Chiesa, violenza sulle donne e diritto matrimoniale: proposte dal Consiglio delle donne cattoliche
Violenze e diritto canonico: tre proposte dal Consiglio delle donne cattoliche
Il nuovo rapporto del Catholic Women’s Council, pubblicato nel 10o anniversario dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, torna a occuparsi anche di violenza maschile nelle relazioni sentimentali e rivolge alla Chiesa tre richieste. Iniziamo con questo report i contributi del mese di novembre, che affronteranno la violenza da diversi punti di vista
Protezione dalla violenza e tutela dell’autodeterminazione nel matrimonio e nel diritto canonico. Il nuovo report del Catholic Women’s Council (CWC, Consiglio delle donne cattoliche), rete globale che dal 2019 lavora per il pieno riconoscimento della dignità e dell’uguaglianza delle donne nella Chiesa cattolica, torna a occuparsi anche di violenza di genere, chiedendo un esame critico del diritto matrimoniale ecclesiastico e una migliore formazione del clero.
Tradotto e diffuso in Italia da Donne per la Chiesa, associazione appartenente al CWC, il documento – dal titolo Dieci anni dopo Amoris laetitia. Voci, ferite e attese delle donne cattoliche – è stato pubblicato in occasione del 10o anniversario dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, in vista dell’incontro sullo stesso tema promosso a Roma da papa Leone XIV dal 7 al 14 ottobre.
Il rapporto, realizzato con il contributo di «esperti e leader di ogni continente» e frutto di «dialoghi e sessioni di ascolto con i loro membri», propone alla Chiesa di «affrontare cinque realtà urgenti», diverse da quelle individuate dal Vaticano per l’incontro romano: modelli androcentrici, cultura dell’abuso all’interno della famiglia cristiana, matrimonio e diritto canonico, educazione sessuale e diversità delle famiglie. A partire da questa constatazione: «per le donne, la famiglia è al tempo stesso un luogo di profonda grazia e di profondo rischio. La diffusione di violenza e abusi, dipendenza economica o legale, stigmatizzazione culturale e ruoli di genere ineguali all’interno della casa possono essere ricondotte a modelli, pratiche e linguaggio patriarcali che la Chiesa troppo spesso rafforza».
Magistero sulla famiglia: un’interpretazione storicamente maschile
La stessa Amoris laetitia «si esprime all’interno di una cornice androcentrica e patriarcale. Gli scritti magisteriali sulla famiglia sono stati storicamente redatti da uomini che interpretavano a modo loro i bisogni e le circostanze delle donne, e Amoris Laetitia continua questo schema».
Molto spesso, ad esempio, «invoca la “dignità delle donne” al posto dell’uguaglianza delle donne». Inoltre, «condanna giustamente “lo sfruttamento sessuale dei bambini” e invita la famiglia allargata a “individuare e segnalare possibili situazioni in cui i bambini subiscono violenza e persino abusi”, ma omette di menzionare che sono soprattutto le donne a soffrire all’interno di queste strutture abusive e che gli stessi abusi sono stati perpetrati, ignorati e insabbiati anche all’interno delle strutture stesse della Chiesa».
Il rapporto, infine, evidenzia un’ulteriore contraddizione: «Mentre il Vaticano esorta i Governi e gli Stati a fornire protezione legale alle famiglie e alle donne, il suo stesso diritto matrimoniale ecclesiastico necessita di un esame critico».
Diritto canonico e violenza sulle donne: un rapporto problematico
Il rapporto tra diritto canonico e violenza maschile nelle relazioni sentimentali – la forma di violenza sulle donne statisticamente più diffusa sia in Italia che a livello globale – è problematico sotto diversi aspetti.
Il canone 1151, ad esempio, «sancisce il “diritto e il dovere” di preservare la vita coniugale». Una norma che «in molte regioni viene interpretata come una pretesa alla disponibilità sessuale del coniuge e all’intimità coniugale su richiesta». È il cosiddetto “debito coniugale”, un diritto e dovere che sulla carta appartiene a entrambi i coniugi, ma che storicamente ha contribuito a normalizzare le violenze sessuali sulle donne in ambito matrimoniale. In Italia, dal punto di vista giuridico, lo stupro coniugale ha iniziato a essere condannato alla stessa stregua dello stupro di un’estranea nel 1996, quando la violenza sessuale è diventata reato “contro la persona”. Eppure, ancora oggi, non sempre viene riconosciuto come tale.

Anche le norme sulla separazione sono problematiche per le donne vittime di violenza da parte del partner. «L’obbligo di tornare all’unione coniugale (can. 1153, §2) e il dovere imposto ai giudici di utilizzare mezzi pastorali per persuadere i coniugi a riprendere la convivenza (can. 1695) spesso portano le donne a essere esortate a perdonare», con il rischio di mettere a repentaglio la propria salute, se non addirittura la vita.
A questo s’aggiunge il problema della formazione del clero. «Sebbene il capitolo 8 di Amoris laetitia introduca un importante modello pastorale di discernimento individuale, la sua attuazione è spesso compromessa da una grave carenza formativa all’interno di un clero formatosi principalmente in un rigido legalismo». Di conseguenza, «quando i pastori non dispongono degli strumenti per riconoscere e dare priorità alla sicurezza, o per confrontarsi seriamente con la coscienza e il contesto, possono escludere passivamente o di fatto traumatizzare nuovamente coloro che cercano aiuto». La Chiesa rischia così di «diventare, per molte donne, un ulteriore luogo di sofferenza».
Tre proposte per contrastare la violenza coniugale
A partire da queste criticità, il CWC presenta alla Chiesa tre richieste.
In primo luogo, «la tutela dell’autodeterminazione sessuale all’interno del matrimonio: deve esserci un chiarimento inequivocabile sul fatto che nessun diritto alla disponibilità sessuale o ad atti sessuali contro la volontà dell’altro coniuge può mai derivare dai diritti e dai doveri matrimoniali nel diritto canonico».
In secondo luogo, «il riconoscimento della violenza come grave motivo nel diritto matrimoniale ecclesiastico: la violenza fisica, psicologica e sessuale – soprattutto dopo il matrimonio – dovrebbe essere esplicitamente riconosciuta come un grave motivo di separazione e, ove opportuno, per avviare un procedimento di nullità».
In terzo luogo, «l’accesso libero e indipendente alla consulenza legale: l’accesso alla protezione e alle procedure legali della Chiesa non deve dipendere dalla buona volontà di singoli vescovi, giudici o altre autorità. In particolare, coloro che sono stati colpiti da violenza domestica e familiare, coercizione e dipendenza devono avere accesso libero, riservato, sicuro e indipendente a una consulenza canonica e legale qualificata, indipendentemente dalla loro situazione finanziaria».
«Se la Chiesa fallisce il confronto con le strutture patriarcali e le pratiche ecclesiali che favoriscono gli abusi – si legge nelle conclusioni del rapporto – rischia non solo di tradire il Vangelo che proclama, ma anche di abbandonare innumerevoli donne, bambini e famiglie a ulteriori sofferenze».