Edgar Morin, l’eredità di un mondo connesso
È morto a 104 anni il filosofo francese Edgard Morin. Risonanze del suo pensiero con le teologie femministe
La morte di Edgar Morin (1921-2026) segna la conclusione di una delle più straordinarie avventure intellettuali del Novecento e del primo quarto del XXI secolo. E consente di evidenziare l’intreccio non solo del mondo, «comunità di destino terrestre», ma anche delle pratiche, collegandosi agli impianti ecofemministi.
Pensatore indisciplinato e attraversatore di confini, Morin ha dedicato la propria lunga vita a una domanda che oggi appare più urgente che mai: come pensare un mondo che non può più essere compreso attraverso separazioni, semplificazioni e frammentazioni?
Per me e per molte studiose e teologhe femministe la sua scomparsa non rappresenta soltanto la perdita di un grande intellettuale. Rappresenta anche l’occasione per riconoscere un debito, non sempre esplicitato, ma reale. Morin non ha elaborato una teoria femminista, né ha posto al centro della sua riflessione la critica al patriarcato. Eppure, alcuni dei suoi concetti più fecondi stanno a casa propria nello spazio epistemologico entro cui le teologie femministe hanno sviluppato alcune delle intuizioni più radicali.
Uscire da paradigmi gerarchici e di separazione
La riconoscenza nasce precisamente dal contributo di Morin a una diversa idea di conoscenza, di umanità e di mondo e, paradossalmente, averlo offerto come un uomo fra gli altri, mostrando una maschilità possibile. Una delle acquisizioni più importanti delle teologie femministe, d’altro canto, consiste nell’aver mostrato come gran parte della cultura occidentale sia stata costruita attraverso una serie di dualismi gerarchici che hanno prodotto rapporti di dominio, esclusioni e marginalizzazioni. Hanno giustificato la subordinazione delle donne, l’assoggettamento della natura e la svalutazione di tutto ciò che appariva dipendente, vulnerabile o relazionale.
Anche l’opera di Morin si è sviluppata come una critica permanente di questo paradigma della separazione. Il pensiero della complessità nasce infatti dalla consapevolezza che la realtà non è composta da elementi isolati ma da relazioni, connessioni, interdipendenze e retroazioni. La sua proposta dialogica non mira a eliminare le differenze, ma a pensare insieme ciò che la modernità ha separato. Non si tratta di sciogliere le tensioni, ma di abitare le contr
addizioni senza ridurle.
Nel Coordinamento teologhe italiane (CTI) questa intuizione risuona profondamente: nell’ultimo seminario, abbiamo proprio riflettuto sulle contraddizioni, le ambivalenze, i conflitti, anche laddove sembrerebbe non ci siano, per esempio proprio nelle riflessioni e nelle pratiche delle donne. A maggior ragione risuona nelle elaborazioni dell’ecofemminismo, come abbiamo potuto sentire recentemente da Catherine Keller nella sua lezione tenuta per Polylogos e per il CTI: in Keller l’interconnessione radicale del reale, consonante con l’elaborazione dello studioso francese, si nutre anche della teologia del processo e della lettura relazionale della creazione.
Parzialità nella complessità
Il pensiero di Morin, inoltre, ha contribuito alla consapevolezza che ogni conoscenza è situata, parziale e inevitabilmente coinvolta. Il sapere non elimina l’incertezza; al contrario, nasce dal confronto con essa. Questa prospettiva ha rappresentato negli anni un alleato prezioso. Non esiste un punto di vista universale che possa pretendere di parlare a nome di tutti e di tutte.
Il pensiero della complessità ci ricorda che nessuna prospettiva è sufficiente a se stessa, finanche quella umana; il mondo è più intrecciato di quanto possiamo immaginare. In un tempo segnato da guerre, crisi ecologiche e nuove forme di disuguaglianza, la sua idea di una «comunità di destino terrestre» costituisce ancora una delle formulazioni più efficaci, se non la si intende come una formula teorica bensì come un compito.
Imparare a vivere sulla Terra sapendo che nessuno e nessuna si salva da solo e da sola, perché ogni vita è legata alle altre e perché il futuro dell’umanità dipende dalla qualità delle relazioni che sapremo costruire con gli altri esseri umani, con il mondo vivente e con la Terra che condividiamo.
È proprio questa consapevolezza della co-appartenenza che rende oggi l’intreccio tra teoria della complessità ed ecofemminismo evidente, il loro dialogo non solo necessario ma anche promettente.