Chiesa in Italia

Edizione 2020

Questo annale 2020 contiene gli atti del primo anno dei "Percorsi di cultura politica" tenuti a Camaldoli nel settembre 2019 dalla rivista Il Regno e dalla Comunità dei padri camaldolesi. Il corso aveva per tema: "Alle radici della crisi attuale. Rivoluzioni e totalitarismi".

Introduzione al percorso

La storia è un processo aperto. La sua apertura al futuro non riguarda solo il domani, ma coinvolge anche gli eventi passati. Sotto lo sguardo retrospettivo del tempo che segue anche gli eventi trascorsi si trasformano. Benché l’effettività di quanto accaduto non possa essere cambiata da qualche nuovo presente, la sua immagine, guardata sotto altra luce, viene trasformata e ci appare diversa. Avvenimenti e figure ritenute centrali nel modello narrativo di allora possono trascolorare e persino cadere nell’oblio, mentre altri che sembravano di secondo piano acquistano centralità nuova.

Già la perdita della memoria diretta, quella dei testimoni, non ci rende così certi che quando ricordiamo o celebriamo un avvenimento, noi celebriamo o ricordiamo tutti la stessa cosa. Giudizi culturali e politici che per un lungo tratto sono appartenuti a valori condivisi e ritenuti dalla maggioranza dei contemporanei evidenti e persino indiscutibili, improvvisamente perdono la loro autoevidenza, cessano di essere condivisi, fino a essere messi in discussione nella loro stessa fondatezza. Pensiamo alla persistenza e persino al rafforzamento dei negazionismi: tra tutti quello sulla Shoah.

La conoscenza culturale, l’esame delle fonti e persino l’esercizio della controfattualità evitano una discrezionalità e una strumentalità della lettura del passato che finirebbe col negare i fatti, affermando un approccio strumentale e nichilistico nei confronti della realtà.

Le certezze della Guerra fredda, ad esempio, per lunghi anni così granitiche, oggi ci appaiono più dubbie. Il ritorno di tempi passati compensa il venir meno di elementi della memoria, ma può vanificare il significato delle cose allora vissuto, modificando l’ordine delle priorità.

Il nostro presente europeo e nazionale sembra oggi sottrarsi al passato prossimo per riavvicinarsi nuovamente a modelli del passato remoto della storia europea. Anche il ritorno di spazi storici evoca nella memoria il ritorno di tempi storici. La ridefinizione dei confini nazionali dell’Europa dell’Est dopo il crollo dell’Impero sovietico ci rimanda a una geografia dell’Europa assai prossima a quella dell’indomani della Grande guerra.

In seguito alla cesura del 1989 riemergono tendenze sempre più forti che affondano le loro radici nei conflitti nazionali del XIX secolo e nelle «guerre civili europee» del XX secolo. Si sta relativizzando l’asse dell’antagonismo ideologico, che rappresenta sempre meno l’unica chiave interpretativa del Novecento; esso cede il passo a un altro asse interpretativo, legato non tanto all’opposizione tra valori e tra forme diverse di weltanschauung, quanto alla validità di elementi nazionali, etnici e geografici. Nessuno dei due assi interpretativi (quello dell’antagonismo ideologico e quello del conflitto etnico) garantisce tuttavia per sé solo un’adeguata descrizione, non solo del Novecento, ma anche di quello che sta accadendo attualmente.

Di fronte a una situazione inedita

Nuove questioni e nuove dinamiche si affacciano. Fra tutte, la grande rivoluzione nella comunicazione, l’ecosistema della rete, che tiene assieme tre livelli di trasformazione: antropologica, economico-scientifica, politica. Il nuovo sistema che pare prendere forma storica è quello che complessivamente potremmo indicare nella relazione problematica tra globalizzazione e democrazia. Il cambio generazionale in atto, che si annuncia come cambio antropologico, si scontra, si scompone e si ricompone con una grande trasformazione geopolitica. Tutti i riferimenti culturali sono rimessi in discussione, così come i modelli di appartenenza, le figure e i valori di riferimento, su un piano politico, su un piano valoriale, su un piano economico e tecnico-scientifico.

