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Chiesa e diritti fondamentali: è la resa dei conti?

Con il «caso Becciu» la Chiesa si trova di fronte a un bivio: quello dei diritti fondamentali e dei principi di civiltà giuridica che caratterizzano gli stati moderni.

L’appuntamento con l’età dei diritti – proclamata da Norberto Bobbio – non è più rinviabile dall’agenda di una Chiesa che, a partire dal concilio Vaticano II, si presenta come decisa a rimanere dentro la contemporaneità della storia, anche della storia giuridica.

Forse ci troviamo, proprio oggi, alla resa dei conti finale della tensione tra l’istituzione ecclesiale e il movimento dei diritti fondamentali. Ed è necessario fare chiarezza, anche nel linguaggio, che – com’è noto – ha una funzione performativa, cioè costitutiva della realtà.

Il comunicato della Sala stampa della Santa Sede dello scorso 24 settembre, con riguardo al card. Angelo Giovanni Becciu, parla testualmente di «rinuncia … dai diritti connessi al cardinalato» (in realtà nella lingua italiana il verbo «rinunciare» preferisce la preposizione «a», tanto che Alberto Melloni sul Domani ha qualificato la nota come «sgrammaticata»).

Il giorno successivo, in un’inedita – per le modalità – conferenza stampa, il card. Becciu rivendica il «diritto di difendersi».

Due linguaggi diversi

Sia il comunicato della Santa Sede, prima, sia poi il cardinale rinunciatario utilizzano la parola «diritto»; diritto in senso soggettivo, come pretesa giuridica (da distinguere dal diritto in senso oggettivo, cioè l’ordinamento).

Tuttavia la Sala stampa della Santa Sede e il porporato quando fanno riferimento a dei «diritti» o a un «diritto» stanno parlando due lingue profondamente diverse, dal punto di vista etico e da quello giuridico. Perché i diritti del cardinalato – a parte le difficoltà nel definirli sul piano canonistico, come dimostra l’analisi di Pierluigi Consorti – hanno poco a che fare con i «diritti» delle nostre democrazie costituzionali.

Quando parliamo, invece, di diritto di difesa – come ha fatto il card. Becciu – ci troviamo di fronte a una situazione giuridica da ricomprendere nella categoria del diritto soggettivo, la cui nozione è alla base della modernità giuridica.

D’altro canto i diritti sono un’idea prodotta dalla storia, un’idea «che ha avuto una grandissima fortuna», come scrive Alessandra Facchi nella sua Breve storia dei diritti umani (Il Mulino, Bologna 2007), la cui genesi è intrinsecamente legata alla rivoluzione portata avanti dal pensiero cristiano. Ecco, i «diritti del cardinalato» sono lontani da questa idea.

Oltre ad avere una dimensione egualitaria – chiaramente assente in un istituto come quello del cardinalato –, il diritto soggettivo come idea presuppone la rivendicazione di uno spazio d’autonomia individuale che è anteriore alla comunità politica (lo stato, per intenderci); ma nella Chiesa il soggetto non può presentarsi come anteriore alla comunità ecclesiale (si riprendano, a riguardo, gli studi del vescovo canonista Eugenio Corecco).

Quando però il cardinale rinunciatario convoca una conferenza stampa per «difendersi» fa proprio uno schema rivendicazionista, sul piano giuridico, che la Chiesa ancora non ha maturato. Perché se i cosiddetti «diritti» del cardinalato sono, per la nostra mentalità giuridica, delle prerogative (o al limite dei privilegi), il diritto alla difesa, quello sì, è un diritto soggettivo, un diritto fondamentale.

La Chiesa, insomma, si ritrova a fare i conti con i diritti fondamentali, in uno strano cortocircuito per il quale un cardinale di curia, quasi senza volerlo, parla un linguaggio non in uso negli ambienti ecclesiali. Ma se lo fa è perché ne va della dignità della sua persona. In fondo è da qui, dalla rivendicazione di un io rispetto alla volontà del sovrano – giusta o sbagliata che sia –, che è iniziata la civiltà giuridica.

La vicenda di Cecilia Marogna

Oltretevere il papa è di diritto un monarca assoluto, che è anche proprietario dello stato (la Città del Vaticano è a oggi l’unico al mondo stato patrimoniale, tipica forma del feudalesimo) e che concentra, in una sola persona, i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo. Insomma sotto il profilo della forma di stato siamo davvero lontani dalle democrazie costituzionali. E ciò comporta delle inevitabili conseguenze nei rapporti con gli altri stati.

