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Attualità
Attualità, 8/2026, 15/04/2026, pag. 230

Poesie sulla Pasqua

Mariapia Veladiano

Chi ha la fortuna di recuperare questo splendido libretto in qualche mercatino di libri usati, troverà che è un tesoro da rileggere e rileggere in questo tempo di Pasqua nella bufera del mondo.

Chi ha la fortuna di recuperare questo splendido libretto in qualche mercatino di libri usati, troverà che è un tesoro da rileggere e rileggere in questo tempo di Pasqua nella bufera del mondo. Poesie sulla Pasqua (a cura di Rienzo Colla, La Locusta, Vicenza 1992) è una raccolta per niente scontata di autori e autrici che hanno messo in poesia il mistero pasquale.

La poesia più lunga e anche sorprendente è Pasqua a New York di Blaise Cendrars (1887-1961) poeta, scrittore, viaggiatore. Era svizzero ma combatté per la Francia nella Grande guerra e della Francia fece la sua patria d’elezione. La poesia raccoglie intorno alla Pasqua la sorpresa dello sgomento individuale: «Nella camera accanto, un essere triste e muto / attende dietro l’uscio, attende ch’io lo chiami! / Sei Tu, è Dio, son io – è l’Eterno: / Non ti ho conosciuto allora, – né adesso. / Non ho pregato mai quand’ero bambino. / Tuttavia questa sera penso a te con terrore» (24).

Ma anche dello scandalo collettivo e sociale: «Signore, la folla dei miseri per cui il Sacrificio operasti / è qui, stabbiata, ammassata come bestiame, negli ospizi. / Nei battelli immensi vengono dagli orizzonti / e li sbarcano, alla rinfusa, sui pontoni. Sono bestie da circo che saltano i meridiani» (25s).

Un’umanità informe che il poeta descrive con versi pieni di partecipe consapevolezza: «Signore, io sono nel quartiere dei ladri buoni, / dei vagabondi, dei pezzenti, dei ricettatori» (26). Per questa umanità il poeta chiede al Signore l’elemosina, ma non quella alta, quella bassa «d’un soldone quaggiù» (27).

 C’è speranza e disperazione insieme e c’è soprattutto una denuncia tremenda: «Signore, nulla è mutato da quando più non regni. / Della tua croce, il Male s’è fatto stampella» (29). Solo i poeti possono dire così l’ipocrita violenza mortifera di chi usa la croce come strumento per regnare sulle cose del mondo. E lo stiamo vedendo oggi ogni giorno.

La poesia più breve è Gesù nell’orto, di Elena Bono (1921-2014), poetessa molto amata da padre Ferdinando Castelli, decano degli scrittori de La Civiltà cattolica. Elena Bono era cattolica, terziaria francescana: «Piange col viso nella terra / lacrime e sangue. / Solo». (18) Poesia più, come dire, laica e umanissima rispetto a tante ostentatamente cristiane.

Fra i sorprendenti c’è Jorge Louis Borges (1899-1986), Cristo in croce. Chi non è esperto di letteratura e poesia non se l’aspetta. Interessante e spiazzante. «Cristo in croce. I piedi toccano terra. / Le tre croci sono di uguale altezza. / Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo. / La nera barba pende sopra il petto. / Il volto non è il volto dei pittori. / È un volto duro, ebreo. Non lo vedo / e insisterò a cercarlo fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra» (19).

Anche la rappresentazione classica di Gesù crocifisso al centro della scena estrema e vergognosa viene corretta. È il terzo, non quello al centro. È uno qualsiasi, ultimo. La poesia rimette a posto il nostro residuo pensare regale. Il resto è scorticante: «Non può vedere la teologia, / la Trinità inspiegabile, gli gnostici, / le cattedrali e il rasoio di Occam, / la porpora, la liturgia, la mitria / la conversione di Gùthrum con la spada, / l’Inquisizione, il sangue dei suoi martiri, / le atroci crociate, Giovanna d’Arco, / il Vaticano che benedice gli eserciti» (19). E la conclusione: «A cosa può servirmi che quell’uomo / abbia sofferto, se io soffro ora?» (20).

La Pasqua non dà risposte per tutti. Misteriosamente muove un mondo buono di com(passione) e fede ma non risolve il mistero del male.

Le donne non sono molte ma sono potenti. Pietà di Jessica Powers è tuttocorpo e insieme tuttomistica: «Questo è il libro del Cristo ucciso, questo è il Vangelo supremo. / Abbandonato in grembo alla Madre, ancora Egli è Dio, mentre scorre / sulla carne straziata la lunga carezza di lei, / sui capelli intrisi di sangue, sul nudo corpo sconsacrato, / dove il male ha scritto con piaghe e percosse un feroce messaggio, / e dove anch’io ho osato premere la penna insultante» (79).

Lei è poetessa, nata nel Wisconsin nel 1905 e morta nel Wisconsin nel 1988, diventata carmelitana da grande, dopo aver lavorato e poi accudito la sua famiglia per anni. Si diventa poetesse per tante strade. Quella del corpo è una e nel caso della Passione può essere una strada molto adeguata.

Ruth Schaumann (1899-1975), tedesca, scultrice e poetessa costruisce la sua Passione sull’arco nascita-morte: «C’era una madre. Abbracciò il suo neonato: mio / Dio, mio tutto, sei giunto? / Era la stessa madre. Abbracciò l’ucciso: Figlio, / figlio mio, andasti alla casa del Padre, al tuo regno?» (91). Un femminile che tutto abbraccia, gli uomini esclusi: «Dormono gli uomini custodi della pena del / Signore e non li desta l’esplodere della porta sepolcrale» (90).

Lo stesso arco che collega nascita e morte lo troviamo in Ninnananna, dello scrittore tedesco Ernst Wiechert (1887-1950), prima internato brevemente a Buchenvald e poi sempre sospetto al nazismo. Qui Maria prevede nel bimbo il destino di croce, come nella meravigliosa Canzonetta spirituale sopra alla nanna, di Tarquinio Merula, XVII secolo, struggente incantata melodia di una mamma Maria che mentre culla il suo bambino ne intuisce il destino doloroso. La poesia di Wiechert è come una sua traduzione in versi: «Dormi, bambino, nel cespuglio di rose / Maria ha trovato una croce. / Alla croce sta infisso il figliuolo, / con ferite mortali la contempla» (108).

La nobile collana bianca della Locusta è sempre una sorpresa di emozioni.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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