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8 marzo fuori dai recinti

Ogni ricorrenza – e l’8 marzo non fa eccezione – porta con sé una certa ambivalenza, fra memorie trasformative (si pensi agli 80 anni del suffragio universale in Italia) ed eventi zuccherosi, che ribadiscono quanto si vorrebbe evitare. Il Coordinamento delle teologhe italiane (CTI) e l’Istituto superiore per le scienze religiose (ISSR) di Rimini «Alberto Marvelli» hanno insieme trovato una maniera brillante di riflettere a partire da sé ma per tutte e tutti. Uno spazio per ripensare potere e poteri, in un mondo insanguinato.

La festa della donna è spesso interpretata come uno spazio in cui dare visibilità alle donne, discutere problemi e fare memoria di persone o eventi che si riferiscono al percorso d’emancipazione delle donne, oppure come un momento per regalare un fiore riconoscendo con gratitudine e gentilezza la presenza delle donne in casa o sul lavoro. In fondo ne viene fatta una reinterpretazione patriarcale, cioè è la festa dei soggetti particolari, di cui accorgersi perché utili o di complemento o da valorizzare meglio.

Per questo molte donne rigettano istintivamente il festeggiare la festa della donna, perché non vogliono essere una categoria protetta né avere un giorno all’anno. Qualcosa di simile accade alle teologhe quando vengono invitate in contesti che si ritengono generalisti cioè non viziati da una prospettiva di genere come invece sarebbero le teologhe.

L’umano non coincide col maschile

Le teologhe infatti (almeno quelle femministe o che hanno una comprensione della propria condizione in quanto donne) partono dalla loro collocazione esistenziale e ne fanno una chiave di lettura epistemica, mentre di solito i teologi non fanno altrettanto, perché non sono abituati a pensare il loro punto d’accesso alla conoscenza come parziale in quanto maschile: nei sistemi patriarcali, infatti, il maschile coincide con l’umano e non si pensa mai come parziale o specifico, mentre questa è la considerazione delle donne (sempre parziali rispetto all’umano o specifiche rispetto ai compiti).

In questo contesto la teologia femminista o delle donne è vista come un corollario, un accessorio, una voce altra, una decorazione a quella che viene ritenuta la teologia che non ha bisogno di aggettivi o di specifiche, perché sarebbe teologia neutra e neutrale non come quella di parte e parziale delle donne: un po’ il rapporto che c’è fra tutti i giorni del calendario e l’unico giorno di festa.

Potere e poteri

Il convegno tenuto all’ISSR di Rimini «Alberto Marvelli» venerdì 27 e sabato 28 febbraio ha rotto esattamente questo schema. Non solo è stato preparato insieme da docenti dell’ISSR e da teologhe del Coordinamento, ma ha visto il coinvolgimento attivo di studenti e studentesse, arrivando a delineare un percorso in cui non ci fosse un pensiero generale e lo spazio per le teologhe, ma un problema affrontato da diverse prospettive, considerando anche le categorie altrui e allo stesso tempo rilanciandole dal proprio punto di vista.

Il fatto che il tema fosse il potere ha favorito lo scambio perché le donne hanno per storia e per condizione personale un rapporto col potere molto diverso da quello degli uomini e ne sono consapevoli; inoltre, quando questo tema viene trattato in riferimento alla Chiesa, questa diversità di collocazione fra uomini e donne diventa macroscopica, persino giustificata attribuendola alla volontà di Dio e alla natura così come lui l’avrebbe creata.

A Rimini si è trattato di democrazia e della crisi che oggi attraversa, della necessità di una nuova antropologia che ci faccia finalmente vedere e vivere il potere come una possibilità di far fiorire gli altri, dei nodi critici delle strutture ecclesiali che oramai vengono al pettine, di come l’informazione e la comunicazione siano essenziali per il vivere sociale.

Una conversione sinodale

A fronte di tutti questi problemi, donne e uomini insieme hanno interrogato il Vangelo, lo hanno interpretato per offrire ciò che esso insegna sul potere e quindi che cosa può offrire alla Chiesa per abbandonare quelli che in altre epoche poteva scambiare per valori ma che oggi non è più possibile tenere insieme con la fede cristiana (come le disuguaglianze e le gerarchie).

Da questa conversione ecclesiale potrebbe scaturire una sinodalità (per la Chiesa cattolica che si è appena messa su questa strada, come per le altre Chiese cristiane) che sia luogo d’intersezionalità, dove s’intreccino e prendano parola le diverse precarietà che toccano i vissuti, dove non ci siano più ghetti in cui chiudere chi non si vuol vedere o tombe dove lasciar morire chi riteniamo sacrificabile, ma grembi vitali, costituiti di relazioni in cui ciascuno possa vivere al meglio.

Rielaborare una teologia altra, donne e uomini insieme

I temi sono stati di altissimo livello e anche le prospettive offerte potrebbero avere un rilievo sia ecclesiale sia civile. Credo che questo non a caso sia accaduto quando la teologia delle donne non è stata considerata di nicchia o specifica o d’approfondimento rispetto a una presunta teologia generale, ma piuttosto è entrata nel gioco del pensiero e del dibattito come una prospettiva davanti ad altre, in un intreccio di parole da mettere alla prova della realtà e dell’intelligenza, senza pensare che poiché si tratta di parole femminili valgano solo nell’ambito delineato a priori.

Solo così la teologia (come tutte le altre scienze e gli aspetti del vissuto umano) potrà sperare di non essere monca, cioè priva dell’esperienza e dell’intelligenza di metà del genere umano. Nessuno di noi infatti è rimasto semplicemente com’era, ma entrando nel gioco dell’ascolto e della rielaborazione, ha ripensato quanto ascoltato a partire da sé e ha ricompreso se stesso/a a partire a da quanto ascoltato.

Non una teologia maschile con un tocco rosa, ma una teologia altra in cui i colori si mescolano senza potersi più distinguere. Non un giorno solo sul calendario, ma un momento per imparare che le donne non sono solo qualcosa da notare, ma buona parte dell’umanità e magari dare loro parola può cambiare i nostri discorsi e magari (perché no?) offrirci visioni che non osiamo nemmeno sperare.

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