«Di che discutevate fra voi?». Il Gruppo di studio n. 5
Non è più possibile che la partecipazione delle donne venga limitata e che non si traduca anche in ruoli di governo
Di che stavate discutendo lungo la via? (Mc 9,33) Un contesto rilevante del Vangelo di Marco, sospeso fra gli annunci della Passione e l’autorevolezza del bicchiere dato ai passanti tramanda una discussione sui ruoli nella comunità. Questione ritenuta, si vede, importante. Così si può intendere anche il dibattito che confluisce nella Relazione finale del Gruppo di studio n. 5 sulla «partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa», con alcune lentezze e diverse novità.
Il Sinodo dei vescovi sulla sinodalità ha fatto sorgere per volontà di papa Francesco alcuni gruppi di studio su temi che erano sembrati particolarmente complessi. Uno di questi gruppi, il quinto, era dedicato alla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa e ha di recente pubblicato il proprio Rapporto finale.
Si tratta di un documento ampio (83 pagine) con una ricca collezione di appendici che comprendono: una panoramica biblica su diverse donne dell’Antico e del Nuovo testamento, esempi di donne che nella storia hanno ricoperto ruoli di leadership nella Chiesa, testimonianze di donne che si trovano a occupare oggi ruoli ecclesiali di governo, una riflessione critica sui principi mariano e petrino, introdotti da von Balthasar nella riflessione teologica per giustificare una differenza di ruoli fra donne e uomini, per arrivare (prima dell’ultima appendice relativa alle decisioni di papa Francesco e papa Leone) alla riflessione sulla potestà nella Chiesa che non è mai stata limitata ai ministri ordinati né ai soli uomini.
La multiforme potestà nella Chiesa
Questo particolare affondo è importantissimo perché, mentre studi sulla Scrittura e sulla storia della Chiesa che rivelano la centralità delle donne e anche i loro ruoli di leadership, profezia e responsabilità pubblica sono ormai abbondantissimi e noti, la comprensione della potestà nella Chiesa (cioè della facoltà di agire con autorevolezza non solo su di sé ma su altri o per altri) ha conosciuto ultimamente – anche per un effetto collaterale dell’insegnamento del Vaticano II – una restrizione al solo ministero ordinato, come se ogni potestà ecclesiale potesse fondarsi solo sul sacramento dell’ordine.
Parlo di una restrizione perché nella tradizione ecclesiale non è sempre stato così e nemmeno oggi lo è (basti pensare al giudice laico/a in un tribunale canonico): le potestà nella Chiesa sono state molte e differenti, fondate in modo diverso in diversi momenti, per cui anche la dottrina del Vaticano II che, per i vescovi, afferma il fondamento sul sacramento sia della potestà d’ordine sia di quella di giurisdizione, non andrebbe utilizzata per annullare l’intera tradizione ecclesiale, ma piuttosto per interpretarne l’evoluzione e la varietà. Al di fuori delle appendici, di cui abbiamo parlato fin qui, il documento consta poi di una quindicina di pagine che segnano un importantissimo traguardo di consapevolezza ecclesiale.
Dati di fatto e conversione ecclesiale
Si decide di partire da un dato di fatto: lo Spirito ha suggerito ad alcune donne risposte originali in ordine ai bisogni della Chiesa e all’evangelizzazione. La domanda diventa dunque che cosa la Chiesa faccia dei doni che lo Spirito elargisce. E la risposta, per una volta, non trova scuse: le donne faticano a partecipare alla vita della Chiesa per quelli che sono i loro carismi e le loro competenze, perché clericalismo e sessismo glielo impediscono e così lo Spirito viene soffocato.
Non è più possibile – continua il documento – che la partecipazione delle donne venga limitata né che questa – viste le condizioni del nostro tempo e l’opera dello Spirito – non si traduca anche in ruoli di governo.
