Dopo quasi un anno dalla sua elezione al soglio di Pietro avvenuta lo scorso maggio, anno che molti hanno descritto come lento e quasi noioso, nel viaggio di 11 giorni in Africa Leone XIV ha dato il meglio di sé, rivelando sia una serie chiara di priorità sia una forza d’animo d’acciaio sotto un aspetto esteriore calmo.
Era il 1979 quando Teodoro Obiang Nguema saliva al potere. Sono trascorsi 47 anni. Il panorama internazionale è cambiato, se non rivoluzionato, ma lui è ancora lì. Guida la Guinea Equatoriale oggi come allora. Il suo sistema di potere, fondato sulla famiglia e sul clan, è intatto. La repressione non ha mollato la presa e schiaccia ogni forma di dissenso.
Con 7 milioni di cattolici, il Vietnam ospita una delle comunità cattoliche più ferventi del Sud-est asiatico, che attende da tempo una visita del papa. L’invito dei vescovi è stato presentato in Vaticano, in occasione della loro visita ad limina (20-25 aprile), nei giorni in cui l’Assemblea nazionale vietnamita approvava la revisione della Legge sulla fede e la religione.
La pressione degli Stati Uniti su Cuba, espressa sia con minacce verbali sia attraverso l’embargo e il blocco petrolifero, resta alta. Sulla situazione nell’isola, Il Regno ha raggiunto don Ariel Suárez Jáuregui, segretario aggiunto della Conferenza dei vescovi cattolici di Cuba (COCC). Classe 1973, licenziato in filosofia alla Pontificia università gregoriana nel 2007, don Suárez è anche rettore a L’Avana del santuario Nuestra Señora de la Caridad, patrona di Cuba, e rappresentante della Chiesa cattolica cubana per l’ecumenismo.
Dal 16 al 20 marzo scorso si è svolta a Bogotà, in Colombia, la VI Assemblea della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (CEAMA). Più di 90 donne e uomini – vescovi, presbiteri, religiosi e laici, rappresentanti dei popoli indigeni e delegati delle istituzioni della Chiesa – hanno preso parte all’importante appuntamento di discernimento, preghiera e dialogo, lasciandosi sollecitare dal testo biblico «Faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).
Religioso dei Fratelli delle scuole cristiane, fratel Pedro Acevedo è segretario generale della Conferenza dominicana delle religiose e dei religiosi (ConDoR) e lavora nella Commissione Giustizia, pace e integrità del creato della Conferenza, occupandosi soprattutto di migranti e progetti minerari. Coordina anche il gruppo dominicano di Amerindia, la rete continentale di cattolici che s’ispira all’opzione per preferenziale per i poveri e alla teologia della liberazione.
Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista? Vuoi l’utopismo che narcotizza i più, vuoi quello che è risorsa preziosa nelle mani di chi cede alle tentazioni dell’opportunismo clericale o paraclericale. Insomma, in materia di uso delle armi la parresia cristiana è ancora distinguibile dalla retorica pacifista?
In occasione dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale polacca, il 12 aprile scorso, i vescovi hanno scritto una breve lettera per ricordare i 40 anni della visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma. Essa ha suscitato un aspro dibattito, contrassegnato da forti accenti d’antisemitismo anche tra i cattolici. Don Andrzej Perzyński, teologo e docente a Varsavia e Lublino, risponde alle accuse rivolte alla lettera dei vescovi (red).
Il 25 aprile scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha firmato una lunga lettera pastorale: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra santa. Data la situazione mediorientale e la notorietà crescente del cardinale, la lettera ha avuto un’eco largamente indipendente dall’ambito diocesano a cui è, in primis, rivolta. È comprensibile e giusto che sia così; tuttavia è anche opportuno non trascurare il riferimento diretto al Patriarcato latino di Gerusalemme.
