Accogliere il Regno
XXVII domenica del tempo ordinario
Gen 2,18-24; Sal 128 (127); Eb 2,9-11; Mc 10,2-16
Mc 10,1-31 ci introduce in una regione e un paesaggio nuovi, in Giudea, con la presenza della gente (10,1): la folla, farisei (che non sono però nominati in tutti i manoscritti), bambini e chi li porta, un uomo ricco. Inoltre ci mette in contatto con svariate dimensioni di vita quotidiana. Parla infatti di divorzio e nuove nozze (2-12), rapporto con i bambini (13-16), sequela e proprietà (17-22), e ancora sequela e le sue conseguenze per affetti e beni (23-31).
Sono i problemi delle prime comunità cristiane. Le esigenze del seguire Cristo imponevano di impostare la vita in modo diverso, prendendo le distanze dall’ambiente circostante nonostante legami e responsabilità.
È il caso del divorzio, istituto diffuso in tutto il mondo antico e considerato normale nel mondo greco-romano, tanto che se una donna fosse stata sposata una sola volta – fosse cioè univira – ciò veniva menzionato nella sua epigrafe funebre.
D’altra parte il matrimonio era sempre combinato – il che è rimasto vero in molti ambiti anche per noi fino almeno alla prima metà del XX secolo –, ed era un contratto sociale e legale tra famiglie, più che tra individui, per favorire gli interessi di entrambe. La dimensione affettiva, se c’era, era comunque secondaria. Anche il divorzio perciò coinvolgeva le famiglie.
La legislazione biblica (Dt 24,1-4) «per la complessità della fattispecie, la parziale equivocità della formulazione, il silenzio circa la ragione ultima della norma» (Tosato) portava a continue discussioni e approfondimenti anche al tempo di Gesù, giustificando la domanda che gli viene posta. Il verbo peirazo, «mettere alla prova», non è necessariamente ostile: si può mettere alla prova una persona perché stimata e per saggiarne la preparazione e la saggezza.
Di per sé il documento di ripudio o divorzio era una tutela per la donna, che conservava il suo onore ed era libera di risposarsi. Dai contratti matrimoniali di Elefantina (cf. PBerol inv. 13500V) sappiamo che la donna aveva gli stessi diritti dell’uomo quanto a prendere l’iniziativa di divorzio, cosa che era invece considerata disdicevole per una donna in epoca erodiana (Giuseppe Flavio, Ant. XV, 7, 109).
Gesù sembra non perdersi in discussioni, e anzi sembra relativizzare persino quanto detto da Mosè, che non vale in quanto precetto, ma come concessione alla sklerokardia. Il termine ci riporta al Primo Testamento e in particolare alla tradizione deuteronomista, alla quale risale appunto la normativa sul ripudio.
In realtà il divorzio è sempre un dramma che non solo contrasta l’ordine creazionale, come Gesù ricorda, ma evoca anche tutti i tradimenti del popolo verso il patto. Nei confronti del popolo però Dio, che ha con esso un rapporto matrimoniale, non ha mai emesso un atto di ripudio se non in maniera simbolica e temporanea (cf. Os 1-3). C’è dunque una fedeltà divina, previa e costitutiva, a contrastare la sklerokardia umana e a dire che la fedeltà è possibile.
Del resto se davvero il Regno è vicino, l’ordine creazionale va ricostruito e ciò che è umanamente fragile deve risalire al progetto iniziale. Per questo si deve accogliere il Regno come si accoglie un bambino o come un bambino lo accoglierebbe. Il testo (v. 15) si presta a due letture: il bambino può essere cioè soggetto od oggetto dell’accoglienza. Va notato però che paidion è complemento oggetto e che ricompare l’aggettivo toioutos («di tali bambini», v. 14) in Mc 9,37. Si tratta quindi non solo di accogliere un infante o un bambino di età inferiore ai 12 anni, ma un bambino bisognoso di cure e di attenzioni.
La lettura che considera il bambino oggetto di accoglienza pare così preferibile.
Il Regno deve essere ricevuto come un dono in qualunque forma si presenti, cosa che i discepoli han mostrato di non saper fare (v. 13), causando l’indignazione di Gesù (v. 14).
Chi non sa accogliere un bambino con le sue fragilità e limiti neppure saprebbe accogliere il Regno, che può presentarsi in forma affatto diversa dalle proprie aspettative.
Gesù non solo accoglie tali bambini, ma li abbraccia, li benedice e forse li guarisce imponendo le mani: essi ricevono lui come dono e come dono devono a loro volta essere ricevuti.