Si fanno affermazioni ad alta voce che fino a questo momento erano per lo più mormorate: non si può parlare di ruoli per le donne e per gli uomini (e a questo proposito s’invoca una vera e propria conversione ecclesiale); la differenza di genere esprime una parzialità dell’esperienza umana che riguarda anche i maschi (non esiste, cioè, un genere che può fare tutto e che ha tutto, e uno che è specificamente pensato per alcuni ambiti o ruoli); la sudditanza delle donne dipende dal peccato non dalla volontà di Dio; la partecipazione delle donne all’autorità nella Chiesa non è una concessione dell’autorità gerarchica, ma qualcosa che viene dall’ordine della redenzione; le donne non possono essere tutte inquadrate solo in alcune caratteristiche (tenerezza, accoglienza ecc.) ma vanno loro riconosciute anche quelle di leadership, discernimento, insegnamento ecc.
Che cosa fare di fronte alle difficoltà oramai riconosciute? Anche questa domanda viene esplicitata.
Una riflessione ancora debole, ma con risorse
Se mi posso permettere, però, la parte finale del documento, che cerca di rispondervi, è quella più debole. Per evitare infatti di toccare la questione del ministero ordinato e bloccare così, insieme al dibattito su questo tema, anche la riflessione sulla partecipazione delle donne all’autorità ecclesiale, si sposta la questione sui carismi, come se l’autorità che viene dall’ordine sacro fosse legata al sacramento e l’altra sulla varietà dei carismi.
In realtà l’intera struttura ecclesiale è carismatica e l’intera struttura ecclesiale è sacramentale, perché fondata sul battesimo prima che sull’ordine. Forse sarebbe stato più utile riconoscere potestà che sorgono dal battesimo insieme a quelle specifiche che sorgono dall’ordine.
Comunque sia, anche questa problematica dicotomia su cui possiamo e dobbiamo discutere, non inficia un tentativo che mi sembra encomiabile: a prescindere da qualsiasi convinzione si abbia sul ministero ordinato delle donne, abbiamo dei fatti (attestazioni bibliche, storiche e pratiche attuali) che ci parlano dell’autorità che le battezzate esercitano nella Chiesa. Questa è un dato di fatto, un’opera dello Spirito, un dono per la vita della Chiesa. Negarla significa soffocare lo Spirito, quindi occorre una conversione degli schemi mentali e una creatività operativa.
Mettere in campo autorità slegate dall’ordine sacro, fra l’altro, ci permetterebbe d’uscire da un clericalismo ancora fortissimo, che snatura non solo la vita della Chiesa, ma ne manipola persino i sacramenti. Pensiamo per esempio al bisogno che i papi sentono d’ordinare vescovi quei preti che devono ricoprire incarichi autorevoli nella curia romana o nella diplomazia pontificia.
La Chiesa non riconosce la validità di ordinazioni assolute (cioè di vescovi ordinati senza il preciso riferimento a una Chiesa) perché si è vescovi solo presiedendo una Chiesa, eppure abbiamo un numero esorbitante di vescovi che solo per finta (per una finzione giuridica) sono riferiti a una Chiesa.
Da che cosa viene una pratica così manipolatrice del ministero ordinato? Dall’idea che non si dà potestà ecclesiale alta se non si è ordinati vescovi, a prescindere dalla tradizione ecclesiale e dalla logica dei sacramenti.
Magari conferire autorità di governo alle donne permetterà di spezzare il cerchio magico del clericalismo e riconoscere che il battesimo conferisce a donne e uomini, cui lo Spirito dona carismi e desiderio adeguati, la capacità d’esercitare nella Chiesa una potestà autorevole di guida, insegnamento o discernimento. Magari invece di partire dalla riflessione sull’ordinazione delle donne, potremmo riaprire quella sulle potestà e riconoscerne la molteplicità, liberando così l’opera dello Spirito dalle gabbie in cui la vogliamo costringere.
Il rapporto del Gruppo n. 5 è un passo in questa direzione. O almeno lo può essere.