Il magistero episcopale di Carlo Maria Martini è abbastanza ampio da resistere alle sintesi. Un modo per comprenderlo nella sua integralità consiste tuttavia nel cogliere alcuni elementi ricorsivi, che non riguardano solo la materia e i temi trattati, ma soprattutto il metodo.
Nel 2024 si è celebrato il 70o anniversario della morte di Alcide De Gasperi. La ricorrenza ha visto una moltiplicazione di iniziative pubblicistiche destinate a illustrarne la figura. Da allora – come documenta la bibliografia degasperiana accuratamente e costantemente aggiornata sul sito della Fondazione Trentina a lui intitolata (bit.ly/3QOjJpy) – i contributi sul personaggio non hanno cessato d’accumularsi. In questa ampia mole di lavori, gli studi storici – che hanno cominciato a superare le letture polarizzate del passato – non sono certo mancati.
Per una prima e non superficiale conoscenza di un tema che (finalmente!) sta iniziando a circolare anche nelle comunità ecclesiali italiane, il libro è il testo giusto al momento giusto. La sua stessa genesi ne è garanzia: nato nel 2022 da un’idea di un gruppo di docenti del biennio di specializzazione in Teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (Torino), rielabora i testi delle lezioni, in forma interdisciplinare, a partire dal dibattito suscitato nei partecipanti.
Un viaggio, ma di quale tipo? Il libro cita tanti villaggi, per buona parte ucraini, e poche città, tutte effettivamente visitate dall’autore. Anderlini dichiara d’aver scritto il libro durante il tempo della pandemia (cf. 18); qua e là ha avuto modo d’inserire qualche cenno alla guerra. Due fattori che segnano già una distanza.
Poco noti in Italia, gli scritti di fra’ Lorenzo della Risurrezione, un umile frate carmelitano, hanno avuto una notevole risonanza mondiale, soprattutto nel mondo anglofono dove «brother Lawrence» è diffusamente letto. Egli non fu né teologo, né tanto meno diede la scalata alle gerarchie ecclesiastiche. Fu il cuoco e successivamente il calzolaio del suo convento di carmelitani a Parigi, incarichi che svolse con dedizione, vivendo, al tempo stesso, una radicale esperienza dell’Eterno a servizio dell’amore «puro», vale a dire quell’ideale che nel Seicento si poneva al centro della ricerca mistica provocando, al riguardo, dotte e appassionate discussioni teologiche.
Chi sono stati questi personaggi? Si va dal generale russo di stirpe baltico-tedesca le cui truppe avrebbero fatto infine parte della Wehrmacht e delle Waffen-SS all’ultimo ministro della Guerra dell’Impero ottomano, intenzionato a riunire tutti i popoli d’ascendenza turca in un emirato per sé e i suoi discendenti; dall’arciduca asburgico che dissipò la propria esistenza nel vano tentativo di diventare sovrano di un’Ucraina unita e indipendente al letterato italiano che depose la penna e impugnò la spada per conquistare e occupare Fiume; fino al barone bianco che si convertì al buddhismo lamaista per praticare poi l’esercizio sistematico del terrore e macchiarsi di infinite carneficine.
Ha «senso invitare tutti ad amare la politica?»: con questa domanda disarmante il curatore, giornalista, apre un volume che raccoglie voci di studiosi, filosofi e osservatori della vita pubblica italiana. La risposta è affermativa, ma non ingenua: il libro non nasconde che la politica ha forse toccato «il punto più basso di credibilità e più alto di delegittimazione popolare», e proprio da questo punto di crisi sceglie di ripartire.
Il sionismo è un movimento politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo. Il suo obiettivo è di dare vita a una «casa per ebrei» nel territorio della Palestina antica. Siamo in un periodo in cui i pogrom che avvengono in Europa orientale, Ucraina e Russia rendono difficile pensare sufficiente l’idea dell’assimilazione che l’illuminismo ebraico (Haskalah) aveva proposto alla fine del Settecento. Adesso, su spinta del giornalista austriaco Theodor Herzl, non si rigetta l’assimilazione, ma si ritiene difficile da realizzare, proprio per l’estendersi e il diffondersi dell’antisemitismo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Il 18 e 19 marzo 2025 la Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna ha celebrato il suo XIX congresso. Ora gli atti di quell’evento accademico sono pubblicati in un volume suddiviso in tre parti, la I delle quali è dedicata alle questioni antropologiche, la II all’area della teologia sistematica e la III all’analisi biblica.