Nelle prossime settimane la Corte di appello di Milano dovrà pronunciarsi sull’estradizione nelle mura leonine di Cecilia Marogna – che non ha dato il consenso –, arrestata sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso dal Vaticano. La vicenda potrebbe anche arrivare in Cassazione – se, in caso di pronuncia favorevole, i legali della Marogna presentassero ricorso –, ma il punto è che non vi sono specifiche convenzioni di natura internazionale tra la Repubblica italiana e la Santa Sede relative all’estradizione. L’unica norma relativa all’estradizione è l’art. 22 del Trattato fra Santa Sede e Italia del 1929, che agisce, però, solo nella direzione che va dalla Santa Sede verso l’Italia, e non anche viceversa. A fronte di questa isolata disposizione, il principio di reciprocità che, secondo indiscrezioni di stampa, parrebbe richiamato dalla Procura generale di Milano, non può comunque essere invocato senza la garanzia, per lo Stato “richiesto” (l’Italia, nel nostro caso), che nell’ordinamento dello Stato “richiedente” (lo Stato della Città del Vaticano) trovino tutela i diritti fondamentali.

D’altronde, il Codice di procedura penale italiano, all’art. 705, prevede che una sentenza favorevole sia emessa solo a condizione di «gravi indizi di colpevolezza», ma pure che i giudici devono, in ogni caso, negare l’estradizione quando «la persona è stata o sarà sottoposta a un procedimento che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali».

Ed è evidente che l’ordinamento giudiziario del Vaticano a oggi non garantisce, almeno sotto il profilo formale, il rispetto degli standard di tutela dei diritti fondamentali e il principio del giusto processo. È il detentore del potere politico – il papa – a nominare sia la magistratura inquirente sia quella giudicante, e inoltre egli stesso potrebbe emettere una sentenza, intervenire sull’esecuzione della pena, rimuovere cause di improcedibilità, come la prescrizione, per un determinato procedimento, o anche cambiare la legge con effetto retroattivo per i procedimenti in corso. Il papa può tutto dentro il Vaticano: è un monarca assoluto, lo ripetiamo.

Non sappiamo come andrà a finire la vicenda della sig.ra Marogna. Ma se anche la decisione dell’Italia fosse più politica che giuridica – come ritiene il giornalista Emanuele Fittipaldi sul Domani –, ciò non toglie che il rispetto dei diritti fondamentali, sul quale si costruisce il costituzionalismo moderno, a oggi non è garantito nell’ordinamento formale dello Stato della Città del Vaticano. C’è poco da fare: il caso di una cittadina italiana estradata in Vaticano – nell’eventualità di una scelta favorevole da parte del nostro paese – potrebbe facilmente arrivare alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con esiti davvero inediti.

Il giurista cattolico Christopher McCrudden, nel suo Quando i giudici parlano di Dio (Il Mulino, Bologna 2019), ha sostenuto che le difficoltà manifestate dalla Chiesa cattolica nel ratificare le Carte dei diritti sono un segnale che «esprime un disagio scaturito dalle Convenzioni in quanto tali e, per certi versi almeno, un desiderio di prendere le distanze da alcuni aspetti del sistema di tutela dei diritti umani». Ciò vale almeno per quanto riguarda i diritti di libertà, e non anche i diritti sociali.

Per altro verso è indubitabile che il costante ampliamento del «catalogo» dei diritti fondamentali, pure per via giurisprudenziale, pone serie di problemi di natura etica alla Chiesa cattolica, sui quali teologi, moralisti e giuristi devono costantemente interrogarsi. Ma questo non toglie che vi è un solido nucleo essenziale di diritti e di libertà che caratterizzano le democrazie costituzionali, sui quali è ampio il consenso da parte della comunità internazionale.

La Chiesa, se vuole continuare a rimanere nella contemporaneità della storia, non può più fare finta di nulla. La riforma ecclesiale passa anche dalla tutela dei diritti inviolabili della persona umana.

 

Luigi Mariano Guzzo, canonista, insegna “Storia del diritto canonico” e “Beni ecclesiastici e beni culturali” nel Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro. È anche professore invitato alla Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Istituto universitario “Pratesi” di Soverato (Catanzaro), affiliato all’Università Pontificia Salesiana di Roma.

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