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Attualità
Attualità, 18/2016, 15/10/2016, pag. 520

500° della Riforma: la leadership del papa

Intervista a Martin Junge, segretario della Federazione luterana mondiale

Daniela Sala

Martin Junge, cileno, 54 anni, è dal 2010 il segretario della Federazione luterana mondiale (FLM), e il primo latinoamericano a ricoprire questa carica. Nello stesso anno la X Assemblea generale della FLM eleggeva come presidente Munib Younan, della Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra santa, evidenziando così come il baricentro della Federazione si sia spostato dall’Europa al Sud del mondo. In giugno la FLM ha scelto il pastore cileno per un secondo mandato, che scadrà nel 2024. Abbiamo incontrato il rev. Junge a Lund, prima della commemorazione comune del 500° anniversario della Riforma nella cattedrale della cittadina svedese, dove la FLM è stata fondata nel 1947.

Lund, 31 ottobre.

 

Martin Junge, cileno, 54 anni, è dal 2010 il segretario della Federazione luterana mondiale (FLM), e il primo latinoamericano a ricoprire questa carica. Nello stesso anno la X Assemblea generale della FLM eleggeva come presidente Munib Younan, della Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra santa, evidenziando così come il baricentro della Federazione si sia spostato dall’Europa al Sud del mondo. In giugno la FLM ha scelto il pastore cileno per un secondo mandato, che scadrà nel 2024. Abbiamo incontrato il rev. Junge a Lund, prima della commemorazione comune del 500° anniversario della Riforma nella cattedrale della cittadina svedese, dove la FLM è stata fondata nel 1947.

– Reverendo Junge, questo evento storico era atteso da tutti noi con grande anticipazione, qual è il suo stato d’animo?

«È un sentimento di profonda gratitudine a Dio per il fatto che cattolici e luterani s’incontrino per commemorare la Riforma. Siamo anche qui con la grande speranza che Dio sia in mezzo a noi, non solo oggi ma nel prosieguo del nostro viaggio dal conflitto alla comunione, verso il futuro al quale il Padre ci chiama».

– Com’è nata – e quando – l’idea di trovarsi insieme a Lund per commemorare insieme gli inizi della Riforma?

«È difficile dire quando la possibilità di questa commemorazione congiunta ha iniziato a diventare reale. Direi che siamo molto consapevoli del ruolo che ha avuto con le sue decisioni il concilio Vaticano II, senza il quale nulla di tutto questo sarebbe stato immaginabile. E altrettanto si può dire della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, del 1999, senza la quale non saremmo riusciti a realizzare questo incontro. E poi c’è stato il rapporto Dal conflitto alla comunione, pubblicato nel 2013, che ci ha dato la piattaforma per un linguaggio condiviso sulla Riforma. È dal 2013 che ha cominciato a delinearsi la possibilità di fare qualcosa insieme. Ricordiamo con gratitudine anche papa Benedetto XVI, che ha perseguito con insistenza l’idea di un passo di questa natura».

– Oggi assisteremo alla sottoscrizione di un impegno comune nel servizio ai più poveri ed emarginati del mondo. Che cosa ne è dei punti di disaccordo teologico che permangono?

«I due aspetti non vanno visti come uno contro l’altro, ma uno insieme all’altro. Penso che negli ultimi decenni abbiamo imparato che il percorso ecumenico è sostenuto da molte attività diverse. Una di queste è la preghiera: ci sono moltissime persone che pregano per l’unità, e che ci hanno aiutato a proseguire il cammino. Poi ci sono i teo-
logi, che approfondiscono la dottrina e trovano punti di convergenza e comprensione reciproca. Altri ancora si sono associati per lavorare insieme per i poveri e gli oppressi, e anche per questa via abbiamo imparato a rispettarci e amarci a vicenda. Quello che abbiamo davanti è ancora dialogo, più esteso e più approfondito, e non c’è ragione per cui mentre continuiamo a confrontarci, non dobbiamo anche servire i poveri. Possiamo fare l’uno e l’altro».

Con gratitutidine e umiltà

– Qual è stato il ruolo della Chiesa evangelica in Germania nella preparazione della commemorazione comune? E perché la celebrazione si è tenuta in Svezia e non in Germania, il paese natale di Martin Lutero?