La felice penna di Massimo Orlandi, co-fondatore assieme a don Luigi Verdi della Fraternità di Romena, riesce nel complicato intento di trasformare in briosa intervista una serie di tratti biografici e spirituali dell’attuale arcivescovo di Bologna, presidente della CEI e candidato papa al conclave del 2025. Sono tratti raccolti in varie occasioni e poi unificati da un colloquio a tu per tu svoltosi a Bologna dopo l’elezione di papa Prevost.
Ci sono incontri che non fanno rumore, ma cambiano il paesaggio. Il volume di Arturo e Stefano Bodini ne racconta uno che non riguarda solo due biografie, ma un passaggio decisivo nella coscienza della Chiesa d’oggi.
Quanto si può attendere prima di dare avvio a un processo di giustizia? Rilanciata da Elvira Mujčić all’ultima Arena di pace del 2024, la domanda precipita su questi giorni angosciosi, mentre siamo davanti a un libro in cui le parole profetiche di Tonino Bello – «la giustizia accanto alla pace fa più scandalo della giustizia accanto alla guerra» (75) – ci incalzano a non voltarci dall’altra parte e, nonostante tutto, a rimetterci «in piedi costruttori di pace!», secondo l’espressione destinata a segnare la memoria delle Arene.
Appartenente alla cosiddetta «generazione del 1927», quella di García Lorca, di Rafael Alberti, di Luis Buñel e altri ancora, spazzata via dal regime franchista, María Zambrano si è distinta, a iniziare dagli anni Sessanta del secolo scorso, come una delle grandi protagoniste del panorama filosofico del secondo Novecento, da lei vissuto in gran parte in esilio in quanto fiera oppositrice della dittatura fascista del suo paese.
Questo libro è «una riflessione teologico-pastorale condotta a partire dall’esperienza quotidiana del pastore di una grande diocesi» (15): così nella Prefazione il card. Mario Grech, segretario generale della Segreteria del Sinodo, presenta il testo. Il pastore in questione è Raúl Biord Castillo: nato nel 1962 a Caracas, salesiano, ordinato presbitero nel 1989, un dottorato in Teologia presso la Pontificia università gregoriana di Roma, fu nominato vescovo di La Guaira nel 2013 e arcivescovo di Caracas nel 2024.
Il ritorno sulla scena pubblica di massa delle guerre, non senza appelli in merito rivolti alle o dalle religioni, genera un vasto complesso di sentimenti che includono rabbia e imbarazzo per via dell’impotenza sperimentata di fronte a scenari enormemente più grandi dei singoli e, in un certo senso, anche delle Chiese.
Il libro racconta con attenzione la vita e le riflessioni politico-ideali di uno dei più determinati oppositori del fascismo, Giovanni Amendola, il quale pagherà con la vita questa sua resistenza a Mussolini e al suo regime. Il volume inizia infatti con la cronaca dell’aggressione fascista subita da Amendola che ne comprometterà la salute fino a condurlo alla morte.
La ragazza del titolo è Emilia: fidanzata e poi moglie (dal 1977) di Nando, madre di Dora e Carlo Alberto, morta nel 2021. Il libro è il suo ritratto, ma insieme il ritratto di un «noi» che ha resistito al tempo, alle esposizioni mediatiche, alla violenza mafiosa che ha segnato la biografia dell’autore. Questi parla di sé in terza persona, Emilia è il solo personaggio chiamato per nome.
Esattamente 20 anni dopo, con l’atterraggio spaziale della rivista Runway e della sua condottiera Miranda Priestly, avvenuto nei cinema con proiezioni sold out in tutto il mondo, Il diavolo veste Prada 2 è già la conferma che l’operazione frutterà un risultato sensibilmente maggiore di quello già eccellente del 2006.
