Anche se lo sguardo va tenuto fisso su Kyiv, perché il destino dell’Europa e non solo dipende da come si concluderà la guerra assassina di Putin contro l’Ucraina, prima o poi bisognerà soffermarsi anche a ragionare dell’Italia e della crisi profonda del nostro sistema politico-democratico.
Il conflitto tra Thailandia e Cambogia è tra quelli meno raccontati: la difficoltà a far filtrare le informazioni si unisce evidentemente anche a un disinteresse verso quest’area da parte della comunità internazionale.
Che, fra le altre eredità di Francesco (cf. lo Speciale «Papa Francesco. Un tempo nuovo», supplemento a Regno-att. 8,2025), papa Leone XIV avesse deciso di fare propria l’istanza della sinodalità, posando prevalentemente gli occhi sull’aspetto specifico della collegialità episcopale, era cosa nota in questi primi mesi di pontificato (ne abbiamo parlato in Re-blog.it, 20.9.2025, bit.ly/3NV7shG).
Una sera di Pasqua mi sono reso conto, quasi di colpo, di che cosa significa essere cattolico a Istanbul. Nella chiesa di Santa Maria Draperis, su Istiklal Caddesi, abbiamo cantato «Christos anesti» in greco, poi «Cristo è risorto» in italiano, e poi in turco «Mesih dirildi». Fuori, dai minareti, arrivava l’adhan del maghrib, la chiamata alla quarta preghiera. Non mi è sembrata una contraddizione. Piuttosto, una piccola lezione: qui le voci s’incrociano e, se non ci s’irrigidisce, possono anche ascoltarsi.
Il primo Simposio delle Chiese cristiane che sono in Italia si è svolto a Bari il 23 e 24 gennaio, sul tema «Via italiana del dialogo». Nel corso dell’evento è stato firmato un Patto tra Chiese cristiane in Italia (cf. qui a p. 80). Ne abbiamo parlato con mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (CEI).
Il Patto tra Chiese cristiane in Italia, firmato a Bari il 23 gennaio durante il I Simposio di Chiese cristiane in Italia, rappresenta un impegno volontario di 18 comunità ecclesiali intorno a 6 articoli.
Il binomio sicurezza-immigrazione è tornato di nuovo in primo piano nell’agenda politica nazionale. Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: come pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici; come criminalità urbana, quando sono le cronache a lanciare l’allarme; come attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto.
I fatti di Minneapolis rappresentano un passo ulteriore nel tentativo da parte di Donald Trump di cambiare regime, ma hanno dato vita a una reazione anche da parte della Chiesa.
Dopo i fatti d’inizio anno in Venezuela, alleato strategico de L’Avana (cf. Regno-att. 2,2026,10), la dichiarazione del segretario di Stato USA, Marco Rubio, «ci piacerebbe vedere un cambio di regime a Cuba» (28. 1.2026) e il successivo blocco delle esportazioni petrolifere verso l’isola imposto dal presidente Trump, con minacce d’applicazione di dazi verso quanti disattendano le sue indicazioni, il 31 gennaio i vescovi di Cuba hanno preso la parola, indirizzando «a tutti i cubani di buona volontà» un accorato messaggio di due pagine, letto in tutte le messe festive e prefestive. Al di là dei destinatari ufficiali, il testo non si rivolge soltanto ad intra, ma chiaramente anche agli Stati Uniti.
Nestor Da Costa, sociologo della religione uruguayano, dirige l’Istituto di società e religione dell’Università cattolica dell’Uruguay. Già presidente dell’Associazione delle scienze sociali della religione dell’America Latina e dell’Associazione degli scienziati sociali della religione del Mercato comune del Cono Sud, ha tenuto corsi in università europee, statunitensi, latinoamericane e cinesi.
Antisemitismo è una parola, tutto sommato, recente, moderna. Nasce nel 1879 inventata da un giornalista tedesco, Wilhelm Marr, che la usa nel suo pamphlet La vittoria del giudaismo sul germanesimo (Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum). La sua caratteristica è quella d’andare oltre l’idea di «giudaismo», che aveva un connotato prettamente religioso, per connettersi alle nuove tendenze pseudoscientifiche del social-darwinismo, che cercava d’applicare ai fenomeni sociali le idee di lotta per l’esistenza, travisando in maniera organicista le idee espresse da Charles Darwin sulla selezione naturale.
La retorica esasperata che si sta mettendo in scena su quanto sia questo il cinema che ridarà vita alla sala cinematografica è una trappola in cui ci piace cadere
«Perché un insegnamento della religione in chiave interculturale, ecumenica e interreligiosa?»; «La possibile identità di un nuovo insegnamento della religione»; «Partire da quello che c’è». La forma aperta dei titoli delle tre parti principali (e ancor più dei relativi sottotitoli, come «Per quali ragioni ricercare un modo diverso di insegnare religione?» o «Un insegnamento che educhi alla domanda religiosa/spirituale?»), dicono della natura di ricerca di questo progetto redatto da un «Gruppo per un nuovo insegnamento della religione a scuola»: un pool costituito per la maggior parte da insegnanti di religione, ospitato dall’Istituto di studi ecumenici «San Bernardino» di Venezia e sostenuto dalla CEI. Come commenta Piero Stefani nel riquadro alle pp. 111s, il documento «indica una prospettiva avanzata da tempo da altri soggetti: gettare le basi per un insegnamento pubblico, aconfessionale e obbligatorio della religione conforme alle esigenze della società odierna»; il suo centro risiede nella «argomentata individuazione della carenza culturale caratteristica dell’attuale assetto».
La ricerca indica una prospettiva avanzata da tempo da altri soggetti: gettare le basi per un insegnamento pubblico, aconfessionale e obbligatorio della religione conforme alle esigenze della società odierna.