«La FLM è una comunione globale di Chiese, della quale fa parte anche la Chiesa evangelica in Germania (EKD), la quale insieme alle altre 145 ha partecipato alla costruzione del percorso. In giugno siamo stati in Germania con tutto il Consiglio della FLM, nei luoghi storici della Riforma, come Wittenberg; ora siamo venuti a Lund, seguendo la stessa dinamica che ha percorso la Riforma, dalla Germania fino a diventare una realtà globale. E l’Assemblea generale, che si tiene ogni sette anni, sarà l’anno prossimo a Windhoek, in Namibia: tutto evidenzia che la Riforma è un movimento di natura globale, e la Germania ne fa parte, ha qui i suoi rappresentanti ed è di grande supporto».

– Lei è cileno, ed è il primo segretario latinoamericano della FLM: secondo lei quanto è avvertita la ricorrenza dei 500 anni della Riforma al di fuori dell’Europa?

«Dal momento che citiamo il mio paese, devo dire che sono stato molto lieto di apprendere che le Chiese cattolica e luterana in Cile si sono trovate ieri per commemorare insieme l’inizio dell’anno giubilare. Ci hanno anticipato! È significativo, fa parte dell’identità delle nostre Chiese. Nelle nostre regioni forse la conoscenza degli eventi del XVI secolo è meno dettagliata, ma in generale le Chiese luterane s’identificano in modo molto forte con gli eventi del 1500».

– Qual è il messaggio di Lund 2016?

«Prima di tutto vogliamo essere umili in ciò che stiamo compiendo. Siamo giunti a un momento in cui raccogliamo i frutti di quello che abbiamo imparato, della reciproca comprensione e fiducia che sono cresciute fra noi. E questo va riconosciuto con il cuore pieno di gratitudine per Dio, che ci ha fatti arrivare sin qui. Allo stesso tempo siamo anche consapevoli che quello che stiamo facendo, trovandoci insieme con il proposito di lasciarci i conflitti alle spalle e avviarci verso un futuro comune, avviene in un contesto in cui il mondo è lacerato da tanti conflitti, da tante divisioni e chiusure reciproche, e così via. Io spero e prego che quanti credono ancora nella necessità del dialogo, nella necessità di costruire ponti per diventare una sola famiglia umana, possano trovare in noi un segno di speranza, un incoraggiamento a continuare. Come ho detto all’inizio, quello che facciamo a Lund nasce dalla lezione della nostra stessa storia, mentre a nostra volta non siamo qui per dare lezioni a nessuno».

– Che cosa pensa di papa Francesco?

«Abbiamo un grande rispetto per la leadership di papa Francesco, riconosciamo veramente la sua leadership ecumenica. In questi anni ha incontrato diversi leader di altre confessioni e religioni – ortodossi, valdesi ecc. –, aprendo dialoghi e stabilendo buone relazioni. Riconosciamo questo e ne siamo grati. Allo stesso tempo, come ho detto prima, papa Francesco sta dando continuità a un processo che diversi suoi predecessori hanno portato avanti. Nel caso dei luterani, Francesco sta seguendo il percorso avviato dalla Dichiarazione di Augsburg nel 1999, con Giovanni Paolo II, e continuato con il rapporto Dal conflitto alla comunione del 2013, elaborato nel pontificato di Benedetto XVI. Per me è molto importante riconoscere al tempo stesso la leadership di papa Francesco, e il suo porsi in continuità con i suoi predecessori.

Accanto alla leadership ecumenica siamo molto grati a papa Francesco per il suo ruolo guida sulla questione dei rifugiati nel mondo; ha dato sia ai leader sia alle persone comuni messaggi molto chiari, che hanno potuto cogliere anche quanti sono al di fuori delle Chiese. È una voce molto importante.

E c’è un terzo aspetto nel quale riconosciamo con gratitudine la sua leadership, ed è quello che riguarda le questioni del cambiamento climatico e della giustizia climatica. Ho fatto parte della delegazione ecclesiale alla Conferenza delle parti di Parigi (COP 21), nel 2015, e ho potuto vedere l’impatto della Laudato si’ nella mentalità e nella strutturazione di tutto il processo negoziale. Il suo pressante invito ai leader mondiali a prendere sul serio il problema è stato uno dei fattori che ha contribuito al successo del negoziato della COP 21. In sostanza, per concludere, siamo grati per la leadership di papa Francesco, proviamo grande rispetto per quello che sta facendo e ci rendiamo conto di condividere moltissime delle sue preoccupazioni e priorità».

 

Daniela Sala

Tipo Articolo
Tema Ecumenismo - Dialogo interreligioso Anglicani - Protestanti Francesco
Area EUROPA
Nazioni

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