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«Fino all’estremità della terra»

In pochi versetti vediamo un interessante sviluppo di questa figura del «servo». 

II domenica del tempo ordinario

Is 49,3.5-6; Sal 39 (40); 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Anche in questa domenica il testo di Isaia, della prima lettura, fa parte dei quattro «canti del Servo», di cui abbiamo parlato la settimana scorsa. In questo canto è interessante vedere come dapprima si dica esplicitamente che il «servo» è Israele – «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria» –, mentre nei versetti seguenti si abbia un cambio di soggetto e il «servo» diventi qualcuno che ha un compito verso Giacobbe e Israele: «Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele».

Inoltre tale missione richiede un di più: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele». Questo «servo» riceve così un’ulteriore «forza», attributo che implica allo stesso tempo un ampliamento della sua stessa missione: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Si ha così in pochi versetti un interessante sviluppo di questa figura del «servo». Se dapprima il «servo» è Israele, successivamente la sua connotazione identitaria si restringe a un’unica persona, che sin dalla nascita riceve la missione di «restaurare le tribù di Giacobbe» e di «ricondurre i superstiti d’Israele».

In pochi passaggi c’è qui tutta la storia del popolo, dall’uscita dall’Egitto (le tribù di Giacobbe) fino alla dispersione delle dieci tribù del Regno del Nord per mano degli Assiri e al ritorno di coloro che erano stati esiliati per mano dei Babilonesi. Non solo, la missione del servo si allarga, si fa ancora più ampia ed egli stesso diventa «luce delle nazioni», la sua missione oltrepassa i confini Israele per abbracciare «l’estremità della terra» in un unico annuncio di salvezza.

Ci troviamo così di fronte a uno scenario immenso, dove la volontà salvifica di Dio passa dal particolare all’universale e dove proprio quel particolare è lo strumento attraverso cui «illuminare», abbracciare tutto l’universale. E questo attraverso un restringersi di soggetti, dato che da Israele-servo si passa a un solo individuo il cui messaggio di luce e di salvezza abbraccia, a partire da Israele stesso, tutta la terra.

Tutto questo appartiene a una logica tipicamente biblica, rivelatrice di questo particolare modo di agire di Dio nella storia. Per fare un esempio: la liberazione dei «figli di Giacobbe» dall’Egitto avviene attraverso il passaggio del Mare dei giunchi (il cosiddetto Mar Rosso), ma l’entrata nella terra promessa è attraverso il passaggio del fiume Giordano; e se nel Mare dei giunchi le acque fanno da muraglia a destra e sinistra, nell’attraversare il Giordano basta solo che lo scorrere delle acque si fermi e permetta al popolo di passare il breve letto del fiume – mediamente tra i cinque e i dieci metri – all’asciutto.

Così il servo-popolo, ristretto in un servo-individuo, non solo è capace di radunare tutto Israele, ma di diventare egli stesso «luce» portatrice di salvezza per tutte le nazioni.

Se passiamo ora al testo evangelico, c’è un particolare interessante nella testimonianza che Giovanni fa riguardo al battesimo di Gesù. Dapprima afferma che non lo conosceva, ma comprende che il suo essersi recato presso il fiume Giordano per battezzare, in realtà, è «perché egli fosse manifestato a Israele»; inoltre racconta di aver contemplato «lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui».

Questa immagine della colomba, nella tradizione rabbinica e soprattutto nella mistica ebraica, è collegata allo spirito messianico e – guarda caso – anche all’immagine della luce. Nel testo dello Zohar (letteralmente «splendore»), ad esempio, tutti questi elementi compaiono insieme: la colomba che tornò da Noè è il simbolo del messaggero di pace che apparirà alla fine dei giorni per annunciare la redenzione, la quale è chiamata «Luce infinita».

Ora questa «luce» per noi cristiani è Gesù stesso, il Messia morto e risorto, il Salvatore: il mondo, il nostro cuore, le nostre vite hanno un estremo bisogno di questa «luce» ma, proprio per questa sua caratteristica di agire dal particolare all’universale, non è così immediato vederla, molte altre «luci» ci confondono, proprio perché abbagliano, ci appaiono più grandi, luminose e forse anche più rassicuranti, risolutive.

Sono però solo illusioni che fomentano le tenebre; per cercare «quella» luce bisogna, invece, mettersi in ascolto, farsi «piccoli come bambini», cercare le «periferie» – per usare un’espressione tanto cara a papa Francesco – del nostro cuore e del nostro mondo, dove le luci «forti» non hanno interesse a «presenziare», ad «agire» e dove, invece, risiede la bellezza della nostra umanità, quella «bellezza» per cui – come scrive Dante – «il suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura» (Paradiso, Canto XXXIII).

Gerardus Gossen, Risurrezione di Cristo, 1827. Chicago, Art Insitute.

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