31 maggio, Giornata del sollievo: sollevare chi solleva
La giornata del sollievo istituita nel 2011, e che si celebra il 31 maggio, quest’anno ha per tema «Io mi prendo cura».
Jacob Jordaens, Il buon samaritano, 1616 circa. Emirati Arabi Uniti, Louvre Abu Dhabi. si.wsj.net, Pubblico dominio.
La giornata del sollievo istituita nel 2011, e che si celebra il 31 maggio, quest’anno ha per tema «Io mi prendo cura».
Si tratta di una frase ormai entrata in numerosi contesti di carattere sociale, politico, religioso, «umanitario» in senso ampio, e in particolare nelle cosiddette helping profession, cioè tutte le attività che implichino una relazione d’aiuto cioè medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali ecc. Tale espressione, poi, viene spesso ricordata nella sua formulazione inglese, resa emblematica da don Milani col suo motto «I care» scritto sul muro della scuola di Barbiana.
Il fascino di un’espressione semplice
In effetti dietro la semplicità di quest’espressione si cela un mondo di relazionalità spesso inevasa o incompiuta. Per certi versi è facile «curare» una persona con farmaci, sedute di psicoterapia, procedure riabilitative in senso lato, ma è molto più difficile prendersene cura.
La grammatica inglese è suggestiva a tal riguardo, ponendo una chiara distinzione tra care e cure. Il verbo to cure indica appunto il curare un’altra persona mettendo in atto tutte le risorse della mia professionalità, specie di quelle professioni di aiuto di cui si diceva prima. To care, invece, significa prendersi cura dell’altro, farsene carico globale, caricarlo sul suo giumento come il buon samaritano. Non a caso diceva La Pira: «Chi è l’altro? Uno che mi riguarda».
L’alterità diventa essa stessa quindi fonte di attenzione, di prossimità, di relazionalità duale ma anche plurale se estendiamo il discorso dall’ambito individuale a quello sociale.
La figura del caregiver
Oggi si parla molto dei caregiver, divenuti protagonisti fondamentali di tipologie assistenziali assai diversificate. Ma se diversificate sono le tipologie, altrettanto lo sono le identità dei caregiver. A volte semplici familiari, ma con il gravoso carico di assistenze spesso lunghe, faticose, che tolgono e assorbono ogni altro ambito esistenziale: lavoro, altri familiari che vengono trascurati, riposo, attenzione a sé.
Altre volte poi sono figure professionali come infermieri od operatori di associazioni di volontariato di assistenza domiciliare, di cure palliative ecc. Su questi, pur con tutto lo slancio di una generosità in cui il compenso economico è solo pallido corrispettivo, incombe la costante minaccia del burn out, stato patologico di esaurimento psicofisico causato da stress cronico, grande spettro di tutte le relazionalità di aiuto.
E poi ci sono quelle nuove figure, che ormai da decenni abitano le nostre case e che non sempre trovano il giusto riconoscimento nella gratitudine delle persone che assistono o dei familiari dai quali sono state richieste: intendo parlare delle cosiddette «badanti», termine certo non molto bello ed edificante, ma non ne abbiamo saputo trovare uno migliore.
Si tratta di persone che spesso vengono da lontano, pressate dal bisogno economico, che lasciano case e affetti per farsi carico di persone e realtà sconosciute, non sempre particolarmente gratificanti. E si fanno carico di dolori che non sono i propri; un po’ come il cireneo del Vangelo vengono strappati alla loro quotidianità per portare croci altrui. E lo fanno spesso immedesimandosi profondamente in nuove e non richieste relazioni affettive. Spesso dovendo fare buon gioco a cattiva sorte. Quante volte sono bistrattate o poco considerate, per non dire ostracizzate, in diffidenze che sottintendono sempre soffusi echi etnocentristici per non dire razzistici (le «rumene», «le africane» ecc.).
Non sempre poi le persone − soprattutto se anziane, lo sappiamo − sono particolarmente… trattabili. Ricordo ancora, nell’ambito della mia famiglia, la badante di un mio familiare, di carattere non troppo amabile (il familiare, non la badante), spesso trattata non in modo particolarmente affettuoso (la badante, non il familiare), che quando questi morì fu tra i primi a piangere e sentirne la mancanza: una persona che venendo da lontano si era fatta carico di una sofferenza non sua e l’aveva condivisa fino alla fine, peraltro trasformando in amore quello che poteva essere un comprensibile risentimento.
Il senso del sollievo
Credo allora che tutta la società, e la Chiesa in modo particolare, debba a sua volta «farsi carico» di queste persone che «si fanno carico» di altri. A quando un documento ecclesiale che ne parli? L’idea stessa di «sollievo» a cui è dedicata questa giornata chiama in causa proprio la capacità di noi tutti di alleviare, cioè di rendere lieve quello che tanti caregiver fanno.
La metafora del carico da sollevare è particolarmente significativa a tal riguardo. «Sollevare chi solleva» dovrebbe essere sentito come una doverosità morale da parte di noi tutti. Concedere uno spazio di tempo alla madre che assiste un figlio disabile, creare una comunità di supporto i cui componenti possano alternarsi nell’assistere una persona anziana, andare semplicemente a trovare quel familiare che si trova in un hospice e per la cui assistenza oggi viene proposta persino l’intelligenza artificiale, dovrebbe costituire una priorità. Molto più di tante processioni o devozioni, fatte certamente in buona fede e da persone pie, ma indubbiamente poco incidenti sulla vita e la felicità degli altri.