Come si spiega «l’anomala luna di miele tra un tycoon con (…) un’etica personale non proprio puritana» e il suo elettorato «bianco ed evangelical, tendenzialmente fondamentalista»? In «the Donald» – scrive Paolo Naso – i suoi sostenitori «vedono un leader che non li irride con laica e aristocratica supponenza ma li capisce e accetta di condividerne il linguaggio e l’atteggiamento». L’analisi di Naso conduce il lettore in questa grande galassia di cui ricostruisce la storia e le traiettorie, necessarie per capire gli Stati Uniti di oggi. Questo è l’ambiente in cui si trova a fare i conti anche la Chiesa, per la quale – scrive Massimo Faggioli –, si sta ponendo una «nuova questione cattolica»: non solo per lo scontro tra Trump e Leone XIV, ma per il modificarsi del suo ruolo negli USA e del rapporto tra fede, politica e identità nazionale. A questi interrogativi occorre rispondere plausibilmente anche perché – afferma Valentina Ciciliot – stiamo assistendo alla crescita del numero di persone che si converte al cattolicesimo provenendo specialmente dall’area conservatrice. Il loro arrivo in casa cattolica porta con sè una ricerca identitaria forte e il rischio di derive neofondamentaliste e polarizzanti.
Come si spiega «l’anomala luna di miele tra un tycoon con (…) un’etica personale non proprio puritana» e il suo elettorato «bianco ed evangelical, tendenzialmente fondamentalista»? In «the Donald» – scrive Paolo Naso – i suoi sostenitori «vedono un leader che non li irride con laica e aristocratica supponenza ma li capisce e accetta di condividerne il linguaggio e l’atteggiamento». L’analisi di Naso conduce il lettore in questa grande galassia di cui ricostruisce la storia e le traiettorie, necessarie per capire gli Stati Uniti di oggi. Questo è l’ambiente in cui si trova a fare i conti anche la Chiesa, per la quale – scrive Massimo Faggioli –, si sta ponendo una «nuova questione cattolica»: non solo per lo scontro tra Trump e Leone XIV, ma per il modificarsi del suo ruolo negli USA e del rapporto tra fede, politica e identità nazionale. A questi interrogativi occorre rispondere plausibilmente anche perché – afferma Valentina Ciciliot – stiamo assistendo alla crescita del numero di persone che si converte al cattolicesimo provenendo specialmente dall’area conservatrice. Il loro arrivo in casa cattolica porta con sè una ricerca identitaria forte e il rischio di derive neofondamentaliste e polarizzanti.
Come si spiega «l’anomala luna di miele tra un tycoon con (…) un’etica personale non proprio puritana» e il suo elettorato «bianco ed evangelical, tendenzialmente fondamentalista»? In «the Donald» – scrive Paolo Naso – i suoi sostenitori «vedono un leader che non li irride con laica e aristocratica supponenza ma li capisce e accetta di condividerne il linguaggio e l’atteggiamento». L’analisi di Naso conduce il lettore in questa grande galassia di cui ricostruisce la storia e le traiettorie, necessarie per capire gli Stati Uniti di oggi. Questo è l’ambiente in cui si trova a fare i conti anche la Chiesa, per la quale – scrive Massimo Faggioli –, si sta ponendo una «nuova questione cattolica»: non solo per lo scontro tra Trump e Leone XIV, ma per il modificarsi del suo ruolo negli USA e del rapporto tra fede, politica e identità nazionale. A questi interrogativi occorre rispondere plausibilmente anche perché – afferma Valentina Ciciliot – stiamo assistendo alla crescita del numero di persone che si converte al cattolicesimo provenendo specialmente dall’area conservatrice. Il loro arrivo in casa cattolica porta con sè una ricerca identitaria forte e il rischio di derive neofondamentaliste e polarizzanti.