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Facciamo la pace!

Dichiarazione dei teologi moralisti italiani sull'attuale situazione di guerra.

Dietro questa comune espressione, che abbiamo utilizzato fin da bambini dopo aver litigato con qualcuno, si cela un’importante verità.

Con i toni parenetici del Discorso della Montagna viene detto: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). Ma una più appropriata traduzione direbbe «Beati i costruttori di pace» perché il termine greco usato è eirenopoioi, vocabolo originale, che amalgama la parola pace con il verbo fare, costruire, «facciamo la pace» appunto. Ciò implica l’idea che la pace si costruisce e che Gesù inviti alla creatività personale e istituzionale. Non ci sono limiti individuali e sociali per trovare qualsiasi via, non belligerante, idonea a realizzare la pace. 

Questo richiama quanto sant’Agostino dice: «Titolo più grande di gloria è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace, ma a costo di spargere il sangue. Tu, al contrario, sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di alcuno» (Ep. 229,2).

I fatti sussistono prima come pensieri, ed è dai pensieri che nascono. Se si estingue la parola si estingue il fatto.

Come teologi morali non possiamo non evidenziare quella vera e propria eclissi della ragione, che sta dietro ogni rivendicazione bellica, per quanto giusta possa apparire.

Non c’è nessuna legittimità morale che giustifichi lo sterminio di bambini, l’uccisione di civili inermi e innocenti, la distruzione di opere fatte con la fatica e l’impegno dell’uomo, l’abbandono disumanitario di quanti necessitano di aiuto, le norme più elementari del diritto finito nella cenere come ricordava papa Leone nell’omelia del Mercoledì delle ceneri. Siamo di fronte a una pericolosa involuzione dell’umanità. Parafrasando una popolare canzone: torniamo a credere negli esseri umani.

C’è stato un tempo in cui nella Chiesa per essere ammessi tra i catecumeni bisognava cambiare lavoro se si era militari: essere militari era incompatibile col messaggio cristiano (e, aggiungeremmo, anche semplicemente umano).

Occorre delegittimare la guerra. Ma bisogna delegittimare anche l’assistere passivamente alla guerra come, ormai, da tempo, il condizionamento mediatico ci ha abituato a fare. Come ha dichiarato il cardinale di Chicago Blaise Cupich il 7 marzo 2026: «Questa rappresentazione agghiacciante dimostra che viviamo ormai in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa è stata drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda soltanto la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, spettatori, guardiamo alla violenza, perché la guerra è ormai diventata uno sport da spettatori o un gioco di strategia».

Uccidere la guerra con la parola significa costruire sentieri di pace. Certo occorre uno sforzo, ma non solo. Non è uno sforzo impossibile: è un impegno moralmente doveroso. Costruire la pace non è tanto un facile irenismo quanto il frutto del contrasto a condizioni di ingiustizia strutturale, di povertà, di inaccettabili sperequazioni sociali, di insostenibilità ambientale.

Significa anche farlo con l’umiltà del «principe della pace», che entra a Gerusalemme a dorso d’asino e non lancia frecce arroganti verso i peccatori, chinandosi piuttosto ad amarli. Ben diverso dalla strumentalizzazione blasfema della religione chiamata a sostenere (anche con video «virali» come si suol dire oggi), in cui si prega insieme, ringraziando Dio per essere dalla propria parte, che è quella da lui voluta nella vittoria sull’altro.

L’Associazione teologica italiana per lo studio della morale ritiene pertanto priva di liceità morale qualsiasi guerra di conquista e la possibile guerra difensiva, quando assolutamente inevitabile, non dovrà mai eccedere i limiti della «legittima difesa da un ingiusto aggressore», nel rispetto delle più elementari norme umanitarie e delle convenzioni internazionali sui diritti umani, attraverso un rigoroso controllo per il contenimento della violenza.

Al tempo stesso l’ATISM sottolinea la necessità di individuare mezzi di difesa non violenta per contrastare eventuali offese belliche, come già avvenuto varie volte nella storia.

Quanto alla cosiddetta guerra «preventiva», si invita a considerare con attenzione e preoccupazione come possa essere accampata o presunta a giustificazione di ogni aggressione ritenuta una minaccia per altri popoli, rivelando così, accanto alla sua ambigua configurazione, un pericoloso accreditamento a forme incontenibili e insostenibili di rivendicazione.

Ritiene, inoltre, che a tale sostanziale illiceità debba associarsi quella di chi, con qualsiasi mezzo, sostiene o difende la necessità della guerra o si limita tiepidamente a tacere. Ma soprattutto non può non evidenziare la contraddizione di chi, pur condannando in linea di principio la guerra, ne diventa poi complice fornendo armi ai paesi belligeranti o favorendone il commercio.

L’invito di papa Leone XIV a promuovere una «pace disarmata e disarmante» deve indurre tutti a contrastare con ogni mezzo ogni azione di chi voglia condurre alla pace con la ragione delle armi più che con le armi della ragione.

Al tempo stesso occorre non solo «fare la pace», ma progettare un futuro di pace in cui possa dimorare permanentemente la giustizia (cf. 2Pt 3,13).

 

Il Consiglio di Presidenza dell’ATISM

Commenti

  • 13/03/2026 Francesco Compagnoni

    L’appello del Consiglio di Presidenza dell’ATISM è apprezzabile, ma è fuori della storia reale. Avrebbe potuto essere scritto 50 o 100 anni fa. Per avere un qualche aggancio con la realtà della geopolitica è necessario ritornare ai Diritto dell’uomo e alle strutture internazionali che li promulgano e difendono. I diritti dell’uomo, sia a livello dei singoli stati che come diritto umanitario e trattati internazionali, sono una grande conquista politica del XX secolo. L’ONU e altri organismi transnazionali hanno potuto elencare, concordare e rendere (parzialmente) giustiziabili (cioè portare in giudizio i trasgressori) i diritti delle singole persone, delle minoranze, di popoli interi e delle loro relazioni reciproche. Certo, attualmente l’Onu è in crisi. E anche Paesi importanti come Russia, Israele, Usa con le loro guerre non rispettano gli accordi presi. Proprio gli USA che sono stati per tanto tempo fondamento delle Nazioni Unite. Sia con i generosi contributi sia con il proprio soft power politico e culturale. Ma non possiamo appiattirci sulla saggezza da osteria/bar: I forti hanno sempre ragione! Perché come don Rodrigo del Manzoni finisce male, così anche i Putin, i Trump e gli Netanyahu finiranno male. Non finiranno male invece coloro, che come fra Cristoforo, si sono opposti a loro in tanti modi. E non solo perché Dio li accoglierà nel suo seno, ma anche perché saranno i modelli positivi delle prossime generazioni. Senza questa speranza non è possibile impegnarsi per una convivenza umana che non sia barbara.

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