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«Il mio servo»

Chi sia questo «servo del Signore» in realtà è una domanda a cui non c’è un’unica risposta.

Battesimo del Signore

Is 42,1-4.6-7; Sal 28 (29); At 10,34-38; Mt 3,13-17

 

La prima lettura di questa domenica, dedicata alla memoria del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, è tratta dal Libro del profeta Isaia.

Il testo profetico fa parte di quattro brani che gli esegeti hanno definito i «canti del servo», proprio perché in questi brani viene presentata una figura, chiamata esplicitamente «Servo del Signore» (‘ebed YHWH in ebraico), che viene scelta da Dio, riceve una missione, affronta rifiuto e sofferenza e, alla fine, viene esaltata e giustificata da Dio.

Chi sia questo «servo del Signore» in realtà è una domanda a cui non c’è un’unica risposta. Sebbene la tradizione cristiana, dai padri della Chiesa in poi, lo abbia immediatamente identificato con Gesù, attraverso quella lettura tipologica che applica al testo biblico le categorie di «figura» e «compimento», di fatto nel Libro di Isaia l’espressione «Servo del Signore» sfugge a un’equazione così netta («Servo del Signore» = Messia = Gesù), e offre una più complessa e articolata comprensione di questa.

Ad esempio in alcuni passi è abbastanza chiaro che «Servo del Signore» indichi il popolo di Israele o una sua parte, una collettività che si distingue proprio per la sua fedeltà a Dio; in altri passi, invece, è più netta la «singolarità» di questa figura.

Ad aggiungere complessità c’è il fatto che anche nel Nuovo Testamento la ripresa di questi brani di Isaia non viene unicamente utilizzata nei confronti di Gesù, cosa che troviamo prevalentemente nel Vangelo di Matteo, ma ad esempio in At 13 il «canto del servo» di Is 49 è riferito a Paolo e Barnaba, che per esplicitare la loro missione citano testualmente, riferendolo a se stessi, il testo di Isaia: «Io ti ho posto per essere luce delle genti perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra» (Is 49,6).

Tutta questa premessa è per sottolineare come una lettura dei testi, in questo caso profetici, solo come «figura» che trova «compimento» in colui che viene riconosciuto come Messia di Israele e delle genti, non solo è riduttiva, ma depaupera la ricchezza e la vitalità di questi testi.

Detto questo, vediamo un po’ più da vicino questo «canto del Servo», lasciando ovviamente aperta la sua identità, dato che – a riprova di quanto si è detto – proprio il nostro brano, nella traduzione greca dei Settanta, ha come aggiunta «ecco il mio servo Giacobbe e Israele».

La prima cosa, comunque, che si dice è che il Signore ha posto il suo spirito su di lui e che la sua missione è portare il «diritto alle nazioni». Il termine «diritto» in realtà può essere anche tradotto con «giudizio» e l’idea è quella di un ordinamento giusto della società. In altre parole questo «servo» riceve su di sé lo spirito del Signore per aiutare le «nazioni», i popoli, a ordinare in maniera giusta la propria convivenza civile. Con parole di oggi, si potrebbe dire che si tratta di un compito politico-sociale non solo molto importante, ma allo stesso tempo delicato e difficile.

Ed ecco che, infatti, segue la modalità con cui questo compito dovrà realizzarsi: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità».

Una modalità molto diversa da quella ancora oggi in voga, dove riempire le piazze, urlare slogan, sembra essere il modo vincente per convincere le persone a pensare e ad agire solo «in un’unica direzione». (A questo punto ci si potrebbe chiedere se anche gli «influencer» religiosi fanno parte di questa categoria di «urlatori»).

Ma non si tratta solo di questo; c’è qualcosa di ancora più sottile racchiuso in questa espressione – «non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» –, che indica proprio il non usufruire, il non abusare della fragilità, della vulnerabilità dell’altro per portarlo dalla propria parte. Pensiamo a come raffinati algoritmi, oggi, studiano le nostre inclinazioni, le nostre tendenze al fine di sfruttare proprio i nostri «punti deboli», le nostre «paure» e persino la nostra ignoranza per indirizzarci verso questa o quella scelta di campo; l’azione che subiamo è proprio quella di un far forza sulle nostre «canne incrinate» o sui nostri «stoppini dalla fiamma smorta» per ottenere consensi.

Dal punto di vista «politico», quindi, questo «servo» parte svantaggiato, potremmo dire anche perdente (dato che le politiche di convincimento di masse di oggi non sono poi così diverse da quelle di ieri), sembra però che anche questo sia messo in conto, proprio perché il testo prosegue in questo modo: «Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento».

In ebraico i verbi «venir meno» e non «abbattersi» sono gli stessi che danno origine agli aggettivi utilizzati, nel versetto precedente, per indicare la canna «incrinata» e la fiamma «smorta». In un certo senso si dice che non solo non approfitterà della fragilità e delle debolezze altrui, ma la sua stessa fragilità e debolezza saranno la sua forza, saranno il suo modo di inserirsi nelle realtà verso cui è chiamato, facendole sue, assumendole e trasformandole dal loro interno. Solo in questo modo il «suo insegnamento» (letteralmente in ebraico «la sua Torah»!) giungerà a tutti coloro che lo attendono.

La forza, infine, di tale «servo» è la presenza di Dio stesso che lo ha «preso per mano»: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni». In questo consiste proprio la sua «elezione»: essere allo stesso tempo «alleanza del popolo» e «luce delle nazioni» perché tutti abbiano la possibilità di vedere – «perché tu apra gli occhi ai ciechi» – e la libertà di vivere lo shalom, la pienezza di bene, di pace, di vita.

Chi è dunque questo «servo»? E qui la risposta non può che essere molteplice e volutamente, direi, polifonica. Questo «servo» è, come aveva già interpretato la traduzione dei Settanta, Israele, il popolo eletto, a cui il Signore chiede di vivere e realizzare questa sua elezione come «luce per le nazioni»; ma già nel Targum (la traduzione in aramaico ampliata del testo di Isaia) il «mio servo» è inteso come il Messia, colui che realizzerà appieno il piano salvifico del Signore; e ancora, nella lettura cristiana, tale Messia troverà un volto e un nome in Gesù di Nazaret, che farà proprie queste parole profetiche realizzandole nella sua vita fino alla fine; ma ancora la profezia permane e attende il suo compimento ultimo.

Ascoltare questa profezia, allora, significa unirsi al «servo», far propria la sua missione, ognuno come e dove può, perché la salvezza di Dio giunga ai confini della terra. Ma non dimentichiamo che il primo passo, così come ha fatto Gesù, è di mettersi in fila con i peccatori. (A questo proposito per il commento al Vangelo rimando a quanto avevo già scritto: https://re-blog.it/2023/01/06/uno-di-loro-uno-di-noi/).

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