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Attualità
Attualità, 12/2022, 15/06/2022, pag. 371

Rosemary, l’apripista

Rosemary Radford Ruether

Elisabeth Green

Sabato 21 maggio è deceduta Rosemary Radford Ruether (1936-2022), una delle figure più importanti della teologia femminista statunitense di cui è stata una vera e propria apripista, come ricorda Mary Hunt, della storica «Alleanza delle donne per teologia, etica e rituale».

 

Sabato 21 maggio è deceduta Rosemary Radford Ruether (1936-2022), una delle figure più importanti della teologia femminista statunitense di cui è stata una vera e propria apripista, come ricorda Mary Hunt, della storica «Alleanza delle donne per teologia, etica e rituale».

Il suo Per una teologia della liberazione della donna del corpo e della natura è uno dei primi libri dell’allora nascente teologia femminista a essere tradotto nel 1976 in italiano per Queriniana. Nonostante le sue numerose pubblicazioni successive – per un totale di 47 – dovremo aspettare quasi vent’anni (1995) per potere leggere in italiano un altro suo testo, Gaia e Dio. Una teologia ecofemminista per la guarigione della terra (sempre per Queriniana). In altre parole, grazie a una politica editoriale italiana che tuttora mi rimane incomprensibile, Sexism and God-Talk. Towards a Feminist Theology (Beacon, Boston 1983), testo programmatico e forse la sua opera più importante, rimane ancora poco conosciuto nel nostro paese. Da segnalare anche, nella raccolta a cura di Mary Hunt e Rosino Gibellini La sfida del femminismo alla teologia (Queriniana, Brescia 1980), il suo noto saggio «Cristologia e femminismo», dove Ruether si pone una domanda ormai diventata classica: «Un salvatore maschile può aiutare le donne?».

Rosemary Ruether faceva parte, insieme a Mary Daly ed Elisabeth Schüssler Fiorenza, della triade di teologhe femministe statunitensi che è stata un punto di riferimento fondamentale per la teologia femminista successiva. Tutte cattoliche, Ruether appare, anche grazie all’ampiezza dei suoi interessi e della sua opera, probabilmente la meno «confessante» delle tre. Docente dal 1976 nella Garrett Evangelical Theological Seminary della Chiesa Metodista Unita, Ruether, secondo Mary Hunt, non ha permesso che «i fallimenti della Chiesa kiriarcale dettassero le sue priorità», preferendo rivolgere piuttosto la propria attenzione alle urgenti questioni del mondo.

Ciò nondimeno, Ruether si è adoperata, anche attraverso i suoi scritti, a favore dell’accesso delle donne al sacerdozio ordinato, dedicando energia non solo alla «Chiesa delle donne» ma anche a una visione progressista del cattolicesimo, che non coincide col Vaticano (Catholic does not Equal the Vatican. A Vision for Progressive Catholicism, New Press, New York 2008). Tutti libri e articoli che anche gli attuali movimenti delle donne nella o per la Chiesa potrebbero rispolverare con profitto.

Nonostante il suo sguardo globale, il pensiero di Rosemary è radicato nel contesto americano. Se il sottotitolo del primo libro tradotto in italiano è La speranza umana si confronta con la speranza cristiana e il potere americano, tra i suoi ultimi lavori troviamo America Amerikkka (Equinox, Londra 2007), una critica alla violenza imperialista di una nazione che si considera eletta. L’impegno sociale di Ruether nasce nei movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta e continua per tutta la vita, tant’è che viene acclamata come studiosa-attivista. Tale attivismo la porta a riflettere teologicamente su tutta una serie di questioni come l’antisemitismo, il conflitto tra Israele e Palestina, il dialogo interreligioso, la globalizzazione, la famiglia e la crisi ecologica. Le basi teoriche di una visione così ampia sono già delineate in Per una teologia della liberazione. Utilizzando il dualismo anima-corpo e soggetto-oggetto come paradigma di oppressione – ovvero svelando la dinamica di ciò che oggi conosciamo come l’economia binaria – Ruether considera l’esclusione e la discriminazione delle donne insieme a tutta una serie di altre forme di esclusione.

Da lì passa (anche grazie alla sua formazione classica e a un dottorato su Gregorio Nazianzeno) ad analizzare l’effetto di tali dualismi lungo la storia della teologia cristiana, mettendo in evidenza la connivenza del cristianesimo con molteplici forme di oppressione e suggerendone vie di uscita.

Come si desume da Gaia e Dio, tali vie d’uscita metteranno in forse le visioni consolidate di Dio, l’umano e il mondo. Ruether, però, insiste sulle possibilità trasformatrici delle quali il cristianesimo è vettore. Durante i miei primi anni di studi teologici, quando il dibattito del movimento delle donne sul cristianesimo (e la discussione delle Chiese sul femminismo) erano piuttosto vivaci, lessi una frase di Ruether che non mi ha mai abbandonato. Il patriarcato – scriveva – ha certamente condizionato le Scritture come tutti i grandi classici della cultura occidentale, ma non le ha determinate. Anzi, oltre a legittimare il sessismo, la Bibbia «ha sempre fatto qualcos’altro». Da allora, insieme alle mie colleghe, sono sempre stata alla ricerca di quel «qualcos’altro». Le condizioni storiche, sociali e culturali dell’Italia fanno sì che le istanze del movimento delle donne e quelle della fede (soprattutto nella sua forma ecclesiocentrica) raramente s’incontrino. Altrove, dove lo stesso femminismo può vantare radici religiose e lo studio della teologia non è rivolto alla formazione del clero, è nato un dibattito fecondo tra teologhe che sono rimaste all’interno della tradizione cristiana e donne che definendosi postcristiane sono alla ricerca di forme di spiritualità gynocentriche.

Rosemary ha partecipato in prima persona a tali dibattiti con la teologa britannica Daphne Hampson, per esempio, nello storico incontro avvenuto nel 1987 nella cattedrale di Westminster e con esponenti di una religione della Dea attraverso articoli e libri come Goddesses and the Divine Feminine. A Western Religious History (University of California Press, Oakland 2006).

Nella sua opera autobiografica My quests for Hope and Meaning (Wipf & Stock, Eugene 2013), Ruether ricorda l’importanza che hanno avuto per la sua vita e la sua ricerca le sue antenate femminili: nonne, zie, la madre. Per me, e per molte teologhe femministe, Rosemary Radford Ruether è un’antenata preziosa il cui spirito e la cui opera continueranno a circondarci, sostenerci e ispirarci mentre, con le forze che ancora ci rimangono, corriamo la gara che ci è proposta (cf. Eb 12,1).

 

Elizabeth Green *

Tipo Segnalazioni
Tema Cultura e società Teologia
Area
Nazioni