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Attualità
Attualità, 14/2023, 15/07/2023, pag. 474

La capra di Garibaldi

E i dolcetti marocchini

Piero Stefani

In un angolo del sottotetto la vista è catturata da un reperto insolito: una capra impagliata di modeste dimensioni. Su un biglietto campeggia un prevedibile: «Non toccare». Ce n’è però un altro su cui si legge che l’animale fu regalato da Giuseppe Garibaldi a Domenico Marchiori (pittore e deputato). Non c’è data. Il pensiero corre, inevitabilmente, all’isola di Caprera. Sono sprovvisto di adeguate competenze garibaldine per sapere con quale frequenza il generale facesse simili doni.

La capra impagliata è l’oggetto più inatteso presente nel museo del Risorgimento di Lendinara. Gli spazi espositivi sono ricavati da quella che un tempo fu la soffitta del palazzo Malmignati Conti Boldrin, ora sede della biblioteca comunale. La maggior parte del museo è dedicata alla figura più illustre che Lendinara offrì al nostro Risorgimento: Alberto Mario.

Volontario nella Prima guerra d’indipendenza, Mario riparò dapprima a Genova, poi a Londra dove sposò la giornalista Jessie White, con la quale perorò la causa risorgimentale persino negli Stati Uniti. Tornato in Italia, ed espulso dal Regno di Sardegna, si rifugiò a Lugano dove soggiornavano sia Mazzini sia Cattaneo; condivise le scelte federaliste di quest’ultimo.

Nel 1860, assieme alla moglie, riuscì a imbarcarsi per raggiungere Garibaldi in Sicilia con il secondo contingente. Due anni dopo scrisse La camicia rossa, memorie della spedizione dei Mille redatte originariamente in inglese; partecipò alla Terza guerra d’indipendenza e fu con Garibaldi a Monterotondo (1867). Negli anni Settanta e Ottanta si dedicò a tempo pieno al giornalismo.

Dopo l’annessione del Veneto tornò nella natia Lendinara, dove morì nel 1883. Sulla sua tomba la vedova volle che fosse incisa una parte dell’orazione funebre tenuta da Carducci: «Da Giuseppe Mazzini / la tenace unità dei propositi / Da Carlo Cattaneo / la feconda varietà degli svolgimenti / Da Giuseppe Garibaldi / l’ardenza pratica dell’azione / Dalla storia d’Italia / la tradizione del governo a popolo / Da se stesso ebbe / la serena intelligenza della vita / dedicata a un ideale superiore / nella dignità del dovere e del sacrificio…».

Jessie White, autrice della memorabile inchiesta La miseria in Napoli, sopravvisse più di vent’anni ad Alberto; morì a Firenze per essere infine sepolta accanto al marito; il museo conserva la grande bandiera italiana che avvolse la bara in cui fu traslata.

Dall’antico sottotetto è stata ricavata anche una sala conferenze. Per raggiungerla occorre fare parecchie scale; tuttavia i gradini non scoraggiarono, in un pomeriggio domenicale, la presenza di un pubblico talmente numeroso da dover trovar posto anche all’esterno della sala. Il sindaco disse che non si sarebbe mai aspettato l’arrivo di 120 persone.

Il tema che richiamò tanta gente non aveva nulla a che vedere con Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Mario e White. Per iniziativa di una giovane mediatrice culturale musulmana, ci si doveva occupare del confronto tra Bibbia e Corano. Tuttavia fra i presenti l’istanza principale, più che di occuparsi di testi sacri, era quella di comprendere un po’ di più la cultura e il comportamento di persone ormai inserite da tempo nel paese. Nella sala era peraltro presente una non esigua rappresentanza maschile musulmana; dal canto suo, il velo di Khadija, questo il nome dell’ideatrice, non trovava molti riscontri nella sala.

Si erra pensando che al gruppo dei musulmani il nome di Garibaldi facesse venire in mente soprattutto qualche via o qualche piazza? E quello di Carlo Cattaneo evocherà mai qualcosa?

Confronto tra cristiani e musulmani

A Lendinara è sita l’abbazia di Nostra Signora del Pilastrello, un santuario affidato ai padri olivetani. L’abate ha un cognome che suona molto simile a quello dell’attuale presidente ucraino. Non si tratta però del solito polacco che viene a rimpolpare le fila, sempre più esili, del clero italico. Il monaco è nato in Ohio. L’abate racconta che la tipica vocazione monastica è quella di cercare Dio, così ha fatto anche in prima persona per lunghi anni; ma da un po’ di tempo in lui è emersa un’altra esigenza: cercare l’uomo. In questo caso però lo strumento indispensabile è il dialogo e non già la lanterna, come per l’antico Diogene.

L’abate perciò si chiese perché si fosse voluto ricorrere al termine «confronto»; non sarebbe stato forse meglio parlare di dialogo?

