b
Blog

A nuovi problemi etici, nuovi paradigmi

I nuovi dilemmi etici del nostro tempo chiedono un cambio di paradigma.

− Tizio: i venditori di organi sono moralmente da rispettarsi in quanto esseri umani coinvolti in una transazione. Ad esempio, se le donne povere in India accettano volontariamente la maternità surrogata perché hanno bisogno di soldi, si tratta certo di un accordo reciprocamente vantaggioso, e finché il compenso è adeguato non si può parlare di sfruttamento.

− Caio: il tuo problema è l’autonomia, devi cambiare paradigma.

Dove ci sono problemi, c’è etica applicata

Questo brevissimo scambio verbale tra Tizio e Caio esemplifica quanto sia facile chiudere i discorsi etici tutte le volte che si aprono nuovi problemi. Eppure è una parvenza di facilità, perché di facile non c’è proprio nulla.

Ispirandoci al famoso adagio giuridico ubi societas ibi ius, che rammenta a tutti che prima c’è una certa realtà e poi c’è il diritto, potremmo esprimerci così: ubi novitas ibi ethica. La riflessione etica, in special modo l’etica applicata, nel rispondere ai tanti problemi dei nostri tempi riflette, avvitandosi ora su questo ora su quel paradigma, attorno a cui costruisce modelli etici.

Il dialogo qui sopra, neanche iniziato, allude a un tentativo di rimettere in discussione il modo di pensare di una certa etica applicata − la bioetica che si è sviluppata intorno ai problemi socio-sanitari −, la quale ha fin dal suo nascere posto l’enfasi sulla libertà individuale, ritenendola sufficiente per poter giungere alla formulazione dei giudizi morali. Autonomia, libertà, razionalità individuale sono considerati sufficienti a proteggere le persone contro i poteri della scienza medica, della biotecnologia e dell’assistenza sanitaria. Così da tempo si predica.

A fronte di questo paradigma dell’autonomia di un soggetto unico e consapevole, la chiusa di Caio va nella direzione di dare una frenata alla convinzione che sarebbero sufficienti libertà e razionalità individuali per proteggere le persone dai poteri forti della tecnologia applicata al mondo dell’assistenza sanitaria. E questo è il motivo principale per cui avremmo bisogno di cambiare paradigma: da quello dell’autonomia a un altro, magari migliore.

Oggi, per esempio, si parla di «vulnerabilità». Esso porta con sé un linguaggio indispensabile nel contesto della bioetica, in quanto se la bioetica vuole uscire dall’illusione che le persone sarebbero autonome in un mondo in cui la globalizzazione genera e perpetra disuguaglianza e iniquità, deve cominciare a pensare che tutti sono indistintamente esposti all’altro, e non basta invocare come garanzia di un giudizio morale corretto il solo processo decisionale individuale, quando viviamo ormai in un mondo globale e interconnesso. E chi può avversare queste considerazioni? Crediamo nessuno. Non mettiamo in dubbio, dunque, i giovamenti che ne verrebbero fuori, anche solo in termini di individuazione dei limiti del paradigma autonomistico.

Dove c’è etica applicata, attenti agli abbagli

Ciò nondimeno, qui scegliamo di vestire i panni dell’avvocato del diavolo per innescare − speriamo − un dialogo tra eticisti di professione e anche non eticisti, tuttavia cultori o interessati a questioni di teoria morale.

Questo tentativo non va fugato, ma attraversato per chiarire a sé e agli altri la natura del discorso morale. Domandarsi se commercializzare organi è giusto o sbagliato, se accettare di fare da utero per altri è giusto o sbagliato, se lo sfruttamento che corrisponde a una regolare transizione è giusto o sbagliato, sembra ricevere risposta solo se cambiamo paradigma.

Ma, ci chiediamo solo per breve accenno:

− è il cambiamento da una prospettiva individualista (autonomia) a una sociale (vulnerabilità) che ci garantisce l’individuazione di una soluzione normativa corretta dal punto di vista etico, oppure è il punto di vista etico che giudica quale sia la migliore e più adeguata prospettiva per assicurarci che la risposta a quelle domande si giochi dentro l’alveo epistemologico e metodologico del discorso morale?

− Corrisponde al vero che la vulnerabilità, liberata da una concezione riduttiva all’interno del paradigma indiscusso dell’autonomia del soggetto, si fa veicolo di una prospettiva etica che non si concentra più soltanto sugli individui autonomi? Cosa giudica morale una prospettiva non può essere qualcosa di non morale. La prospettiva morale o il punto di vista morale è solo l’imparzialità, sia che essa si giochi a livello di autonomia sia a livello di vulnerabilità.

− Di quale idea di autonomia si parla? Quella già caratterizzata moralmente o immoralmente? E se è caratterizzata come errata moralmente perché lo è? Dovrebbe essere chiaro, a chi vuole almeno lambire il discorso morale, che il punto di vista del rispetto della volontà dell’individuo significa vedere solo una parte di ciò che c’è di vero nella libertà. Si può essere liberi in più modi, anche immoralmente, e non per questo si è meno liberi, così come si può non essere liberi ma al contempo fare la cosa giusta oltre che volerla. Se il punto eticamente rilevante del passaggio dall’autonomia alla vulnerabilità consiste nel passaggio dalla centratura sui propri interessi al privilegio dell’altro − perché come si è esposti all’altro, l’altro è esposto a noi −, non è sempre l’imparzialità il vero punto centrale del discorso etico, che non muta per quante analisi possiamo fare sulla natura di questa vulnerabilità?

− Il giudizio morale di un’azione dipende dall’essere centrati sull’autonomia del soggetto che fa del soggetto interessato l’unico interprete di queste conseguenze, oppure dalla valutazione di ciò che essa procura in termini di danno o beneficio?

Attenzione al tam tam dei principi

Il discorso sui cambi di principi, dall’autonomia alla vulnerabilità, come soluzione del giudizio morale, può essere plausibile a patto che il lettore abbia consapevolezza che ciò di cui si sta discutendo non sono i cambiamenti paradigmatici, ma ciò che fa di un ragionamento un ragionamento morale.

Se la caratteristica della vulnerabilità è l’«esposizione dell’altro» e non il «mio interesse», e il punto di vista altrui è la conditio sine qua non di un discorso moralmente qualificato, il principio vulnerabilità è solo una scelta linguistica che, però, non spiega il discorso morale nei suoi elementi ma lo presuppone.

In effetti, chi esorta a cambiare paradigma perché più giusto, più solidale, non discute mai del perché la sua prospettiva etica sarebbe etica. Sembra che il problema il più delle volte sia che discorsi che si muovono sulla falsariga dei cambi di paradigmi o di elenchi di modelli non centrino la questione di fondo celata, ovvero se il discorso sui principi o i modelli teorici oppure i vari genitivi che possono specificare la bioetica nascondano una soluzione troppo semplicistica difficile da smascherare.

In etica succede che l’allargamento di visuale per un cambiamento paradigmatico nel mondo della bioetica, esauriti gli entusiasmi, non è del tutto risolutivo e, a volte, non va nella direzione di una linearità logica del ragionamento morale.

La sostituzione di un principio con un altro principio, una volta convinti di aver trovato la quadra perché ritenuto più adatto di quello che finora ha dominato, va sempre sottoposta ad analisi guidata da questo interrogativo di fondo: è sufficiente neutralizzare un principio e sostituirlo con un altro per essere certi di giungere alla formulazione di un giudizio morale?

Lascia un commento

{{resultMessage}}