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Habermas, ultimo pensatore

Con la sua morte si chiude un capitolo significativo della ricerca filosofica, legato al progetto della «teoria critica» della Scuola di Francoforte.

 Fotografia di Wolfram Huke, http://etwasistimmer.de. CC3.0.

Con la morte di Jürgen Habermas (1929-2026) si chiude un capitolo significativo della ricerca filosofica, che ha avuto il suo inizio con il progetto della «teoria critica» della Scuola di Francoforte.

Il termine è riferito a un tipo di società caratterizzata dalla capacità critica, cioè capace di smascherare le false interpretazioni e la mistificazione della realtà. Singolare è l’attualità di un percorso come quello habermasiano in un’epoca come la nostra, così esposta alle manipolazioni mediatiche e tecnologiche.

La svolta comunicativa

La teoria dell’agire comunicativo nasce esattamente dalla convinzione che il linguaggio non sia solamente uno strumento di espressione e di strategia, ma l’ambito dove si gioca l’interazione tra soggetti umani che provano a intendersi in un discorso riferito a una realtà concreta.

Nel momento in cui parliamo e argomentiamo perché le nostre istanze siano accolte, in linea di principio avanziamo una pretesa universale di validità che sottoponiamo al libero riconoscimento degli altri. La logica della comunicazione richiede l’assunzione dell’altro come interlocutore di pari dignità e l’impegno a rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono all’instaurarsi concreto di una situazione comunicativa libera dal dominio.

Il punto di vista morale

La creazione di condizioni che rendano possibile il dialogo tra soggetti è il frutto di una responsabilità condivisa al livello istituzionale più ampio possibile. In ogni caso, la genesi di un comportamento morale, cioè corretto, o del suo contrario non risiede solamente in un semplice proceduralismo, ma precede ogni conoscenza.

Alla base di ogni intuizione etica si trovano la compassione che si prova di fronte alla violazione dell’integrità altrui e la sofferenza per la propria integrità offesa o per la paura del pericolo che la minaccia. Si stabilisce così un nesso tra l’identità della persona, compresa in modo relazionale, e la funzione che ricopre la comunicazione tra i membri che si riconoscono in una relazione comunicativa.

La sfera pubblica

La preoccupazione continua di Habermas diventa nel tempo quella di difendere i luoghi dove è possibile un dialogo tra tutti coloro che formano le società democratiche, in vista di una sempre maggiore partecipazione ai processi decisionali. La sua idea di fondo è quella di una democrazia di tipo partecipativo, perciò vengono riconosciute come qualificanti le assemblee parlamentari, insieme a tutti gli ambiti dove si costruisce un confronto internazionale, come l’UE e l’ONU.

La convivenza all’interno di una società multiculturale e multireligiosa non è affatto un dato acquisito per chi ne fa parte, e richiede continua verifica e attenta considerazione. Le diverse componenti sociali fanno riferimento a una rete piuttosto complessa di relazioni, che definiscono la loro identità secondo moduli di appartenenza.

L’incidenza dei valori assimilati nei processi formativi si fa sentire notevolmente nell’impostazione dei percorsi esistenziali, nell’articolazione delle relazioni e nelle decisioni che toccano la sfera pubblica, senza parlare dell’interdipendenza che esiste tra generazioni e culture nei contesti umani.

L’etica della convivenza

La posizione di Habermas s’inquadra in un dibattito attuale piuttosto delicato: la possibilità di un’inclusione delle differenze a partire da un contesto pluralistico. Le opinioni divergono di fatto sulla modalità concreta di realizzare tale inclusione. La difficoltà maggiore consiste nell’impostare la propria riflessione sull’identità della persona e della società, evitando di imboccare la strada dell’individualismo e scegliendo il paradigma della relazionalità.

Alla base dell’intuizione habermasiana vi è indubbiamente l’apertura all’intersoggettività, che significa riconoscere la differenza senza la pretesa di assimilarla, com’è accaduto nella storia dell’umanità fino al periodo moderno. L’attenzione per il riconoscimento dell’altro è al centro di varie elaborazioni teoriche per la capacità che ha di mettere insieme la dimensione autonoma della persona umana con la rete delle relazioni che costituiscono la socialità.

Il ruolo delle religioni nello Stato liberale

Anche le concezioni religiose conservano la loro rilevanza nelle società contemporanee, fornendo criteri esplicativi e comportamentali in tema di valori umani come la vita, la morte, la salute, la malattia, la felicità, il dolore e così via. A questo livello è necessario attivare una corretta comprensione della religione e della sua funzione nell’ambito della società.

Alla luce del processo di secolarizzazione sociale e culturale, per Habermas sono importanti due condizioni: da una parte è necessario che la religione sia disposta ad abbandonare le pretese di autorità e a entrare in quel discorso razionale in cui valgono solo le pretese di validità argomentabili razionalmente; dall’altra bisogna che la neutralità del potere statale non sia intesa come generalizzazione politica di una visione del mondo secolarizzata.

La neutralità dello Stato di diritto, in conclusione, deve valere anche a tutela di quelle concezioni religiose del mondo che non possono vedersi negato il diritto di entrare criticamente nella discussione pubblica.

 

Giulio Parnofiello, gesuita, è docente di Teologia morale presso la Pontificia facoltà teologica della Sardegna. Tra le sue opere: Azione comunicativa e teologia morale. La rilevanza etica della teoria di J. Habermas, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2008.

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