Il lungo processo di secolarizzazione che ha attraversato, determinandola, l’intera modernità, e che da oltre mezzo secolo informa quella che con insufficiente definizione chiamiamo «postmodernità», è giunto a forme ancor più radicali con il manifestarsi dell’individualismo, che accelerato dalla nuova rivoluzione comunicativa, soprattutto tra le nuove generazioni, mostra un io ipertrofico e frammentato, vitalistico e fragile a un tempo, che obbedisce al comandamento: io, qui, ora.

«Il pensare postmoderno – ricordava il card. Martini ancora nel 2008 – è lontano dal precedente modo cristiano platonico di giudicare la realtà. In cui erano dati per scontati la supremazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell’intelligenza sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell’unità sul pluralismo, dell’ascetismo sulla vitalità». Questo è il mondo – proseguiva Martini con una visione non necessariamente negativa – «nel quale prevale la sensibilità, l’emozione, l’attimo. L’esistenza umana diventa un luogo e uno spazio nel quale tutto il possibile è immediatamente reale. E tutto è legittimo. È una reazione contro una mentalità eccessivamente razionale. La letteratura, la musica e le nuove scienze umane rivelano come molte persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi razionali, dove la civiltà occidentale è un modello da imitare».

Il superamento di leggi razionali date non equivale alla fine del razionalismo ma a una sua trasformazione e, potremmo dire, radicalizzazione, ultimamene indotta dal processo di tecnicizzazione che ha frammentato competenze e ricerche e che rischia, nella sua riorganizzazione del sapere, di ridurre la realtà al dato numerico quale unico elemento interpretativo del reale: siamo di fronte a un processo di datizzazione della realtà. Che cos’è la visione digitale delle cose, la sua trasposizione numerica, se non l’identificazione organizzativa della conoscenza con il processo di ricerca, conservazione e utilizzo di dati? Ogni concezione finalistica è per ciò stesso esclusa.

Si tratta di una svolta antropologica che fa mostra di nuove forme di relativismo, come ha variamente argomentato Benedetto XVI, e che fa seguito, anche causalmente, al precedente tempo delle ideologie totalitarie, con la loro pretesa veritativa assoluta (dal progressismo positivista, al liberismo economicistico, ai fascismi, al nazismo, al comunismo), e le cui contraddizioni irrisolte rimangono ancora pesantemente dentro la nostra storia. Macerie che ingombrano il cammino.

Non ne è seguita solo la perdita di modelli narrativi condivisi e il frantumarsi delle diverse concezioni ideali. Non c’è stata solo una reazione relativistica all’assolutismo precedente. C’è stata una perdita di storicità della storia. C’è stata una crescente reazione a ogni forma vincolante e di legittimazione. C’è stata la critica aprioristica verso ogni tipo di autorità, si tratti della scuola, delle scienze e del sapere accademico, o delle istituzioni politiche e religiose.

Ma questo nuovo cambiamento merita di essere analizzato in sé. I grandi cambiamenti geopolitici hanno fatto il resto. La perdita progressiva della supremazia economico-militare statunitense (non adeguatamente sostituita dagli stessi Stati Uniti con una diversa struttura istituzionale partecipata e condivisa a livello internazionale); la mancata evoluzione dell’integrazione politica europea (oggi posta in questione da nazionalismi, secessionismi e isolazionismi vari) hanno determinato da parte statunitense ed europea una risposta insufficiente di fronte al compito storico di offrire una guida equilibrata dei conflitti e un tentativo di regolamentazione dei processi di globalizzazione. Si pensi alle guerre e alle crisi in corso, al fenomeno migratorio, al processo di finanziarizzazione dell’economia, al monopolio della ricerca tecnologica e al grave incremento delle disuguaglianze e della povertà.

Ne è scaturita una crisi profonda della democrazia social-liberale, che sembra non reggere l’urto dei conseguenti cambiamenti geopolitici e della globalizzazione così come si è affermata. Assistiamo alla fine di quella interdipendenza fra democrazia e libero mercato che ha segnato a lungo il processo di sviluppo economico e democratico dell’Occidente. Non a caso il modello totalitario cinese, che tematizza la dissociazione tra sviluppo economico e democrazia, viene oggi considerato da molti, soprattutto nelle aree più povere del mondo, come il più efficace e di fatto come il nuovo modello sostitutivo del processo di democratizzazione.

