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Attualità
Attualità, 12/2018, 15/06/2018, pag. 362

Sud Sudan: in cerca di pace

Enrico Casale

Temiamo «che i nostri leader non sappiano come fare la pace. Sono confusi». In questo passo del Messaggio dei vescovi cattolici sudsudanesi, pubblicato in occasione della Giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace in Sud Sudan e Repubblica democratica del Congo (23 febbraio scorso), c’è tutto il dramma del Sud Sudan. Il paese è giovane, è nato nel 2011, ma dal 2013 conosce una guerra civile devastante che ha provocato morti, miseria, rifugiati e sfollati interni. Un conflitto in cui si mescolano interessi economici, storiche rivalità etniche, complicità internazionali (cf. Regno-att. 2,2017,41).

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Dieci anni fa nasceva il Sud Sudan. Uno stato tutto nuovo che metteva in discussione, per la seconda volta nella storia africana (la prima era stata l’Eritrea), i confini dettati dal potere coloniale. Staccandosi dal Sudan, la nuova nazione cercava di dare una identità e una vera cittadinanza alle popolazioni nere cristiane e animiste che erano sempre state trattate da Khartoum come persone di serie B (cf. Regno-att. 2,2011,14; 14,2011, 441; 18,2011,600).

 

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Sembrava dovesse essere una guerra lampo. Uno di quei conflitti aspri, ma di pochi giorni. Invece, nonostante il premier Abiy Ahmed abbia annunciato il termine delle ostilità a fine novembre, a circa un mese dall’inizio, le armi non hanno mai smesso di sparare in Tigray, la regione settentrionale dell’Etiopia. Alcuni analisti lo avevano annunciato: la guerriglia sarebbe andata avanti. I membri del Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF) non avrebbero lasciato facilmente il potere all’odiato governo federale di Addis Abeba.

 

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