Guernica, la Pasqua e la com-passione
Perché ancora Guernica di Pablo Picasso? Perché ancora quest’opera in questi giorni pasquali?
Pablo Picasso, Guernica, 1937. Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía.
Guernica (1937): opera che fissa sulla tela il dolore e l’orrore in modo iconico da novant’anni e lo denuncia nel riproporsi puntualmente. Soprattutto quando i protagonisti responsabili – pur reali – sono invisibili, e sulla scena restano le povere «comparse» che (forse e purtroppo) non hanno nome nei «titoli di coda» e che, diverse eppure sempre uguali, si avvicendano nei teatri di guerra. Guernica è un’opera che dà forma alla compassione nella cruda realtà dello strazio dei corpi.
«L’arte oppone i corpi, con la loro vita, e la loro lingua, con il loro sguardo, e il loro sentire, alla guerra, che quei corpi vuole invece rendere invisibili, dopo averli trasformati in obiettivi strategici, in nemici senza volto e senza desideri, senza ragioni e senza affetti» (A. Prete, Compassione. Storia di un sentimento, Bollati Boringhieri, Torino 2013, 38).
Figure della Passione
Perché ancora Guernica di Pablo Picasso? Perché ancora quest’opera in questi giorni pasquali?
Fissare con lo sguardo dell’arte la rielaborazione delle morti violente può far risaltare, accanto alle paure esorcizzate con l’indignazione, un residuo di umanità che riprende vita attraverso la compassione. Gli scenari quotidiani, che sono quelli di ogni città, di ogni casa, di ogni affetto, giacciono a soqquadro sulla tela, scomposti dalla deflagrazione del bombardamento. È impossibile dettagliare la simbologia che si addensa nell’opera di Picasso. Eppure non è una raffinazione del pensiero, ma è cruda e immediata.
Mi colpisce che queste stesse figure sono tasselli di una storia che si ripropone nella Settimana santa. La madre e il figlio morto, che aprono il dipinto a sinistra, riportano alle tante «Pietà» della Mater dolorosa nelle nostre chiese.
La donna al margine destro, che leva le braccia al cielo, dentro una stanza devastata, mi fa andare allo strazio delle donne presso la croce di Gesù riproposta nelle molteplici «sacre rappresentazioni» di questi giorni.
L’uomo stramazzato a terra, che tiene in pugno una spada spezzata, ha le braccia spalancate del Crocifisso e fa pensare alle croci depositate inerti sui pavimenti delle chiese il Sabato santo.
La lampada penzolante mi riporta alla sala in cui, una sera, quello stesso Gesù si è fatto riconoscere lasciandosi ospitare a Emmaus dai due discepoli delusi, ospitandoli per sempre nello stupore ardente della sua presenza risorta.
Quando è vera la compassione
La compassione, che nasce dall’immergerci nel dramma di amore e di dolore del Cristo, è ancora più vera se non è portata al di là della storia, con un nostalgico ricordo senza tempo, totalmente scorporato dai corpi che patiscono (fino a morire) lo sfregio alla loro dignità.
Così entriamo nella Pasqua di Gesù, nella modalità con cui lui è entrato nei nostri passaggi di vita, ostruiti dalle macerie del cuore e dai legami spezzati. Colpisce che, nella raffigurazione delle persone umane, Picasso enfatizzi con chiara evidenza le «linee della vita» nei palmi delle mani. Le mani rivolte verso l’altro portano scolpiti percorsi di vita brutalmente spezzati. Un’invocazione del tutto laica, ma che rivela l’anelito a vivere e a rivivere.
In quella scena di strazio e brutalità, lì c’è il passaggio di vita del Crocifisso-Risorto. Forse si cela in Guernica nella mano che reca un lume per far risaltare i contorni delle figure che si affollano sul fondo oscuro della tela.
Lasciare accesa questa luce, quella stessa che, nella liturgia pasquale, percorre nel buio le navate delle nostre chiese, significa non solo prendere coscienza dell’oppressione dei violenti, ma operare per rialzare i caduti, sentendo realmente il loro dolore. E pensare che così Dio è entrato in questa storia umana, raffigurata da Picasso in uno dei suoi momenti più bui: la passione degli innocenti e degli incolpevoli.
Come ha scritto il teologo Hans Urs von Balthasar: «Non solo il mondo perviene mediante Dio al suo fine, ma Dio stesso in occasione della perdutezza del mondo perviene alla sua più autentica manifestazione e glorificazione».
Pier Davide Guenzi è il presidente dell'ATISM.