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Attualità
Attualità, 6/2023, 15/03/2023, pag. 182

Inverno d’un uomo felice

Mariapia Veladiano

Non si può servire Dio e mammona. Ecco. Viene in mente questo ammonimento di Gesù leggendo la raccolta Inverno d’un uomo felice, di Guido Piovene (Mondadori, Milano 1977). Lui li chiamava «raccontini», ricorda la moglie Mimy nella breve Introduzione, e sono brevi narrazioni che l’autore vicentino ha pubblicato fra il 1938 e il 1959. Ha fatto in tempo a rivedere testi e titoli, ma è morto appena prima di poter scegliere quali pubblicare.

Qui ne troviamo 24, ciascuno accende per un momento la luce su un personaggio o una città, fissa sguardo e pensiero sui comportamenti dell’umanità e come per caso, senza intento, ci regala piccole illuminazioni filosofiche. Il bellissimo titolo – un novenario dal ritmo amico che l’autore doveva amare perché l’aveva già utilizzato per un testo del 1931 – viene dal racconto in cui Piovene va a visitare il pittore e poeta Filippo De Pisis.

È il 1954 e De Pisis si trova ricoverato a Villa Fiorita, una clinica privata per malattie nervose. È lì da qualche anno e nelle serre ha allestito il suo atelier di pittura. Il pittore ci resta di sua volontà, «una volontà di malato, simile a quella che i credenti nell’altra vita attribuiscono alle anime, le quali vanno a porsi nel regno che loro compete» (73). A Piovene De Pisis «è sempre parso la felicità stessa» e del resto i suoi quadri sono solo bellezza, risultato di un suo particolare «daltonismo mentale, che gli permetteva di scorgere solo la giovinezza», abitati da «una beatitudine quasi obbligatoria» (73).

Quando arriva alla clinica, De Pisis lo sta aspettando nervoso e impaziente per il ritardo di qualche minuto. Vuole andare via. Insieme fanno un giro nel parco di Monza e intanto De Pisis parla parole circolari, sempre le stesse, ma «di una persona lucida, senza pazzia, la cui malattia sembra essere un’infelicità pura e assoluta» (75). Piovene gli ricorda la passione per la cucina, l’universale ammirazione per i suoi quadri e lui non lo raggiunge, si muove in sentieri diversi: «Io vedo tutto... vedo come una volta... quel rosa per esempio...» e indicava col dito «quel grigio, così fine. Ma non posso gustarlo... C’è troppo dolore... È pauroso» (75).

Poi De Pisis non parla più. «Ormai aspirava a tornare nella sua clinica, con la medesima forza di desiderio con cui, aspettando sulla soglia, aveva aspirato a fuggire» (76). Piovene racconta nella speranza che questa non sia l’ultima fase di quest’uomo felice, ma De Pisis morirà due anni dopo e se la malattia alla fine sembra avere un nome, forse polineurite o forse arteriosclerosi, ci si chiede quanto di quel dolore sia un vedere (troppo) lucidamente il male, come dire, naturale del mondo e quanto sia il prezzo da pagare per un eccesso di mondo che lo abita.

E mammona, allora? Ecco, il filo rosso del gioco attraversa tutta la raccolta. Piovene era un giocatore,
fin da giovanissimo, ci torna sopra spesso, quando parla di sé e della sua formazione. Un racconto dal titolo marpione, Le violette, trova la radice di questa passione di una vita.

È bambino e la governante lo porta a raccogliere le violette. Lui le raccoglie con sistematicità e le depone ai piedi della donna. L’intento è di raccoglierle tutte ma quando pensa d’aver finito e alza gli occhi vede un pezzo di prato più fiorito del primo e allora raccoglie più velocemente per non mancare il proposito prima che sia l’ora di tornare. Quando, ancora, arriva al limitare di quel prato alza gli occhi e vede che altri prati scendono in un declivio lunghissimo e qui «come annientato» scoppia in un «pianto furioso» (135).

Un pianto empio, lo definisce, perché rappresenta «il primo tentativo di ingurgitare il mondo, e la sua infinità» (135). Un sentimento simile a quello che (gli) capita nel gioco d’azzardo: «Il giocatore che raccoglie una vincita sente che il mondo intorno a lui fiorisce di vincite, a cui nessuna mano giunge; ogni istante ne produce una; non si può ritirare» (135). Ecco. Il possesso infinito è la dannazione degli uomini. Che sia il possesso dell’infinita bellezza attraverso la selezione, la negazione di quello che la contraddice, oppure l’infinito denaro, o le infinite violette.

Dei ricchi che popolano i racconti di Piovene non si salva proprio nessuno. Falsi, bugiardi, millantatori. Soprattutto falsi. Molto molto falsi. Come lo scrittore di un successo ormai passato che vive «rosicchiato dalla tristezza», «un morto terrorizzato di morire» (174-176), o come i ricchi abitanti di un paesotto veneto «clericali, gaudenti, avari, attaccati al possesso e ancora più al sogno di possedere» (132).

Nel 1949, e cioè nel mezzo del tempo in cui scrive questi racconti, Piovene ha pubblicato I falsi redentori, (cf. Regno-att., 6,2014,190), il romanzo che seziona fino nell’intimo ogni faccia di queste falsità che si muovono in una Vicenza clericale, appunto, malata nell’anima.

Ma in questa raccolta alcune luci ci sono.

La prima, quando Piovene racconta d’essere sopravvissuto a una tremenda gita in montagna, da ragazzo: «Vedendo quante volte avrei potuto e dovuto morire, in me con l’andare degli anni si rafforza un altro pensiero, che il vivere sia la regola e il morire l’eccezione. La sensazione riposante di una legge per cui noi dobbiamo vivere sempre, e si muore per caso, in una delle sue inspiegabili pause» (83).

La seconda, proprio a proposito del gioco: «Se il gioco ha una redenzione, è proprio in questo implicito della vastità del mondo, che ci riduce all’impotenza, e ci costringe all’umiltà» (135). 

Riposare nel felice sentire che questo finito della storia che si vive può essere alquanto migliore, se rinunciamo a mammona, cioè ad arpionare un infinito nel quale siamo dentro, di cui abbiamo intuizione, ma che non può essere posseduto.

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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