Si potrebbe sintetizzare dicendo che il processo di globalizzazione, ridotto nella pura forma del neo-liberismo finanziario, ha fallito la possibilità di una guida democratica, consumando gli Stati Uniti e l’Europa proprio nelle ragioni storiche e fondamentali della loro egemonia politico-culturale. I “sovranismi” sono una reazione passatista a quel fallimento che tuttavia comporta una accelerazione della crisi in atto in Occidente.

L’Italia non è altrove

L’Italia non è altrove. Essa attraversa una delle fasi più difficili della sua storia, contrassegnata su un piano istituzionale dalla crisi del modello democratico e del sistema politico a cui non è stata in grado negli ultimi trent’anni di dare una risposta istituzionale adeguata, rispetto alla quale la reazione che va sotto l’etichetta di populismi ci sembra una accelerazione della crisi, più che una risposta; su un piano economico dall’impoverimento di fasce diversificate e significative di popolazione: i ceti medio-bassi, i giovani, gli anziani soprattutto nelle periferie (urbane e geografiche); su un piano sociale dalla demoralizzazione e dall’aumento della sfiducia che disgrega la società, le sue forme associative e gli istituti di intermediazione; su un piano antropologico dal cambio culturale in atto che celebra il presente come unico orizzonte; su un piano spirituale dalla perdita della trascendenza e dall’affermazione di una nuova incredulità che si fa semplice indifferenza.

Un percorso di cultura politica

Riteniamo che conoscere e riconoscere le dinamiche storico-culturali del Novecento, le tragedie scaturite dai miti e dai simboli delle ideologie di massa, gli ideali che si sono confrontati e le categorie interpretative che li hanno sostenuti ci possono aiutare a discernere il nostro presente. Crediamo che sia utile farlo attraverso percorsi che viaggiano nel tempo, procedendo per confronti, rispecchiamenti e differenze tra allora e oggi, senza ricorrere a facili analogie.

Per questo motivo abbiamo pensato di dare vita a un appuntamento annuale che sia di fatto un archivio delle memorie e una semina di futuro. Abbiamo chiamato questo percorso: «Non di solo pane vivrà l’uomo», evocando, nella citazione degli evangelisti Luca e Matteo, sia la differenza, sia la corrispondenza tra storicità e trascendenza. Solo quella inerenza tensionale consente di elaborare un giudizio critico circa le dinamiche rischiose del potere, sia esso religioso, economico, o ideologico.1

Si tratta di un ciclo annuale di incontri, a cura della rivista Il Regno e della Comunità monastica di Camaldoli. Scopo degli incontri è avviare un confronto formativo sui grandi temi della politica nazionale e internazionale. All’interno di un approccio multidisciplinare, particolare cura è data alla lettura storica e culturale degli avvenimenti. L’ispirazione cristiana ne è il criterio orientativo, aperto al confronto con altre visioni culturali e religiose.

Questo primo incontro è dedicato al tema: «Rivoluzioni e totalitarismi, come radici della crisi attuale».

 

Gianfranco Brunelli,

direttore de Il Regno

 

Si può acquistare (€ 15,00) l’Annale Chiesa in Italia, curato dalla rivista Il Regno a partire dal 1992, rivolgendosi a ilregno@ilregno.it, oppure telefonando in redazione allo 051 0956100.

 

1 «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». Sono le parole di Gesù del Vangelo di Matteo (Mt. 4, 4) e di Luca (cf. Lc. 4,4). «Non in pane solo vivet homo» è una citazione pressoché testuale da Deuteronomio 8,3: «Il Signore ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Gesù riprende queste parole rispondendo all’invito del diavolo di trasformare in pane le pietre del deserto, per saziare la sua fame, dopo 40 giorni e 40 notti di digiuno; il testo di Matteo prosegue: «Sed in omni verbo quod procedit de ore Dei», «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (in Luca: «Sed in omni verbo Dei», «ma di ogni parola di Dio»).