Difendere la vita, anche in Russia
Anche in un contesto di morte nascono insospettati germi di vita e della sua «vera» difesa (non quella affidata alle armi).
Purtroppo negli ultimi anni la Russia è balzata al centro delle cronache per l’assurdo e antistorico attacco all’Ucraina, con l’innesco di un conseguente conflitto che ha causato migliaia di morti da entrambe le parti, oltre che la distruzione di scuole, ospedali, abitazioni, uffici, monumenti.
Unita a tali disastri si è innescata una crisi economica che farà sentire a lungo i suoi effetti. Tutto questo nel paradosso di un’Europa che sembra preoccupata solo di inviare sempre più armi, quasi che la guerra attuale fosse come quelle dell’antica Roma o del Medioevo, in cui a vincere era il più forte o quello che riusciva a sopraffare il «nemico».
A pagare il prezzo più alto di questo profondo regresso dell’umanità sono i malati, gli anziani, i bambini, i poveri, tutte quelle persone che già vivevano in una condizione di fragilità esistenziale diventata adesso definitiva e irreversibile.
Eppure anche in questo contesto di morte nascono insospettati germi di vita e della sua «vera» difesa (non quella affidata alle armi). Intendo parlare del progetto «La vigna di Rachele».
La vigna di Rachele
Si tratta di un progetto internazionale (Rachel’s Vineyard), nato negli Stati Uniti nel 2010 grazie alla psicoterapeuta cattolica Teresa Burke, e oggi presente in 50 paesi con lo scopo di rimarginare le ferite che lascia nella donna l’esperienza dell’aborto volontario.
Il nome dell’associazione è tratta dalla nota frase di Geremia (ripreso da Mt 2,18) in cui si dice: «Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più» (Ger 31,15).
Le attività del movimento di articolano in ritiri di fine settimana in cui rielaborare, gestire e «curare» il trauma dell’aborto volontario. L’esperienza è iniziata nel 2018 e oggi è particolarmente attiva anche in Russia e in Kazakistan, con 6 team operativi che realizzano i suddetti fine settimana in alcuni monasteri e case parrocchiali.
Il progetto, nel quale sono particolarmente attivi alcuni istituti di vita consacrata, è interessante sotto vari aspetti. Innanzitutto coinvolge una comunità educativa fatta da religiose e laici. Questi ultimi, in modo particolare, offrono il sostegno della loro professionalità (si tratta soprattutto di psicologi).
In secondo luogo «La vigna di Rachele» presenta una simbiosi tra azione e contemplazione. Vi sono, infatti, alcuni monasteri carmelitani che accompagnano le attività dei ritiri con la loro preghiera. Ma soprattutto offre una preziosa testimonianza di difesa della vita «nonostante tutto» in un paese in guerra. Un po’ come quel fiorellino che si fa strada nel cemento, così questa attività umile, silenziosa e forse poco conosciuta (per questo ho voluto parlarne in questo blog) dimostra come la vita possa ancora crescere sempre e dovunque.
Diffondere la cultura della vita
Fino a oggi, infatti, il ruolo della comunità cristiana nei confronti dell’aborto è stato essenzialmente di tipo preventivo, sia che questo si esplicasse nelle sue componenti pedagogiche (educazione sessuale, promozione culturale ecc.) sia in quelle prettamente operative (Centri di aiuto alla vita, consultori, case di accoglienza, ecc.).
Solo di recente si sta individuando, più negli Stati Uniti che in Europa, un nuovo ambito d’intervento ecclesiale, quello di tipo riabilitativo e riparativo. L’aborto volontario, anche se qualche volta può essere vissuto con assoluta leggerezza e senza esiti apparenti, il più delle volte si porta dietro un bagaglio di sofferenze più o meno inconsce, di sensi di colpa, di turbe psicologiche. Ed è proprio a queste che si rivolge l’attività della «Vigna di Rachele».
La piena riconciliazione con Dio, peraltro, non va intesa solo in senso sacramentale, anche se presente, ma come più globale consapevolezza dell’amore e del perdono di Dio. Come dice l’ex arcivescovo di New York, card. O’Connor: «La madre che ha dato la morte al proprio figlio, per un motivo qualsiasi o perché disorientata e sottoposta a pressione, ha un bisogno di essere convinta, più di ogni altro al mondo, che è stata perdonata, non da un consulente o da se stessa, ma da Dio. Queste madri devono credere che Dio le ama, malgrado, o in un certo senso profondamente misterioso, anche a causa, della loro debolezza».[1]
In tal senso l’azione silenziosa e capillare di questi gruppi, col valore aggiunto di una loro presenza anche in Russia, può costituire un efficace antidoto nel superamento di una certa «cultura dell’aborto» (se così si può chiamare), soppiantandola con un’efficace e contagiosa cultura della vita.
Mai come ora, allora, appare significativa l’espressione di «grande madre Russia», spesso usata in contesti politici o nazionalistici, ma che vogliamo vedere in questa nuova luce. Al di là e al di sopra di ogni guerra.
[1] J. O’Connor, «Guarire le ferite: i “Rachel groups”», in Dolentium hominum 11(1996) 1, 55.