Il compimento di una vita
Con la Domenica delle palme ci prepariamo a vivere la Settimana santa.
Domenica delle Palme - Passione del Signore
Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66
Con la Domenica delle palme ci prepariamo a vivere la Settimana santa. Un itinerario che passa dalla gioia e dall’esultanza – il corteo esultante che accompagna la discesa di Gesù dal Monte degli ulivi proclamandolo re e Messia, figlio di Davide – alla passione e morte di Gesù – quest’anno raccontata da Matteo –, e infine alla proclamazione della sua risurrezione nella domenica successiva, il giorno di Pasqua.
Dall’esultanza al dolore, alla morte, per poi proclamare la vita e la vita in pienezza, senza fine.
Dentro questo itinerario è racchiusa la vita di ogni essere umano: alla sua nascita c’è la gioia, l’esultanza; la vita si presenta ricca di promesse, di attese, di progetti da realizzare e soprattutto di senso da trovare. Tutto sembra bello (almeno nella maggior parte dei casi), roseo e pieno di speranza.
Con gli anni, però, la ricerca di senso della propria esistenza, le difficoltà della vita e l’ambiente circostante incombono come ombre, oscurità e a volte come veri e propri ostacoli che rendono difficile il cammino. Alla fine della strada c’è la morte che ci attende, tranquilla per alcuni, sofferta per altri, tragica per altri ancora. Per tutti è comunque e sempre un passaggio di passione.
Quale che sia il motivo della nostra morte, questa ci trasfigura, ci trasforma. Di fronte alla morte l’istinto è quello di voltare la faccia, di prendere le distanze, di «girare al largo». E la domanda sul senso dell’esistenza si fa più pressante: che senso ha vivere? Ma forse la domanda più corretta che dovremmo porci sarebbe: che senso ha avuto o sta avendo la nostra vita, proprio pensando alla sua fine, all’ineluttabile «fine corsa» che ci attende?
Se guardiamo a questo itinerario che abbiamo tracciato brevemente e per sommi capi, possiamo ritrovarci non solo la storia della nostra vita, ma anche quella di Gesù. I Vangeli dell’infanzia ci parlano di gioia, di novità, di tenerezza e di speranza. Poi nel crescere, quando Gesù prende la sua strada, si avvia verso il suo percorso, la realizzazione del senso della sua esistenza, tutto si complica, l’entusiasmo di chi lo accoglie e lo segue si indebolisce, si offusca, e il numero di coloro che lo contestano si accresce e si fa sempre più minaccioso.
Quando ormai la sua missione è verso la fine, o almeno lui percepisce che lo sia – per questo basti pensare ai suoi ripetuti annunci di passione – si presenta sul Monte degli ulivi, pronto a scendere verso la valle del Cedron, per entrare a Gerusalemme. Una scena carica di simboli, che ricorda l’intronizzazione del re Salomone, che evoca la regalità davidica e l’unzione – la messianicità (dato che «messia» significa «unto») – di un «figlio di Davide».
Ed è qui forse il contrasto più forte, fra la folla che esalta questo nuovo messia-liberatore e l’animo, l’interiorità di Gesù, che sembra essere l’unico a sapere il senso di quanto sta avvenendo. Per tutti o per lo meno per molti, dato che anche qui le contestazioni non mancano, è un momento di gioia, di festa; per lui è l’inizio del «compimento», la realizzazione ultima del senso della sua esistenza.
Non si potrebbero trovare parole più adatte per descrivere i suoi pensieri di quelle del profeta Isaia, che la liturgia di oggi ci propone come prima lettura. La prima parte del testo descrive la «quotidianità» della sua vita, il cui centro è dato dalla sua relazione con Dio: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli». È come se Gesù stesse pensando a quanto ha vissuto: una vita trascorsa nell’ascolto della Parola del Signore e nell’incontro, nel dono di una parola che conforti e che consoli.
Le difficoltà, gli ostacoli, in questo percorso non sono mancati, ma sono stati vissuti nella fedeltà al Signore: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro». Gesù sa che il rifiuto e la resistenza nei suoi confronti si trasformeranno ben presto in gesti di tortura e di violenza, ma anche qui la parola profetica gli viene in aiuto: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi».
E alla fine ciò che conta è proprio la vicinanza di Dio: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso». Il resto, ciò che lo attende – lo sappiamo bene – è la sua passione, la sua morte infame con il suo corpo appeso sul legno di una croce. Ma tutto questo ha un senso, o come dice Gesù stesso (nel racconto di Giovanni), tutto «è compiuto» (Gv 19,30).
Un insegnamento che quindi possiamo trarre proprio da questa Domenica delle palme è questo: non sappiamo come e quando avverrà la nostra morte, ma ciò che è davvero importante è che in quel momento ci possa consolare il pensiero che il senso della nostra esistenza si sia compiuto.
E il senso di un’esistenza, agli occhi di Dio, non è dato né dalla sua durata, né tanto meno dalle «opere» compiute, ma dall’amore con cui siamo stati amati e abbiamo amato; e se anche non ci fosse stato amore da parte di nessuno – penso per esempio a tutte quelle vite non nate o a quei neonati abbandonati – non è venuto meno, non è mancato anche per costoro l’amore di Colui che è l’origine di ogni vita e la pienezza di senso per ogni singola esistenza.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento «Tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9)
Pietro Lorenzetti, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1310-1319 circa. Assisi, Basilica inferiore di San Francesco.
