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Attualità
Attualità, 8/2022, 15/04/2022, pag. 271

Sinodo in parrocchia

Ovvero la riscoperta dell’assemblea

Luigi Accattoli

Chissà che il Sinodo sulla sinodalità non aiuti le parrocchie a riscoprire l’assemblea di lavoro dopo decenni che più non si vedeva?

Come raccontavo in questa rubrica all’inizio dell’anno (cf. Regno-att. 2,2022,67s), seguo alcune comunità romane nella fase parrocchiale del grande Sinodo. Questa fase andrà avanti fino a Ferragosto, ma almeno a Roma le parrocchie sono tenute a mandare in Vicariato la loro sintesi entro Pasqua.

Ed eccoci agli ultimi incontri dove si leggono i rapporti dei gruppi di lavoro per metterli insieme. Riferisco qualcosa di questi lavori in corso. Possono aiutare a intendere com’è avvertita alla base – e che cosa smuove – la chiamata papale alla via sinodale per il futuro della Chiesa. 

Tutta una giornata
con pranzo al sacco

Il Vademecum (cf. Regno-doc. 17,2021,537s) per il lavoro parrocchiale chiedeva di rispondere anche a questa domanda: «Oggi lo Spirito chiama a fare nuovi passi verso una comunione più profonda e vera tra noi e verso chi è fuori dalle nostre mura. Che Chiesa vorremmo e vorremmo essere? Pensiamo anche a delle proposte concrete». Uno dei gruppi da me conosciuti ha messo questa, tra le proposte concrete: «Programmare tre incontri annuali in cui la comunità si ritrova per conoscersi e fare il punto su dove sta andando».

Chiamato ad animare un’assemblea, ho scelto questa tra le proposte concrete e l’ho trattata più ampiamente, anche per dare l’esempio di un metodo di lavoro applicabile a ogni altra idea posta sul tavolo.

Ottimi gli incontri per conoscersi e fare il punto, ho detto: è sorprendente come non ci si conosca tra le 40 o 100 persone attive in una parrocchia di media dimensione. Quelli dell’emporio dei poveri non conoscono i catechisti. Il gruppo biblico neanche sa che nella stessa aula, in altro orario, lavorano i volontari della scuola d’italiano per gli immigrati. Questo gap relazionale è grave non solo per il mancato aiuto pratico, ma anche per la demotivazione che incentiva: «Siamo pochi, siamo vecchi, siamo sempre gli stessi». E neanche si sa che al «servizio docce» ci sono giovani che aiutano efficacemente i senzatetto e senza igiene.

Provvidenziale dunque che si cerchi la via e il modo di conoscersi. Ma tre incontri nell’anno sono troppi. L’eccesso degli appuntamenti è una spina nella carne d’ogni comunità. La mia idea sarebbe piuttosto di farne uno, e magari di tutta una giornata, con pranzo al sacco, in modo che ci sia agio per uno scambio reale.

La chiamerei «assemblea annuale della parrocchia». «Non ne facciamo mai», mi dicono nelle tre comunità. «Ci vediamo quasi tutti solo quando viene in visita il vescovo di settore, ma capita magari solo ogni cinque anni». «Avevamo una giornata del mandato nel mese di ottobre, quando venivano presentati gli incaricati della catechesi. Ma a causa della pandemia sono due anni che non si fa».

Oltre che per conoscersi e fare il punto, l’assemblea annuale, possibilmente non presieduta dal parroco, potrebbe servire per far conoscere la comunità ai marginali, ai non praticanti, ai non credenti con i quali la parrocchia è in contatto con le attività caritative, culturali e simili. 

«Coinvolgere gli esclusi»
ma senza montarsi la testa

I testi base di avvio del Sinodo insistono sull’aggancio di esterni. «Sarà di fondamentale importanza che trovi spazio anche la voce dei poveri e degli esclusi» (Documento preparatorio 31; Regno-doc. 17, 2021,536), di «coloro che hanno lasciato la Chiesa, coloro che praticano la loro fede raramente o non la praticano affatto» (Vademecum 4.1; Regno-doc. 17,2021,549s).

Alle parrocchie dove mi sono trovato a parlare ho detto: va bene, non c’è stato il tempo per fare questi sondaggi in vista della sintesi da mandare al Vicariato, ma possiamo tentare qualcosa di simile i prossimi anni. In vista dell’assemblea annuale potremmo suggerire a ogni gruppo d’attività parrocchiale (catechesi, liturgia, carità, coro, Bibbia, Rosario, anziani soli…) d’invitare a parteciparvi almeno un esterno, un marginale, un non credente. Se lo faremo, prenderà corpo quella che al momento suona come un’idea astratta: «Coinvolgere gli esclusi».

È mia convinzione che nelle parrocchie si soffra, spesso, di una specie di sindrome del perfezionismo, per cui tutto quello che si fa, di cui si dispone, che è già noto, appare come inadeguato, impresentabile, non all’altezza. Immagino che questa sindrome abbia a che fare con la tradizione a dominante clericale delle nostre comunità. Per dirla in breve: se non hai almeno una licenza in teologia o in diritto canonico, è meglio che tu resti in silenzio. 

