È risorto «il Signore di tutti»
Questa è la domenica di tutte le domeniche, è il principio e fondamento di ogni celebrazione liturgica, il cuore della fede cristiana.
Domenica di Pasqua - «Risurrezione del Signore»
At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4; Gv 20,1-9 (Messa del giorno)
Questa domenica è la domenica di tutte le domeniche, è il principio e fondamento di ogni celebrazione liturgica, il cuore della fede cristiana, il centro, l’inizio e la fine in cui, consapevolmente o no, secondo la nostra fede, tutta la realtà passata presente e futura è contenuta e da cui è permeata.
In questa domenica, infatti, si fa memoria della Pasqua del Signore Gesù, della sua risurrezione e di come questo evento, non solo storico ma metastorico, abbia permanentemente cambiato le sorti di tutto ciò che ieri, oggi e domani è chiamato all’esistenza.
La risurrezione di Cristo abbraccia la storia, il creato e qualsiasi altra realtà visibile o invisibile trasformandone il senso, la direzione, il fine; e tutto questo per sempre.
Si tratta di un «qualcosa» che, se ci fermiamo a riflettere, è davvero da «capogiro», che ci sovrasta e allo stesso tempo ci pervade fin nel profondo delle nostre «viscere». Proprio perché, secondo la nostra fede, la risurrezione di Gesù non è qualcosa che tocca solo chi crede ma, per chi crede, abbraccia e coinvolge tutto e tutti: nessuno è esente o tagliato fuori da tale pienezza di gioia, di speranza, di vita; a tutti è spalancato l’accesso, a tutti è offerto il dono, poiché tutti ne sono immersi pur nel rispetto della loro libertà, della loro accoglienza o del loro rifiuto. Accoglienza e rifiuto che nessuno può sancire o determinare per altri, ma che solo Dio e ogni singola esistenza liberamente conoscono.
È questo lo spirito, la lezione che Pietro riceve e che, dopo averla compresa, annuncia ai presenti nel discorso che ci viene riportato dagli Atti degli apostoli e che costituisce la prima lettura della liturgia di questa domenica.
Ma facciamo un passo indietro per comprendere le parole dell’apostolo. Pietro si trova a Giaffa, a casa di un certo Simone e in preghiera sulla terrazza della casa riceve una visione alquanto strana: una tavola imbandita viene calata a terra e su di essa vi sono diversi animali che, secondo le regole alimentari ebraiche, sono considerati impuri, cioè non adatti a essere mangiati.
Sempre nella visione, Pietro, contrariamente a quanto prescritto, riceve l’invito a cibarsi proprio di questi animali, invito che gli viene ribadito nonostante la sua riluttanza. A questa scena se ne contrappone un’altra. Il giorno prima, a Cesarea Marittima, un centurione romano di nome Cornelio aveva ricevuto una visione angelica con un messaggio preciso: doveva inviare qualcuno a Giaffa da Pietro per chiedergli di venire da lui.
Un particolare importante è che questo centurione viene definito «uomo giusto, timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei», dunque un non ebreo, ma in qualche modo «credente» (il termine tecnico sarebbe «proselito»).
Pietro, dietro sollecitazione dello «Spirito» – «alzati, scendi e va’ con loro senza esitare, perché sono io che li ho mandati» – arriva nella casa di Cornelio e si trova davanti un gruppo numeroso di persone, tutte non ebree, venute lì per ascoltarlo. È a questo punto e di fronte a queste persone che Pietro prende la parola e pronuncia il discorso che si legge nella prima lettura della liturgia di oggi, di cui però purtroppo è stato tagliato l’inizio.
Di fronte a queste persone Pietro, infatti, per prima cosa afferma: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti».
In questa premessa Pietro sta affermando che con l’«evento» Gesù, la Parola inviata al popolo di Israele è che Dio è «il Signore di tutti». Il che significa che ogni popolo, nel rispetto della propria identità, è chiamato ad accoglierla, dato che «Dio non fa preferenza di persone».
Poi il discorso prosegue con il riferimento storico all’azione missionaria di Gesù che «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui», fatto di cui egli insieme ad altri è testimone.
Segue la menzione della morte in croce di Gesù da parte «dei Giudei» – e si può notare qui una contrapposizione all’interno della comune ebraicità tra lui che era galileo e coloro che erano «giudei» – e l’affermazione chiave che «Dio lo ha risuscitato al terzo giorno».
Proprio di questo egli è testimone insieme ad altri «prescelti da Dio» – e a questo punto è necessario, ancora oggi, ricordare e sottolineare che tra questi «testimoni prescelti da Dio» vi erano in primis delle donne – e tale testimonianza è rivolta «al popolo», cioè a qualunque sia questo popolo, dato che Pietro ha di fronte persone non ebree.
La testimonianza/annuncio poi si articola in due elementi. Il primo consiste nel proclamare Gesù risorto «giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio». Il secondo è, per chi crede in lui, «il perdono dei peccati per mezzo del suo nome», con una sottolineatura degna di rilievo: «A lui tutti i profeti danno questa testimonianza», affermando così una continuità tra l’annuncio dei profeti e il perdono salvifico offerto da Gesù.
Per Pietro, dunque, la risurrezione di Gesù, costituito da Dio Messia e Signore di Israele e delle genti, attua un superamento delle «barriere» identitarie, senza però eliminarle o annullarle, ma abbracciandole all’interno di un’unica realtà di salvezza che vede proprio nell’evento della risurrezione il suo apice e compimento.
Celebrare la Pasqua di Gesù, annunciare ancora oggi la sua risurrezione, significa allora accettare di far parte di una realtà già trasformata, già redenta che richiede di essere presa sul serio e di essere declinata giorno per giorno, nella nostra semplice, piccola, e se volete anche banale quotidianità, dove ogni cosa – ogni ruolo o relazione, ogni persona, problema, evento, situazione – richiede di essere vista, pensata, e soprattutto vissuta alla luce della «novità» del Risorto, lasciandoci immergere in quella speranza che è un «già» verso un «ancora di più».
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento La vista di un sepolcro.
Charles Poërson, La predica di san Pietro, 1642. Los Angeles, Los Angeles County Museum of Art
