Guerra, difesa, pace: la voce delle religioni
Parlare di pace è una sfida esigente: esige uno sguardo profetico e al contempo una capacità di analisi puntuale.
Martin Luther King Jr. parla alla folla dai gradini del Lincoln Memorial durante il discorso "I Have a Dream", 28 agosto 1963.
Washington, D.C. Fotografia: U.S. Marine Corps. Pubblico dominio.
La rivista Il Regno, sul cui sito è ospitato anche il blog «Moralia», ha visto recentemente alcuni significativi contributi sul tema della pace, e ad alcuni di essi fanno riferimento queste righe.
Ci riferiamo, in particolare all’ampio intervento con cui Daniele Menozzi in Il Regno - attualità n. 12 evidenziava alcune aporie presenti nel duro articolo di Luca Diotallevi sul numero precedente della stessa rivista.
Quale difesa
Diotallevi vede nella diffusione del pacifismo nel cattolicesimo postconciliare una distorsione dell’autentico magistero cattolico, che resterebbe invece costante nell’affermare il diritto di legittima difesa.
Menozzi sottolinea in primo luogo la rottura epistemologica introdotta nella traiettoria del magistero cattolico dalla restrizione alla sola legittima difesa – con le strette condizioni che essa impone – dell’insieme delle possibili giustificazioni per l’uso della violenza.
Di più, egli evidenzia come gli ultimi pontefici abbiano evidenziato con forza crescente come l’affermazione del diritto a difendersi sia comunque subordinato a un primato della costruzione della pace, quale riferimento centrale per l’azione credente nello spazio pubblico.
Sotteso a tale approccio sta il superamento di uno sguardo tutto negativo sulla storia, che dispera della possibilità di farne uno spatium verae fraternitatis (per riprendere l’espressione della costituzione conciliare Gaudium et spes), per privilegiare invece la costruzione di una pace disarmata e disarmante – riprendendo le prime parole di Leone XIV all’inizio del suo magistero.
Per un’etica della pace
La prospettiva felicemente delineata da Menozzi evidenzia il positivo valore chiave assunto dalla nonviolenza, quale ideale regolativo per un’argomentazione etica e teologica ben meditata sul tema della pace.
Riferirsi a essa non rende cioè di per sé illecito qualsiasi uso delle armi e qualunque azione a esso collegata, ma solleva piuttosto un interrogativo sistematico, chiamando a un puntuale discernimento circa la moralità dell’agire in tali ambiti.
Ecco allora che, più che fissarsi sulla rigidità di una deontologia assolutizzante, una riflessione etica sulla pace verrà ad assumere un approccio marcatamente teleologico. Se in essa trovano certo spazio affermazioni forti e riferimenti fondanti, altre esprimeranno valutazioni più legate alla specificità di contesti particolari, legati a tempi e luoghi specifici.
Interrogativi per le coscienze
È importante comprendere tale distinzione, per evitare sviste come quella che compie Diotallevi nel momento in cui critica la nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante, pubblicata dalla Conferenza episcopale italiana il 5 dicembre 2025, per gli interrogativi che essa pone circa la produzione e il commercio delle armi e il suo ruolo nell’attuale fase critica.
Egli non sembra cogliere che qui non si nega agli Stati il diritto di difendersi, ma si evidenzia come gli ultimi anni abbiano visto un’espansione dell’industria delle armi e del relativo commercio − non certo limitato alle aree di crisi, né a sistemi finalizzati alla difesa.
È anche sulla base di tale attenzione, del resto, che il testo CEI prolunga tale istanza nell’indicazione dell’obiezione professionale, quale personale forma di testimonianza significativa di un’attenzione per la pace (ma non certo di imperativo strettamente vincolante per ognuno e ognuna). Non si esprimono cioè qui istanze di tipo ideologico, ma piuttosto la fatica della ricerca di cosa significhi essere costruttori di pace (eirenopoioi) in questo tempo.
La pace e l’ecumene
Una positiva e articolata attenzione per la pace caratterizza anche il documento recentemente proposto dal Gruppo teologico del SAE (Segretariato attività ecumeniche) col titolo Il Regno di Dio, profezia di pace. Convocati/e dalla speranza in un tempo di guerra, di cui ho il piacere di essere tra i firmatari.
Tale testo dedica un’attenzione particolare all’ambivalente ruolo delle religioni in ordine alla pace, quale si manifesta con forza tutta particolare in questo tempo in cui parecchi conflitti rivelano connessioni più o meno dirette con ideologie religiose.
Disinnescare gli elementi violenti al loro interno e stimolare la crescita delle potenzialità di pace presenti in ognuna di esse: questo il contributo che il dialogo può portare alla costruzione della pace. Perché, come recita il testo, «noi crediamo che il nome di Dio è pace, che egli rigetta la guerra e ogni forma di violenza e chiama la famiglia umana a vivere riconciliata sul pianeta Terra».
E quindi «ci opponiamo a qualsiasi politica di guerra e di violenza condotte nel nome di Dio. Ci opponiamo a qualsiasi giustificazione della guerra fondata su riferimenti strumentali e letteralistici a testi sacri o su richiami a tradizioni religiose».
Parlare di pace è sfida esigente; esige competenze e voci diverse. Esige uno sguardo profetico e al contempo una capacità di analisi puntuale; non rimanda a facili utopismi, ma piuttosto a una seria coltivazione della virtù della speranza.
Simone Morandini è presidente del Segretariato attività ecumeniche (SAE).