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Il banchetto finale

La prima lettura ci presenta un banchetto di ricche vivande, elemento «biblico» fondamentale per descrivere una festa, una situazione di gioia, di benessere, di felicità.

XXVIII domenica del tempo ordinario

Is 25,6-10a; Sal 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

La prima lettura di questa domenica, tratta dal Libro del profeta Isaia, ci presenta un banchetto di ricche vivande, elemento «biblico» fondamentale per descrivere una festa, una situazione di gioia, di benessere, di felicità.

A preparare il banchetto è Dio stesso e questa non è una novità, ma direi una costante che attraversa tutta la narrazione biblica. Dal primo capitolo della Genesi fino all’Apocalisse, infatti, è costantemente Dio che si preoccupa di dare il cibo a ogni essere vivente, un cibo non qualunque ma che, man mano che si va avanti nella narrazione, si presenta ricco, gustoso, speciale e soprattutto vitale.

Dal banchetto di Isaia, per fare un esempio, possiamo passare al banchetto di donna Sapienza, nel libro dei Proverbi, e alla Sapienza stessa che si presenta, nel Siracide, come cibo di cui non si è mai sazi: «Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (Sir 24,21). Fino al culmine di tale percorso in cui Dio, nella carne del Figlio, si fa cibo, un cibo che non perisce, ma che è per la vita eterna: «Il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27).

Ma nel passo in questione c’è un ulteriore particolare su cui soffermarsi e cioè il luogo in cui Dio prepara il banchetto: «Su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati». Il monte in questione è il monte Sion, il Tempio di Gerusalemme e, in modo più ampio, la stessa città di Gerusalemme.

Gerusalemme dunque nel contesto biblico si presenta costantemente come il luogo della rivelazione, della manifestazione di Dio, del banchetto escatologico, cioè definitivo, vitale, salvifico. È l’unica città in tutta la Bibbia che ha questa connotazione così particolare e unica. Il suo destino oltrepassa la storia e la sua presenza è destinata a essere il teatro dell’ultimo definitivo atto salvifico di Dio: «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto».

Queste stesse parole di Isaia le ritroviamo, infatti, anche nell’Apocalisse, dove l’immagine – siamo sempre a Gerusalemme – è quella di una tenda, una tenda speciale non fatta da mani umane, ma da Dio stesso, una tenda che è capace di ospitare tutti i popoli, una tenda in cui Dio accoglie e asciuga le lacrime di ogni persona umana, una tenda, infine, dove non c’è più posto per la morte: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3).

Anche se in passato si è tentato in vari modi di «spiritualizzare» Gerusalemme, rendendola un’allegoria e definendo «Gerusalemme» un’idea, un concetto, o un qualsiasi altro luogo, credo che la continuità che la Bibbia propone nell’indicare lo stesso luogo geografico abbia una sua importanza e un suo senso.

Per il popolo ebraico e per i cristiani – a qualsiasi confessione appartengano – Gerusalemme non è una città come un’altra, non è una città «santa», ma è la città del Santo, è il luogo in cui tutta la storia di salvezza troverà il suo compimento, la sua pienezza, il suo banchetto finale, così come, di nuovo, alle parole di Isaia fanno eco quelle dell’Apocalisse: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!».

Separare Gerusalemme dal suo destino, trasferendo la sua «vocazione» a qualsiasi altro luogo è non aver compreso l’importanza di come «parola, popolo e terra» rappresentino un unicum inscindibile. Non è Gerusalemme che si sposta in altri luoghi o in mezzo ad altri popoli, ma sono i popoli, le nazioni che si muovono verso Gerusalemme, verso di lei dirigono il loro sguardo e, invitati al banchetto della salvezza, dirigono i loro passi, il loro cammino.

Certo, Gerusalemme stessa attende questa salvezza, nel senso che quella di cui parlo sarà una Gerusalemme trasfigurata, una Gerusalemme «nuova», trasparente, capace di riflettere la presenza accogliente e vivificante di colui che è unicamente il Santo.

Da Gerusalemme, si parte per annunciare a tutti i popoli la salvezza – come ci dice Luca : «cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,47) – e a Gerusalemme si arriva, per prendere parte al banchetto, per abitare nella tenda.

Non ultimo: per essere ammessi a questo banchetto, ci mette in guardia il Vangelo di oggi, occorre indossare l’abito nuziale; chi va infatti a una cerimonia di nozze senza un vestito adatto, che si addica all’evento?

Mi ha sempre incuriosito, in questa scena evangelica, questo ospite «stonato», che viene subito notato e che alla domanda sul perché non sia adeguatamente vestito «ammutolisce», non sa neanche rispondere, o forse non sa neanche che cosa rispondere.

Le risposte possono essere diverse. Forse è uno che passava di lì, ha visto che c’era un banchetto e si è intrufolato per mangiare gratis; in questo caso manifesta la sua totale indifferenza a tutto ciò che lo circonda e guarda solo al suo interesse immediato e personale. Oppure è qualcuno che non sa come ci si deve vestire per partecipare a un banchetto del genere, il che manifesterebbe la sua totale ignoranza rispetto alla cultura e alle usanze del luogo. Fatto è che, scoperto e interpellato, non sa rispondere.

Se giriamo la questione riguardo al nostro essere cristiani, quanti sanno rispondere all’importanza che Gerusalemme ha per la nostra fede? Che consapevolezza abbiamo della «mensa» a cui siamo invitati?

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento: Invitati a una festa di nozze.

Jan Steen, La coppia che danza, 1663. Washington, National Gallery of Art. Pubblico dominio.

 

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