L’intervento di un giovane musulmano rivendicò la pertinenza d’affidarsi al confronto. Occorre prendere atto sia delle somiglianze sia delle differenze. Per comprendere davvero il Corano non basta avere nozioni sui suoi contenuti, occorre saperlo recitare (non è forse questo l’etimo della parola?) ma ciò è praticabile soltanto in arabo. Quanti non musulmani sono nelle condizioni di poterlo fare?

Il tono non era né polemico, né aggressivo; tendeva solo ad affermare alcune peculiarità non riassorbibili in una dimensione secondo la quale tutte le religioni, in fin dei conti, comunicano lo stesso messaggio. Il Corano è parola di Dio in senso pieno, non un’espressione culturale tra le altre. Ciò non significa che non si possa dialogare tra persone appartenenti a fedi diverse.

La base accomunante che consente lo scambio, però, va ricercata altrove, in particolare nei principi garantiti a tutti dalla Costituzione italiana. Il gruppo dei musulmani presenti, per lo più giovani e cresciuti in Italia, approvò.

Prende la parola un altro relatore. Non è musulmano ma dà mostra di conoscere i contenuti coranici. Il discorso è di un taglio culturale fin troppo robusto per gli orecchi di alcuni ascoltatori. Il suo dire culmina in un commento a un passo coranico spesso interpretato all’insegna di una larga apertura dialogica.

Il relatore fa però notare un aspetto spesso trascurato: «A ognuno di voi [ebrei, cristiani e musulmani] abbiamo assegnato un rito e una via ma se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi un’unica comunità e se non l’ha fatto è per mettervi alla prova in quel che vi ha donato. Fate a gara nelle cose buone, tutti farete ritorno a Dio ed egli vi informerà di ciò in cui vi discordate» (Corano 5,48).

Dio è alle spalle di un certo tipo di pluralismo religioso, ma ciò non significa che una via valga l’altra. Nel versetto precedente il testo sacro dell’islam aveva proclamato: «A te [Muhammad] abbiamo rivelato il libro [il Corano] in tutta verità a conferma delle scritture rivelate prima e a loro protezione. Giudica dunque tra loro secondo quel che Dio ha rivelato e non seguire i loro desideri preferendoli alla verità che ti è giunta».

Quanto Dio svelerà, allorché tutti ritorneremo a lui, non è dove stia la pienezza delle verità, lo sa già: è contenuta nel Corano. Quanto Dio rivelerà è perché, pur essendo ben chiaro dove sia la verità, la sua volontà fa sì che, nel mondo, sussistano più comunità religiose. Qui non c’è spazio per il relativismo inteso come presupposto alla tolleranza.

Quale senso di nazione?

Il dibattito, come ci si attendeva, virò verso il tema della convivenza e del pluralismo. A coronare questa linea intervenne il sindaco al fine di rivendicare la politica interculturale della sua amministrazione. La conclusione effettiva non spettò però a lui. Risuonò un invito. Tutti i presenti allora scesero a pianoterra per gustare tè e dolci marocchini.

Se si fermasse qui la notazione sarebbe colpevolmente sintetica. La definizione «dolci» è vaga, si trattava di centinaia e centinaia di pasticcini vari per gusti e decorazioni. Piccoli esempi, solo in relazione alle dimensioni, di arte culinaria, tutti preparati da Khadija e da sua sorella a casa loro. La tavola imbandita, le teiere e le tazzine erano prevedibili, le ore richieste per la preparazione dei dolcetti superavano invece l’immaginazione.

A piano terra il mangiare s’incrociava con un multiforme parlare. Il compatto gruppetto musulmano non si frastagliò, tuttavia ebbe pur sempre qualche interlocuzione con l’esterno. In sintesi, si dispiegarono discorsi vari sul far della sera.

Ricapitoliamo. In un palazzo di una cittadina polesana ha sede la biblioteca comunale Gaetano Baccari. Il nome dice poco. Si tratta di un prete che nei primi decenni dell’Ottocento donò i suoi libri, oltre 7.000, al paese. La biblioteca mutò varie sedi e s’arricchì di moltissimi altri volumi. In epoca recente il sottotetto è stato ristrutturato per situarvi sia il museo del Risorgimento sia una sala per conferenze.

In una domenica pomeriggio un pubblico numeroso venne ad ascoltare discorsi su Bibbia e Corano, o meglio, fu mosso dall’intento di capire come cristiani (o ex cristiani) e musulmani, divenuti parte integrante della nostra società, possano convivere positivamente assieme. Il tutto si concluse non a tarallucci e vino (due riferimenti proverbiali, di cui solo il primo recepibile da musulmani), ma a dolcetti marocchini e tè, accoppiata simbolicamente non predisposta a ricevere il senso di facile (e spesso fittizia) riappacificazione indicato dai due prodotti italici.

In definitiva, il piccolo aneddoto polesano invita a sollevare una domanda di ben altra portata: quale senso di nazione (e non solo di società) siamo chiamati a con-costruire nell’Italia del XXI secolo?

Tipo Parole delle religioni
Tema Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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