino nella liturgia (i famosi "perfidi giudei", definizione
abolita solo con Giovanni XXIII), sicché trovo difficile che
nella comunità cristiana si adottassero linguaggi diversi se
riferiti agli ebrei.
È chiaro a tutti, oggi come allora, che
l'antisemitismo (o l'antigiudaismo) adottava modelli insensati a
cui anche nel mondo cristiano si stentava a credere: penso ad
accuse come l'omicidio rituale, ad esempio. Tuttavia anche eccessi
come questo erano resi credibili da una continua e martellante
polemica utilizzata in tutti gli ambiti possibili, che creava
nell'immaginario del fedele una figura, un'icona dell'ebreo
caricata di tutte le possibili negatività e sempre più
distante dagli ebrei "reali", quelli che si potevano incontrare
nella vita quotidiana ma che la maggior parte dei fedeli non
incontrava mai perché gli ebrei erano pochi e generalmente
concentrati nelle città.
Era necessario tutto questo? Cioè,
l'insegnamento cristiano, la spiritualità religiosa, aveva
bisogno dell'ebreo "negativo" per affermarsi? Non so. Tuttavia
è chiaro che lo strumento venne ampiamente utilizzato dalle
gerarchie a tutti i livelli, e non solo a fine Ottocento in
Francia».
Miccoli: «Se per antigiudaismo
s'intende l'antico discorso teologico e pastorale sugli ebrei, esso
sembrerebbe pienamente presente nella cultura e nella vita
religiosa del popolo cristiano, configurandosi peraltro come
decisivo supporto e serbatoio di argomenti e motivazioni per
l'azione politica contro gli ebrei dei movimenti cattolici, che
individuano come loro principale bersaglio gli esiti
dell'emancipazione, vista come tentativo di smentire quella
condanna divina che aveva costretto gli ebrei a vivere dispersi e
sottomessi nelle nazioni cristiane. I due aspetti insomma appaiono
strettamente intrecciati.
Come ho già rilevato, vi sono membri
dell'episcopato ed esponenti di ordini religiosi che si mostrano
restii a tradurre sul piano politico i temi pastorali e le
argomentazioni teologiche del passato. Le congregazioni e le
associazioni religiose che tra Otto e Novecento si propongono di
pregare per la "conversione" degli ebrei tendono (pur con non pochi
distinguo) a individuare nell'antisemitismo diffuso tra i cattolici
un ostacolo a tale prospettiva, e offrono perciò, almeno
alcune di esse, di quegli antichi temi una lettura che spinge in
una direzione che non è di polemica e di lotta contro gli
ebrei del presente. Sono aspetti tuttavia che attendono ancora di
essere meglio approfonditi dalla ricerca.
Ma non erano certo questi, allora, gli
orientamenti e le posizioni vincenti o dominanti nel mondo
cattolico organizzato. Un esempio eloquente, ma tutt'altro che
isolato, dell'impasto religioso-politico che caratterizza il
discorso sugli ebrei presente nella cultura cattolica di fine
Ottocento è offerto dalla conferenza su "Le judaïsme,
le capitalisme et l'usure", tenuta a Roma dal padre Dehon l'11
febbraio 1897.
Con una folta messe di citazioni
veterotestamentarie egli ricorda a lungo il passato glorioso del
popolo già amato da Dio ("Dieu lui-même ne les a
rejeté qu'avec tristesse et compassion"); da esso vengono
Gesù, Maria, gli apostoli; ricorda Paolo e l'epistola ai
Romani, la sua certezza che gli ebrei restano cari a Dio, la
previsione e l'attesa del loro "ritorno"; né si nasconde che
la condizione cui sono stati ridotti per secoli spiega almeno in
parte "l'abiezione atavica che hanno contratto". Ma ripercorrendo
la storia dell'atteggiamento dei papi e della Chiesa verso gli
ebrei ripropone tutte le accuse del passato nei loro confronti,
così come fa degli ebrei del presente i principali
protagonisti della lotta contro la Santa Sede e i cattolici, in
vista di fondare a Roma il loro dominio sul mondo».
- I criteri e le sensibilità attuali sulla
questione quanto illuminano e quanto confondono nel giudizio
storico?
Menozzi: «Se Jacques Maritain in
Cristianesimo e democrazia (1943) poteva ancora scrivere a
proposito dello sterminio nazista degli ebrei che sarebbe "per
l'anima uno scandalo intollerabile, se non vedessimo in esso un
riecheggiamento terribile delle promesse del loro Dio" (Milano
1950, 32), possiamo cogliere facilmente il passo che la cultura
cattolica ha compiuto a partire dai dibattiti aperti con
l'approvazione del documento del Vaticano II sulle religioni non
cristiane Nostra aetate (1965) per giungere al più
recente documento Noi ricordiamo (1997).
Tuttavia si può discutere se tali passi siano
sufficienti - e a mio giudizio ancora sono ben lungi dall'esserlo -
per guardare al rapporto tra ebrei e cristiani con una lucida
consapevolezza di ciò che è effettivamente accaduto nel
passato. Proprio i limiti, le incertezze e gli equivoci che
affiorano in Noi ricordiamo fanno temere che l'assunzione
come metro di giudizio storico dei criteri oggi prevalenti nelle
sedi decisionali della Chiesa possa ingenerare solo
fraintendimenti».
a cura di
Lorenzo Prezzi,
Piero Stefani
Torna su