Questa sindrome deleteria non permette di vedere le risorse di cui si dispone. Una parrocchia mediamente attiva i marginali, gli esclusi, i senza parola, i non credenti di cui parlano i testi sinodali li conosce benissimo, li ha come ospiti delle sue normali attività. Ma se si legge in un testo ufficiale che vanno ascoltati i «poveri» e così via uno subito dice: e dove li trovo? Questi che ci assediano ogni giorno non sono certo quelli che intendono al Vicariato o alla Segreteria del Sinodo. 

Invece no: sono proprio quelli. Ciò che dobbiamo fare è soltanto d’invitarli all’assemblea. L’uditorio s’infoltirebbe e nuove voci verrebbero ascoltate. Se ogni gruppo porta un invitato, il prossimo anno potremo avere 10 nuovi partecipanti in rappresentanza degli «esterni». 

Andare anche nei luoghi
dove le porte sono chiuse

Più impegnativo è «andare anche nei luoghi dove le porte sono chiuse», come propone il foglio di uno dei gruppi che mi hanno chiamato. Per fare questo occorre che la parrocchia disponga di un minimo di esploratori dell’uscita, disponibili a mettere in conto il fallimento e la porta in faccia. Ogni altra iniziativa missionaria potrebbe essere propedeutica a questa, come proponevo nel testo Un consiglio ai vescovi. Prendete 12 esploratori dell’uscita (Regno-att. 10,2019,319s).

In vista della conoscenza reciproca tra gli attivi in parrocchia, ho suggerito ai miei interlocutori di dare vita a una banca dati, o anche solo a un indirizzario digitale. L’ottimo sarebbe realizzare una lista dell’intera popolazione parrocchiale con indicazione dei recapiti e del possibile apporto alla vita comunitaria. Una volta tutto questo lo faceva il parroco: era lui che conosceva «lo stato delle anime». Dai registri delle parrocchie è nata l’anagrafe civile. Grandi cose.

Oggi vibrano altre antenne. I fogli appesi in bacheca, il bollettino parrocchiale, gli avvisi a fine messa, la rubrica telefonica della segreteria parrocchiale vanno integrati con il sito on-line, con il profilo Facebook e con ogni altra risorsa della Rete.

In aiuto agli anziani
per l’uso del computer

Un foglio sinodale di una delle mie parrocchie poneva la domanda su «come coinvolgere i ragazzi del dopo cresima in attività concrete»: la realizzazione di una banca dati digitale che copra l’intera popolazione parrocchiale potrebbe essere un’impresa attraente per i giovanissimi smanettoni dei computer che non vedono l’ora di troncare ogni rapporto con la parrocchia.

Un altro foglio sinodale proponeva la creazione di una «banca parrocchiale del tempo», mediante la quale «ciascuno si mette a disposizione dei bisogni comunitari indicando i giorni e le ore del proprio impegno». Chi può fare presenza in chiesa – a scopo di vigilanza – nelle ore morte del dopo-pranzo, il medico che curerà gli immigrati che non sono coperti dal Servizio sanitario, l’avvocato che assisterà i bisognosi in pratiche e vertenze, chi farà compagnia ad anziani soli… e tutto il resto di cui si ha bisogno nel porto di mare che è una parrocchia.

Un servizio oggi prezioso è l’aiuto agli anziani per l’uso del computer: apprenderne l’arte, la sua manutenzione, lo svolgimento di pratiche e prenotazioni on-line: anche qui si può avere un fruttuoso contatto tra giovanissimi e anziani. In famiglia questo lo fanno i nipoti, ma ci sono nonni senza nipoti. I ragazzi si sentono onorati dalla richiesta, che li fa sentire utili. Gli anziani sono felici d’imparare a navigare senza spesa.

Sia questa banca del tempo, sia la banca dati che dicevo sopra dispensano il parroco dal farsi carico dell’intero servizio d’informazione, comunicazione, coordinamento di persone e attività; e anche rimediano alla perdita dell’intero patrimonio di contatti quando il parroco lascia la parrocchia. Le agende e le rubriche personali sono difficili da passare di mano, mentre le banche dei dati e del tempo restano agibili anche quando cambia il timoniere.

La benedizione delle famiglie che si fa in Quaresima potrebbe essere l’occasione per raccogliere i dati dei non attivi in parrocchia ma attivabili, per censire i loro campi d’interesse o di possibile aiuto, per averne l’autorizzazione a inserirli nelle liste che si dicevano.

Segnalare i limiti sì
ma occhio al disfattismo

I documenti della preparazione sinodale suggerivano di segnalare nelle sintesi da inviare alle curie vescovili anche le cose che non vanno
e magari il dissenso di una minoranza rispetto al testo della maggioranza. Ebbene, una delle mie parrocchie ha inserito nel foglio di sintesi aperte critiche ai sacerdoti responsabili della comunità (per il fatto che non vi è concordia tra loro) e alle loro omelie.

Nel commentare questa lodevole parresia, cioè libertà e coraggio di dire, ho anche invitato alla misericordia interpretativa: passando dalla reticenza alla denuncia, che è ottimo passo, c’è il rischio di montare lo scontento proprio come si fa con la panna, cioè smenandola. Non siamo abituati alla critica comunitaria. Nell’aprirle la strada occorre anche proporsi d’imparare la tolleranza per i limiti che si segnalano. È salutare la denuncia, ma è pessima la sabbia mobile del disfattismo.

 

www.luigiaccattoli.it

 

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area EUROPA
Nazioni

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